Storia di amore, lavoro ed emancipazione

di Alberto Giudice

giudice1Vincenzo, mi hai sempre chiesto di scrivere la mia storia di lavoro, ma non potevo … dinanzi a questo esempio devo solo fermarmi!!!
Questa è una storia vera. La storia che mi è stata raccontata da mio padre, da mia nonna e dai miei zii.
C. è mia nonna Caterina Torre, adesso non c’è più, che ha fatto tutto questo. Ha scritto la poesia più bella perché attraverso il suo sacrificio ha permesso ai figli di studiare, ha permesso a noi di trascorrere un’infanzia serena ed ha piantato un seme in tutti noi: se vuoi una cosa industriati per ottenerla con onestà!
Questo racconto l’ho scritto un giorno, è “romanzato” ma il tutto è vero, quando ho capito ciò che ha realizzato per tutti noi. L’ho scritto per i miei figli che non potranno conoscerla personalmente ma attraverso questo racconto.  I valori che ha insegnato ai suoi figli e che a loro volta sono stati trasmessi a noi vanno al di là della morte.
Grazie Nonna Caterina.
Alberto

“Sai ho fatto tutti i calcoli. Mi dispiace ma non tutti i nostri figli possono andare a scuola.”
“E come facciamo?”
“Ne possiamo mandare soltanto uno. Ho pensato di fare un sorteggio: sceglierne uno sarebbe un’ingiustizia!”.
Alla parola sorteggio il cuore di C. batté forte, voleva uscire dal petto e ribellarsi al sorteggio, alla condizione economica, al sistema. Sapeva che anche il sorteggio era ingiusto e voleva che tutti i figli studiassero. Sapeva che da quei simboli neri scritti su un pezzo di carta passava l’emancipazione dei figli e poi dei nipoti. Sapeva anche che, purtroppo, le condizioni economiche erano quelle che erano e il collegio costava. Si il collegio. Perché a quei tempi le scuole erano lontane e per studiare si doveva stare in collegio o farsi prete. Esclamò: “Mannaggia la miseria!” e andò via.
Il giorno dopo ci fu il sorteggio. I quattro figli avevano la speranza della propria possibilità di riscatto in quei pezzettini di carta. Nei loro occhi c’era la speranza di poter cambiare vita, di lavorare i campi e spaccarsi la schiena o emigrare come tanti in un altro Paese e vivere di nostalgia.
I pezzi di carta furono preparati, su ciascuno fu scritto il nome dei figli. Tutto fu eseguito con una lentezza estenuante, come per prendere tempo come se l’attesa avesse permesso di cambiare il corso del destino. In cuor suo nessuno voleva quel sorteggio.
Alla fine il sorteggio fu fatto, il pezzo di carta fu impietoso: purtroppo un solo nome era scritto. Nessuno dei bambini protestò, nessuno pianse, accettarono il destino. Nessuno era felice: in quel momento sapevano che si sarebbero divisi e che, in ogni caso, sarebbero stati strappati dall’infanzia.
C. non poteva pensare che soltanto uno dei suoi figli sarebbe andato a scuola e gli altri dovevano rimanere al palo. Lesse nei loro occhi, come soltanto una mamma può fare, tutte le sensazioni che provarono in quel momento i suoi bambini. Ancora una volta il cuore batteva forte e non riusciva a capacitarsi per l’ingiustizia che era stata compiuta. Non dal marito, non da lei, ma dalla miseria, dal lavoro nei campi che non rendeva e dall’essere troppo lontani dal paese in cui c’era la scuola e il collegio. Pensò e ripensò tutta la notte come si poteva fare ma per una volta disse che il destino era stato più forte.
Dopo un anno C. andò a trovare il figlio in collegio e girando per il paese vide che c’era una casa in affitto. La casa era grande e pensò che poteva fittare le stanze ad altri studenti, ma soprattutto ai professori che avrebbero dovuto insegnare nelle scuole. Visitò tutto il paese. Vide che non c’erano alberghi, pensioni ed in quel momento il cuore gli batté forte. Il sogno poteva essere realizzato: tutti i figli avrebbero potuto studiare.
Ritornò al paese dopo un lungo viaggio fatto di curve, salite e discese ma in quel momento non vide nulla ed il viaggio per lei durò meno di un minuto. Comunicò l’idea al marito e sapeva che nessuno poteva fermarla. Realizzò il progetto e tutto andò come aveva previsto. Portò con se i figli, li iscrisse a scuola. Iniziarono ad arrivare i primi professori che volevano fittare una stanza e che volevano un ambiente familiare.
“Voi cosa insegnate?”
“Matematica.”
“Allora la stanza è questa.”
Arrivò un altro professore.
“Voi cosa insegnate?”
“Italiano e Latino.”
“Allora la stanza è questa”
Pian piano fittò tute le stanze: al professore di italiano, di matematica, di lingue e di latino. In questo modo, pensò, se i miei figli hanno bisogno di una ripetizione i professori sono in casa.
Così passarono gli anni tra pulizie, sacrifici e lontananza dal marito e dalla propria terra che tanto amava. Ma il suo cuore non era triste. C. viveva per i figli e vederli diplomati o laureati le faceva dimenticare il lavoro, la schiena rotta e il sudore che aveva buttato per l’emancipazione dei figli. I figli oramai si erano realizzati, i nipoti trascorrevano un’infanzia serena, come C. non aveva mai vissuto, e il suo mal di schiena non esisteva più. Aveva lottato per l’emancipazione dei figli, aveva vinto il destino.
Ha scritto la poesia più bella!!

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