‘A fatica pigliata ‘e facepainting. Che dici, Matteo, ce la facciamo?

Facciamo così, per prima cosa riassumo la faccenda del lavoro preso di faccia, che c’è chi la conosce e chi no, e anche chi la conosce con questi chiari di luna non è detto che se la ricordi.
Come ho raccontato in un libro di qualche anno fa (Bella Napoli, 2011), il lavoro è entrato per la prima volta nella mia vita grazie a mio padre, con la sua Lectio Magistralis intorno alla differenza tra ‘a fatica pigliata ‘e faccia e ‘a fatica fatta ‘a meglio ‘a meglio. Papà sapeva fare bene tante cose, ed è stato grazie a lui che il lavoro nella nostra famiglia non è mai stato solo fatica ma anche dignità, onestà, rispetto, il fischio che faceva quando tornava a casa la sera, l’odore della frittata di cipolle che si spargeva nell’aria alle prime luci dell’alba. Sì, lui aveva rispetto per il lavoro, lo considerava importante, e insomma a casa Moretti funzionava come in tante altre case operaie del tempo nel senso che il lavoro lo respiravi, lo toccavi con mano, ci facevi il callo, già da bambino.
Il teatro nel quale si svolse il fatto era, tanto per cambiare, l’Enel di via Galileo Ferraris, i termini del conflitto di papà con il suo collega possono essere invece riassunti così: bisogna fare bene e al più presto il proprio lavoro a prescindere dalla sua gravosità, dall’impegno richiesto, o conviene traccheggiare sperando che il lavoro “sporco” tocchi a qualcun altro? Crescendo, ho avuto modo di farmi una mia idea in proposito, poi mi sono adoperato per evitare che l’idea restasse soltanto un’astrazione, ma la lezione di mio padre non me la scorderò più, campassi cent’anni.

Ecco, adesso che vi ho raccontato perché è importante che il lavoro sia preso di faccia vi posso dire che Matteo Arfanotti è un mio amico generoso e gentile, un artista campione mondiale di facepainting e bodypainting e che insomma se volete saperne di più su di lui e volete deliziare i vostri occhi con un po’ delle cose che fa potete leggere l’articolo che gli ho dedicato, che trovate qui.

Perché vi racconto tutto questo? Perché sulla bacheca di Matteo ho letto questo: “Venerdì 31 Ottobre: “La Notte dei Genitori Mutanti” al Museo del Castello di San Giorgio a La spezia, facepainting per i più grandi!” e a me che sono un vecchio approfittatore mi è venuta l’idea di una Notte del Lavoro Narrato, il 30 Aprile del 2015, con Matteo che dipinge il lavoro sulle facce delle persone, anche una piccola cosa, che ne so, un chip, una matita, un piccolo martello, un libro, quello che vuole, che il campione del mondo di facepainting e di bodypainting è lui non io.

Dite “ma così è una faticaccia”, quello Matteo ti manda a quel paese, e fa anche bene? Rispondo che il lavoro ce lo dividiamo, nel senso che noi possiamo occuparci della comunicazione, dell’organizzazione, e di tutto quello che può servire per preparare al meglio l’evento. E aggiungo che si vede che Matteo non lo conoscete, perché se non si può, qualunque sia il motivo, lui me lo dirà nel modo più gentile possibile, ma non per finta, perché lui è veramente così, una persona buona.
Direi che è tutto, voi continuate a seguirci, vi teniamo informati.

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Foto di Francesca Calamita

Verso La Notte Del Lavoro Narrato 2015

– 209 giorni a “Le Mille e una Notte del Lavoro Narrato”

Domenica 7 settembre, una parte del network de “La Notte Del Lavoro Narrato” si è incontrato a Napoli. La sala eventi della Feltrinelli di piazza dei Martiri ci ha ospitato per discutere di ciò che è stato fatto nell’edizione 2014 ma soprattutto di ciò che vogliamo fare nel 2015.

Abbiamo ribadito i temi, certo, ma anche ribadito quanto sia importante l’organizzazione, così come scriveva sia Antonio Fresa «viva i social network, gli strumenti digitali e tutto il resto ma fondamentale è stato girare, parlare ascoltare, far comprendere appunto che “siamo tutti nella stessa barca” e che il tema del lavoro è un tema basilare per una comunità, e che addirittura – come in effetti ricorda la Costituzione stessa – non si dà democrazia se non si dà dignità al lavoro» sia Francesco Panzetti, che proponeva la stesura di un documento di Buone Pratiche per spiegare effettivamente in che modo è possibile partecipare attivamente al network: «Ce ne sono di motivi per cui dire che l’incontro di oggi è stato bello. Innanzitutto perché è completo, pieno di sguardi vivi, di cuori pulsanti, di mani ansiose di fare. Ma questo forse già lo sapevamo, pur non conoscendoci. Ciò che invece è una sorpresa, forse, è che se ognuno di noi sa fare molto bene qualcosa, allora c’è molto da imparare. Per questo penso che il primo compito che ci aspetta è quello di imparare ciascuno da tutti gli altri ciò che ciascuno sa fare meglio degli altri».

I punti che sono venuti fuori dall’incontro sono questi qui:

1. Passare da 100 luoghi a 1000 luoghi – come ci siamo proposti per l’edizione 2015 – non vuol dire solo moltiplicare x10 gli sforzi che abbiamo fatto l’anno scorso, perché come sappiamo queste cose non funzionano matematicamente. Per cui quelli che hanno organizzato un evento l’anno scorso devono diventare veri moltiplicatori, nodi attivi.

2. I soggetti da coinvolgere devono essere i più vari: dal più grande al più piccolo, senza dimenticare i piccolissimi. Coinvolgere anche la radio o la libreria più piccola del paese Italia è un successo.

3. Aumentare la capacità dei nodi del network di tenersi in contatto e di propagare l’idea.

4. Organizzare una roadmap che di mese in mese ci porti in diversi luoghi d’Italia. Ci riusciamo? Un evento come quello svolto alla Feltrinelli riusciamo a replicarlo a Milano? A Roma? A Venezia? A Padova e così via?

5. Spingere le persone e i partecipanti non solo a leggere e cantare parole e canzoni di altri, ma a raccontare la propria storia.

6. Buttiamo giù una lista di buone pratiche, una lista di tutte le competenze che compongono il nostro network, costruiamo un tutorial facile da far girare tra i partecipanti dell’anno scorso ma utile soprattutto ad attrarre nuove realtà.

Qui sotto, invece, potete vedere il video del nostro incontro del 7 settembre. Per dirla alla maniera di Troisi, un po’ voi siete tanti a parlare ed io uno solo a riprendere, un po’ è stata una cosa improvvisata e un po’ qualcuno ha parlato a voce bassa. Purtroppo alcuni dei partecipanti sono rimasti fuori dal video. Spero apprezziate comunque il tentativo di utilizzare qualche immagine del nostro incontro per fare un ulteriore punto della situazione.

L’associazione culturale Namaste c’è

di Andrea Volante

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L’associazione culturale namaste in collaborazione con il ristorante sociale “civico sociale”, organizzano, nell’ambito dell’evento nazionale della notte del lavoro narrato, una serata in cui si racconterà il mondo del lavoro e della sua evoluzione e di come sono cambiati i lavoratori, dall’unità di Italia ad oggi, attraverso i canti popolari dei lavoratori e delle lavoratrici. Una serata non solo di musica popolare ma di vero impegno civile che vuole essere un piccolo contributo per ciò su cui si fonda il nostro paese. Sarà l’occasione per presentare il progetto “Civico Sociale” un ristorante che la cooperativa sociale I Naviganti sta aprendo a Cassino in collaborazione con N.C.O. (Nuova Cucina Organizzata) e numerose realtà, associazioni e istituzioni presenti sul territorio.

In foto i lavori in corso!

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A Rosarno si Cunta e si Canta

di Josephine Condemi (Calabresi Creativi)

Una scommessa nella scommessa. Far coincidere l’anteprima del Cunta e Canta, il primo festival calabrese open source, con La Notte del Lavoro Narrato.
Perché vediamo (e sentiamo) una comunione d’intenti: l’idea che si possa raccontare un territorio ripartendo dalle persone che ci mettono la faccia.
E quindi, abbiamo cominciato a girare la provincia di Reggio Calabria, partendo da Rosarno e dintorni.
Grazie agli amici di A di Città, abbiamo incontrato Tony Ascone, Khadim Gayé, Rosa Morabito, Angelo Siciliano, Yaya e Turi, Domenico Cristofaro, i Kasumai…
Sette mondi, per un raggio di pochi chilometri…
Li incroceremo questi mondi. E li scopriremo insieme, il 30 aprile, in piazza Convento, a Rosarno.
Con Cityteller stiamo studiando altre sorprese…
Ci divertiremo… scommettiamo?

#lavorobenfatto: il seme della nuova industria culturale

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Sono 68 le storie di lavoro che potete leggere qui, su Timu, nella raccolta #lavorobenfatto.

Storie che nascono dalla voglia degli studenti dei Corsi di Formazione e cultura digitale (Laurea in Scienze della Comunicazione) e di Progettazione e formazione a distanza (Laurea in Scienze Pedagogiche) della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli nell’anno accademico 2013-2014, di partecipare alla narrazione collettiva del lavoro ben fatto e dell’approccio artigiano. Alla base – forse lo sapete già, ma ripeterlo non fa mai male – la voglia di ritornare a parlare di lavoro, declinato al passato, al presente e al futuro. La stessa voglia che ci sta portando al 30 Aprile verso La Notte Del Lavoro Narrato.

Le storie, e i tre video che alcuni ragazzi hanno prodotto durante il corso (Testa, mani e cuore – #lavorobenfatto, Napoli: storie di lavoro, Scrivere è innamorarsi) hanno preso vita in un vero e proprio “laboratorio” di idee e metodologie che grazie all’incontro di Maria D’Ambrosio (titolare degli insegnamenti sopra citati) e Vincenzo Moretti, ha affrontato il tema della ricostruzione e della promozione di una nuova “epica sociale” capace di ribaltare sensi e piantare il seme della prossima industria culturale (a proposito, non perdetevi l’incontro del 2 Aprile “Industria Culturale 3.0, al Suor Orsola Benincasa, sala degli Angeli ore 16:30).

Un laboratorio, fisico ed immateriale, uno spazio aumentato che ha dato la possibilità ai ragazzi di pensarsi e diventare autori di storie di lavoro ed impegno, di dedizione e forza di volontà.

Dall’introduzione a #lavorobenfatto:

“I nuovi miti e i nuovi eroi che le studentesse e gli studenti sono andati a ‘pescare’ nelle loro piccole leggende personali, familiari e territoriali, fanno luce su un repertorio umano sul quale abitualmente non ci si sofferma. Il #lavorobenfatto è diventato, infatti, una chiave di lettura, un filo rosso, perché ciascuno potesse riguardare nell’ordinario della propria vita e rintracciare quelle storie da trasformare in stra-ordinarie, così da poter guardare ai loro protagonisti come a degli ‘eroi’: l’esempio concreto, in tutta la loro piccola ‘drammatica’ realtà, cui dar voce per farne il ‘buon esempio’.”

Il teatro del #lavoronarrato

Alfonso Corradini è il responsabile della U.O.C. Partecipazione giovanile e benessere e insieme al suo collega Eugenio Paterlini, responsabile della U.O.C. Servizi educativi territoriali e Diritto allo studio, stanno coordinando le tante attività del Servizio Officine Educative del Comune di Reggio Emilia, diretto da  Annamaria Fabbi, per La Notte del Lavoro Narrato.

L’informazione di Alfonso è essenziale: inizia il laboratorio di teatro promosso da i Net – Nuovi Educatori Territoriali di Reggio Emilia. Il messaggio coinvolgente: La notte del 30 aprile sarà teatro! Sarà spettacolo! La locandina accattivante.

Forza, fateci sapere anche voi cosa state preparando nella vostra città, saremo felici di raccontarlo qui.

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Facciamo finta che

Facciamo finta che io sia un personaggio famoso, diciamo John Turturro, che le cose che fa lui mi piacciano un sacco, Passione poi mi fa uscire di testa. Dunque, facciamo finta, così, per gioco, che io sia Turturro, con in mano il libro di Vincenzo Moretti, quello che vedete di fianco a me, un sociologo scrittore italiano che mi è stato appena presentato.
Sapete che faccio?
Prendo il telefonino, mi inquadro, faccio partire il video e dico:
Ciao, sono John Turturro e il 30 Aprile, a La Notte del Lavoro Narrato, io ci sarò.
Dopo di che clicco su condivido e lo metto su facebook (o su twitter, o su youtube, o dove mi pare), il tutto in meno di dieci secondi.
Non me lo dite che lo so da solo che io sono Moretti e non Turturro, e aggiungo anche che con tutto il rispetto non mi dispiace affatto essere me, è solo che in questo momento qui sarebbe stato meglio essere lui.
Vabbé, facciamo così, se qualcuno di noi ha personaggi famosi tra le sue amiche e i suoi amici cerchi di convincerlo a fare un video come quello che avrei fatto io se fossi stato John Turturro che così lo pubblichiamo e coinvolgiamo altre persone in questa nostra bella iniziativa.
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Tammurriata Alli Notte

Alli Uno Alli Uno
Invitiamo amiche e amici a organizzare qualcosa in una libreria, una biblioteca, un campo di grano, un’associazione, una scuola, un posto di lavoro, un circolo culturale, un bar, una fabbrica ristrutturata, dove vi pare:
https://lanottedellavoronarrato.org/partecipanti/

Alli Doje Alli Doje
Invitiamo amiche e amici a organizzare qualcosa a casa propria:
https://lanottedellavoronarrato.org/casa/

Alli Tre Alli Tre
Invitiamo amiche e amici a seguirci sui social network (Facebook, Twitter, Google+, Youtube, Pinterest, ecc.) perché in questo modo sarà più facile mettere assieme le foto, i messaggi, i video che tutti assieme pubblicheremo da ogni posto dove si svolgere l’evento:
account twitter: https://twitter.com/lavoronarrato
evento facebook: https://www.facebook.com/events/1415422458677536/
gruppo facebook: https://www.facebook.com/groups/lanottedellavoronarrato/
canale youtube: http://www.youtube.com/channel/UCOyqJ_Oyh62hemNhQTyA_Q 

Alli Quatto Alli Quatto
Condividiamo in tutte le maniere possibile con le nostre amiche e i nostri amici articoli, video, foto che riguardano la nostra iniziativa:
https://lanottedellavoronarrato.org/press/

Alli Cinche Alli Cinche
Prendiamo un telefonino e facciamo un video di 20 secondi nel quale diciamo come ci chiamiamo, che lavoro facciamo, perché ci piace, o non ci piace, e concludiamo dicendo che il 30 Aprile noi ci saremo:
https://lanottedellavoronarrato.org/video/

Alli Sei Alli Sei
Scarichiamo adesivi e banner, scegliamo quello che ci piace di più, stampiamolo e attacchiamolo in una bacheca di una libreria, una biblioteca, un’associazione, una scuola, un posto di lavoro, un circolo culturale, un bar, una fabbrica ristrutturata, dove ci pare:
https://lanottedellavoronarrato.org/download/

Alli Sette Alli Sette
Proponete libri, musiche, canzoni, racconti per la nostra Biblioteca di Babele:
https://lanottedellavoronarrato.org/biblioteca/

Alli Otto Alli Otto
Ricordiamoci ogni volta che aggiungiamo un post, una foto, un video su un social network (Facebook, Twitter, Google+, Youtube, Pinterest, ecc.) di aggiungere l’hashtag #lavoronarrato

Alli Nove Alli Nove
Cerchiamo di coinvolgere un po’ di testimoni di qualità nella nostra campagna di reclutamento. Che ne so, magari una/o di noi conosce Fiorella Mannoia, le racconta brevemente cos’è La Notte del Lavoro Narrato, e le chiede se può fare un video di 10 secondi dove dice “ciao, sono Fiorella Mannoia e alla Notte del Lavoro Narrato ci sarò”. Naturalmente Fiorella Mannoia è un esempio che piace a me, come mi piacciono Roberto Vecchioni, Francesco Guccini, Enrico Rava, Stefano Bollani, Gigi Proietti, Luca Zingaretti e tante/i, tante/i, tante/i, altre/i. E ovviamente non vale solo per  cantanti e attori ma per tutte le persone che sono note perché fanno cose di qualità e ci possono aiutare a diffondere l’idea.

We can. Si può fare. E allora facimme.

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Archeobar e la Notte del Lavoro narrato

di Isabella Insolvibile

Archeobar e la Notte del Lavoro narrato. Una proposta fatta e immediatamente accolta da tutta la famiglia di questo eroico – l’eroismo è nelle cose quotidiane, nel lavoro di ogni giorno, questo diritto-dovere che sentiamo così forte, no? – tentativo economico-culturale, o culturale-economico: a scegliere l’ordine dei fattori, così direttamente proporzionali, siamo tutti noi che frequentiamo l’Archeobar per lavorarci, presentarci libri, esporre opere d’arte, fare musica, chiacchierare di storia e archeologia, insegnarne ai giovanissimi facendoli divertire, bere un buon caffè o un aperitivo o un dopocena, prepararci esami, festeggiare vittorie e consolarci di sconfitte, stare insieme per trovare chi ci capisce e, se non è così, si sforza di farlo.

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Una proposta, quella della Notte del Lavoro narrato, accolta e fatta propria – nel senso stretto dell’appropriarsi sentimentalmente – innanzitutto dai due ideatori (la parola proprietari non ci piace, la cultura è un bene comune, e non ci piace neanche quella di gestori, né capi né altri sinonimi che rimandino a una conduzione oligarchica, gerarchica e padronale dell’idea) di Archeobar, e questo perché il caffè letterario che hanno inventato è proprio una sintesi narrativa del lavoro. Per capire in che senso, basta leggere le pareti di Archeobar, o osservare le mensole piene di libri in un disordine creativo, oppure la scritta angolare che rimanda a ulissi familiari e così ispiranti: Archeobar è tutto lavoro scritto e narrato, è tutto lavoro fatto e da fare. Archeobar nasce dall’idea che il lavoro, anche se esercitato in ambiti diversi, può essere coniugato, declinato, reso possibile da una sintesi, a partire da noi, dall’economia di Andrea e l’archeologia di Nicoletta, non solo lauree ma professionalità e passioni rese attive. “Cultura attiva” è il motto di Archeobar proprio in ragione di questo, e cultura attiva è prima di ogni altra cosa lavoro, diritto e dovere, di nuovo, perché non ne saremo mai stanchi.

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Il lavoro sarà narrato in Archeobar perché è una passione allegra che muove tutti noi, un lavoro entusiasmante e possibile anche a Napoli, dove siamo per scelta e non per destino, perché ci vogliamo vivere e non perché ci siamo nati. E, come nella stratigrafia del suolo del nostro bancone, il lavoro sarà narrato così, perché è strato su strato e ogni strato diverso arricchisce il precedente solo quando ci si mescola, e sedimenta e solidifica: ci dà dei piedi forti, come la storia. Allora, proprio a partire da questo felice incontro tra economia e archeologia, narreremo il lavoro, dalle parole che lo rappresentano: oikos, casa, nomos, legge e diritto, archaios, antico, logos, parola. Una specie di diritto del passato, che costruisce il nostro presente, strato su strato. Strati su strati: noi narratori racconteremo di fabbrica (dall’Italsider a Pomigliano, passati e presenti identitari), di scuola (insegnando e imparando il lavoro), di ricerca (che non è solo quella del lavoro o del bando di concorso, anzi), di volontariato (perché la strada sia luogo di comunità e non di devianza), di terra (che produce bene e non brucia), di legalità (perché l’onestà non sia straordinaria), di giornalismo (perché raccontare ciò che accade è creare cittadini consapevoli), di diversità (che è sempre ricchezza) e di tanto altro, di donne e di uomini che ogni giorno ripetono, confermano e difendono il primo articolo della Costituzione – l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro – anche senza saperlo a memoria. Lo faremo a Napoli, che è un topos letterario ma anche una città come le altre, con gli stessi problemi e le stesse opportunità. Lo faremo in Archeobar il 30 aprile, accompagnati da musica bellissima come quella di Daniele Sepe, affiancati dalla II Municipalità e dall’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea “Vera Lombardi”. Lo faremo tutti insieme, uno dopo l’altro. Strato su strato.

Tutte le strade portano a La Notte del Lavoro Narrato

di Mariangela Contursi

contursi1Quello il fatto è cominciato con una passeggiata sul lungomare dopo cena, giusto per fare due passi prima di andare a dormire. Imboccato il Borgo Marinari, proprio accanto all’ingresso di Castel dell’Ovo, notiamo un’aiuola che non avevamo mai visto. Non che quello spazio non fosse lì da sempre, ma a nessuno sarebbe mai venuto in mente di chiamare “aiuola” un triangolo sterrato con quattro ciuffi verdi spelacchiati e pieno di rifiuti, organici e non. Oggi, all’improvviso, scopriamo un piccolo giardino, perfettamente pulito e curato, un orto botanico in miniatura, cinto da una rete verde e con al centro un cartello che riporta il nome dell’esercizio che ha adottato lo spazio: l’Oste pazzo.

Decidiamo di inoltrarci per il Borgo alla scoperta di questo ristorante, al solo scopo di andare a conoscere e ringraziare il gestore per la cura amorevole di quello spazio, non più bruttura da cui distogliere velocemente lo sguardo ma piccolo miracoloso incanto su cui soffermarsi, in una città che non ha alcuna cultura né rispetto per la cosa pubblica.
E’ così che abbiamo conosciuto Giuseppe Napolitano e Gilda Di Biasi, i proprietari del ristorante, una coppia bellissima, in tutti i sensi. Ci siamo presentati, abbiamo fatto loro i complimenti per il bel lavoro sull’aiuola, ci hanno offerto il caffè, e poi… non so dire come, ma ci siamo messi a parlare credo più di mezz’ora, ma fitto fitto, come amici cari, come se, più che conosciuti, ci fossimo ri-conosciuti. Ci hanno raccontato di come l’idea di prendersi cura di questo piccolo spazio sia nata dall’estensione al luogo in cui lavorano, il Borgo, di un amore e di un pratica che vivono nella loro stessa casa. Ci hanno raccontato anche dell’intrapresa solitaria di questa avventura con periodiche missioni di pulizia e di manutenzione da parte di Giuseppe, che duravano giornate intere e che si concludevano con enormi bustoni di rifiuti da portare via. Della guerra con i vigili urbani perché non avevano il permesso di farlo. Dell’iter burocratico per ottenere infine l’adozione ufficiale dell’aiuola. Dello studio botanico che hanno dovuto fare per scegliere le piante adatte ad una zona di mare e la cura aggiuntiva che comunque richiedono perché la salsedine non le secchi. Dell’ultima novità, la recinzione verde, che si è resa necessaria per proteggere l’aiuola dopo che un tizio, con fare arrogante, vi aveva scavato un fosso per seppellire il proprio cane, ché quello spazio prima era di fatto utilizzato anche come cimitero degli animali e forse anche per questo era tenuto così male. E poi da lì siamo finiti a parlare del ristorante, del loro chef che è un mio collega, della passione per la cucina di qualità e della grande attenzione per gli ingredienti della nostra terra come i pomodori San Marzano e l’olio cilentano, e poi della cura e della pulizia dell’area intorno al ristorante. Insomma, lavoro, lavoro, lavoro. Lavoro in ogni cosa, una guerra e una fatica mai viste, e nonostante tutto gli occhi che brillavano. Era inevitabile che finissimo a parlare di Vincenzo Gae Moretti e de La Notte del Lavoro Narrato del 30 aprile prossimo. E’ stato come la ciliegina sulla torta, l’incontro col destino, il pezzo mancante del puzzle che rivela l’intero disegno.

Vincenzo, è vero: le storie di lavoro come quella di Giuseppe e Gilda, come quelle che hai raccontato tu nel tuo bellissimo libro, Testa, Mani e Cuore, sono ovunque, ne siamo circondati. Ed hai maledettamente ragione nel dire che vanno raccontate, va dato loro spazio, mai come in questo momento in cui il lavoro, e questo modo di vivere il lavoro, sembrano scomparsi, e invece non è così. Ed è vero che da qui, da queste storie, dobbiamo ripartire se vogliamo rialzare la testa. Storie di orgoglio, rispetto, dignità, decoro, “non solo al livello personale, ché quello dovrebbe venire da sé, ma anche nel rapporto con gli altri, nella voglia di condividere un’idea, una possibilità, un approccio, quello che ti fa essere consapevole che ogni cosa che fai è connessa a mille e mille altre e dunque, se la fai bene, l’avrai fatta mille e mille volte bene”.
Hai scritto nel romanzo: “La verità è che di belle storie abbiamo bisogno tutti come il pane, bisogna imparare a cercarle perché così le trovi dappertutto, e quando non le trovi tu ti trovano loro, e si prendono cura di te”. E’ esattamente quello che ci è successo ieri sera. Quanto hai ragione.

Il 30 aprile prossimo, il giorno prima della festa del lavoro, La notte del lavoro narrato: Tutti insieme, in tutta Italia, tutti alla stessa ora, in luoghi pubblici o nelle case private tra amici, per leggere, cantare, disegnare, fotografare, filmare, osservare, ascoltare, assaggiare storie di Lavoro.
Chiunque può proporre un incontro, scrivendo qui: lavoronarrato@gmail.com
Noi ancora non abbiamo deciso in che forma, ché troppe sono le cose che vorremmo fare e a cui vorremmo partecipare, ma ci saremo. “Cento per cento”.