Milano c’è

di Adriana Nannicini

Allora, si diceva, Milano ci sarà.
Come? Dove?
Intanto in un luogo pubblico, molti tra noi che organizziamo lavoriamo a casa e allora: fuori.
Molte tra noi siamo donne e vogliamo sempre una distinzione tra lavoro e lavoro, vogliamo il pubblico, vogliamo credere alle promesse di democrazia, all’essere visibili e viste insieme.
Ci stiamo parlando, a cena, al telefono, via sms e mail: Milano che era città del lavoro, un paradigma forte e certo che permetteva di adottare come figli e cittadini tutti quelli che venivano da fuori, purché lavorassero. Così fabula narratur. ora è cambiato tutto. I numeri di quanti lavorano, di quanti sono pagati, di quanti perdono paga e lavoro, di quanti se sono pagati, lo sono in sicura incertezza.
Sono cambiati i luoghi, gli orari, il quanto ti pagano e il quando ti pagano. Sono, per molti, dissolte le occasioni, le esperienze di avere dei compagni di lavoro, o almeno dei colleghi. Il senso di solitudine abbonda per molti.
E’ cambiata Milano e non è facile trovare un modo per dire di questi cambiamenti, tra statistiche che elencano aumenti di occupati che poi sono poor jobs ( commesse, camerieri, etc) e vetrine lucenti di nuove ristorazioni, sempre più moda, e naturalmente nanotecnologie e tv ed editoria.
Come è cambiato, come si mantiene il desiderio di “un lavoro ben fatto”?
Chissà, siamo ancora ai preliminari dei preparativi.
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