La compagnia del #lavoronarrato

Dopo la magica notte del 30 Aprile ci siamo ritrovati in tanti a chiederci come fare per non smettere di raccontare il lavoro. Poi è arrivata Sara Landi, e da un suo post la mia proposta: 10, 100, 1000 storyteller che raccontano il lavoro, in tutti i luoghi e in tutti i modi possibili, e condividono le loro narrazioni sulla pagina del nostro gruppo su Facebook.
Dai primi commenti mi pare che le intenzioni e la voglia siano quelle giuste, sta a noi fare in modo che l’idea non resti un’idea ma diventi realtà. Appena mi inviate i link ai giornali, ai blog, alle pagine dove raccontate il lavoro li aggiungo qui, in ordine alfabetico.

#lavorobenfatto
il taccuino dell’edicolante
popfilosofia

torta

Sara e la notte che dura un anno

Ieri, Primo Maggio, alle 13.27 sulla sua bacheca Facebook la mia @mica Sara Landi ha scritto questo: «Dopo la laurea e la fine dello stage in università sono tornata a stare a Grosseto. Dieci anni fa. Di fatto una camera mia non esisteva perché stavo prevalentemente a Siena e in casa nuova ci eravamo trasferiti da poco. Ho messo una rete, un materasso e un armadio di mia nonna in una stanza. Doveva essere una soluzione temporanea. È così da dieci anni perché “dai che poi ingrani, ti fai conoscere, piano piano” ma poi non succede niente. La mia camera riflette la precarietà della mia vita. È piena di giornali e di libri accatastati perché “la libreria la comprerò quando starò per conto mio”. È piena di sogni e se sto zitta sento l’eco di tutti i pianti che ci ho fatto. È lei la custode dei miei blackout. Ma anche il posto da cui riparto. Ma quanto mi piacerebbe stare da sola, sapere di potermi pagare un affitto e delle bollette…anche questo è primo maggio…»

Oggi sempre sulla sua bacheca ha condiviso il link al gruppo facebook La Notte del Lavoro Narrato con queste parole: «Io ho partecipato e lasciato qualche contributo. E sarei pronta anche a un bis senza aspettare il 30 aprile prossimo».

Quello che penso io è che la meravigliosa testimonianza di ieri di Sara può essere la prima storia della quarta edizione della nostra Notte, quella del 30 Aprile 2017, che in quanto evento che non è un evento secondo me ha senso se si celebra una volta all’anno, ma in quanto narrazione di una comunità come la nostra può continuare ogni giorno nel gruppo Facebook, su questo blog, su #lavorobenfatto, – a proposito non ve la perdete la storia del verme di Michele –  sulle pagine e sui blog di ciascuno di noi.

#lavorobenfatto #lavoronarrato per me il lavoro vale
landi1

Buona notte del #lavoronarrato

Mio padre e mia madre, quando chiedevamo loro «a chi vuoi più bene», rispondevano come Filumena Marturano, «’e figlie so’ figlie, so’ tutti uguali», ed è vero, assolutamente vero, poi te ne rendi conto quando diventi a tua volta genitore, anche se è una verità al cento percento solo dalla parte del genitore, perché dalla aprte del figlio lo zero virgola uno di dubbio rimane, ad esempio se lo chiedete a me rispondo che il preferito di mamma è stato sempre Gaetano e la preferita di papà Nunzia. Direi che è una preferenza che non fa differenza, «’e figlie so’ figlie, so’ tutti uguali», eppure secondo me c’è, anche se papà e mamma l’hanno sempre negata, come del resto farei io per Luca e Riccardo, i miei figli.
Perché vi racconto tutto questo? Perché sono in viaggio – guardate che novità – e da quando ho scoperto che l’ipad può fare da hotspot per il mac sto mi sono liberato della schiavitù del wifi che non funziona. Perché mi fa sempre piacere ricordare i miei genitori, che più mi faccio vecchio e più mi mancano. E perché ho deciso che quest’anno non aspetto che passi la nottata prima di ringraziare, lo faccio adesso, perché così mi dice il cuore, e perciò vi voglio dire che sono grato a tutte/i voi che anche quest’anno con il vostro entusiasmo, con la vostra partecipazione, con le cose che fate state contribuendo a fare della nostra notte la notte più bella dell’anno, che da quando l’abbiamo inventata persino quando la mattina dopo vado alla magnifica festa del Primo Maggio sto più contento, sorrido di più.
Detto ciò, che è la pura e semplice verità, ci stanno tre persone che desidero ringraziare a parte.
La prima è Cinzia Massa, con la quale condivido la vita, per la verità più nello spirito che nella realtà, che da quando lavora alla Cgil vederla è difficile e non parlare del sindacato un’impresa. Lo so, un ex sindacalista come me certe cose dovrebbe saperle, certi errori dovrebbe evitarli, ma la verità è che senza di lei non riuscirei a fare neanche la metà delle cose che faccio, l’amore è così, funziona o non funziona a prescindere. Se non si esagera eheheh.
La seconda è Giuseppe Jepis Rivello,  che lui è una delle persone più straordinarie che io abbia mai conosciuto, è stato fin dall’inizio uno dei protagonisti di questa notte, ma questa terza edizione senza di lui davvero non sarei riuscito a portarla avanti. Venerdì sera sarò a #Cip e sabato sera saremo assieme, che poi mentre come ogni anno si inventa cento cose ve lo presento, che a raccontarlo ci ho provato già.
La terza è Tina Magenta, che lei è una persona che è entrata nella mia vita in maniera incredibile, una persona di una generosità come ne esistono poche, una persona che è grande prima di tutto perché non ha mai paura di chiedere, di capire, di imparare, pur di andare avanti. La quantita di persone, di relazioni e di situazioni che questa donna ha messo in campo per la nostra notte è davvero straordinaria, sono troppo felice di averla conosciuta.
Ecco, con i ringraziamenti ho finito, anzi no, perché voglio che sappiate che anche la mia è una preferenza che non fa differenza,  che sono grato davvero a tutte/i voi, vecchie e nuove amiche, e amici.
Buona notte del #lavoronarrato a tutte/i.
vincenzo
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Oltre, Giornale di Voghera e Cantina Riluce

Buongiorno Vincenzo,
abbiamo avuto notizia della vostra intrigante iniziativa da Tina Magenta di Lomello e abbiamo deciso di aderire. Noi siamo la redazione della rivista Oltre e, insieme ai colleghi del settimanale Giornale di Voghera, pensiamo di trovarci nella cantina Riluce a Canneto Pavese, dove le colline d’Oltrepò sono sinuose e vinose e le vedute incantano. Soprattutto, lì il lavoro si narra da sé, dai piedi affondati nelle zolle, alle vendemmie, agli odori penetranti delle cantine, alle mani nodose di chi ha tagliato salici per tutta una vita. Ci sono anche artigiani della nuova era che hanno scelto Canneto come buon retiro d’ispirazione e costruiscono liuti, o bastoni da rami tortuosi. Non abbiamo ancora un programma preciso, ma sicuramente ci sarà musica, letture, canti, recitazione di poesie, racconti di qualche anziano viticoltore. Speriamo di essere all’altezza della vostra brillante iniziativa. Grazie.
Mirella Vilardi
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Le occasioni colte di Maria Luisa

Maria Luisa Politi alla presentazione de Il coltello e la rete ad Atrani. Dopo la presnetazione un po’ di idee e di passioni condivise, poi il contatto sui social, poi si è messa al lavoro per organizzare qualcosa nella sua scuola per la nostra notte. Questo il messaggio che mi ha inviato stasera, lo condivido con voi perché a volte quando dico che la notte del lavoro narrato è un’occasione speciale sembra che lo dica tanto per dire, e invece no, è prorpio vero.
«Caro Vincenzo, sapessi che occasioni stiamo cogliendo grazie a questa bella iniziativa: una nonna speciale e il suo amore per l’uncinetto, un fantastico presepista, un impagliatore di sedie, una ricamatrice di tombolo, non siamo nei tempi ma volevo coinvolgere anche i volontari della Protezione civile.
Vorrei creare un’Associazione artigianale e artistica per i ragazzi e non solo, in cui i nonni e i volontari insegnino antichi mestieri. E’ un sogno che mi auguro di realizzare, perchè come dice il mio amico Enzo, uomo estremamente versatile, colto, semplice, ex insegnante di religione, ex commerciante, “Impagliare sedie ti permette di portare il pane a casa!”. Se dovessi scegliere una storia coinvolgente sceglierei la sua che, vedovo giovanissimo, si è cresciuto i figli, ha fatto di tutto, legge libri come mangia, aiuta persone con Sla, insomma un esempio di vita. E’ bastata una mia domanda al mercato per innescare un colloquio di un’ora e far nascere un’amicizia. Sai quando incontri un’anima affine? Siamo tutti lungo una strada ed è bello incontrarsi e crescere insieme!»
Si, sono felice.
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Un mese importante

Si, care amiche e cari amici, quello che ci aspetta è un mese importante per la nostra meravigliosa notte. E’ il mese in cui bisognerà produrre il massimo sforzo per informare, invitare, coinvolgere quante più persone è possibile. Perché noi lo sappiamo, la notte del #lavoronarrato non è solo un evento, è anche una testimonianza che serve a dire al mondo che per noi il lavoro e chi lavora sono importanti, meritano rispetto, valgono. Si, noi lo sappiamo, ma il fatto che lo sappiamo noi non basta, è importante che siamo in tanti, in tantissimi,  a dirlo con le nostre letture,  i nostri racconti,  le nostre canzoni, la nostra partecipazione.
E’ vero, organizzare qualcosa con gli altri è più bello, e dunque proviamoci fino alla fine, però se non ci riusciamo non è che per questo bisogna rinunciare a partecipare. Dalle 20:30 di Sabato 30 Aprile e per tutta la  ci si può connettere anche solo 10 minuti e postare una foto, una citazione, un racconto, aggiungere l’hashtag #lavoronarrato e dire in questo modo «ci sono anch’io».
Dice ma uno la sera di Sabato 30 Aprile voglio andare a cena fuori, a ballare, a vedere un film, a trovare gli amici. Perfetto, e chi dice di non farlo. Però sappi che quando torni a casa, se decidi di connetterti e di interagire con noi, noi ci saremo. Puoi scrivere una citazione, puoi leggere o raccontare una storia, e puoi farlo con un testo, una foto, un video, una canzone, un disegno, aggiungi l’hashtag lavoronarrato‬ e ci sei, contribuisci a dare senso e significato alla nostra bella lotta. Si, senso e significato. Perché dove c’è lavoro c’è casa, dove c’è lavoro c’è comunità, dove c’è lavoro c’è Italia.
Jamme, ‘sta nuttata ‘e sentimento nun è fatta pe’ durmì.
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Domenico Gaudino

Domenico Gaudino è uno degli animatori di quella splendida realtà che è ALT!Associazione Lettori Torresi. Ci siamo conosciuti a fine dicembre delle scorso anno in occasione della presentazione de Il coltello e la rete e così ho scoperto che è un ingegnere navale e che è il creatore di una striascia – i Voccapierto’s – che ha per protagonista Pietro Vocca. Sapete come sono fatto, qualche giorno fa l’ho intercettato sui social e gli ho chiesto se mi faceva una vignetta per la nostra notte. Mi ha detto di si, e oggi me l’ha mandata. Grazie Domenico. Sono troppo contento.
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Il valore del lavoro

Ieri mi è arrivata una bellissima mail di Francesco Panzetti, che tra mille altre cose è anche l’autore del fantastico logo de La Notte del Lavoro Narrato 2015.
Mi ha mandato da leggere un articolo che avrei volentieri pubblicato qui, ma lui giustamente aveva in mente il sito della sua associazione, e così ho pensato di provare a incuriosirvi regalandovene un pezzetto, che poi basta un click e la connessione con le idee di Francesco è  bella e fatta.
Buona lettura.
«Innanzitutto il lavoro è l’opera del corpo.
Il lavorio dei tendini, la percussione dei muscoli, le architravi dello scheletro. L’architettura sublime che dà forma alle idee, le immette in un campo di forze naturali e umane, nello spazio e nel tempo. Il primo trattato sul lavoro si intitolò “Le opere e i giorni”. Fu l’inscrizione del corpo nella trama della terra, il corpo che stava al mondo. Tutto attorno a noi il lavoro plasma il grande contenitore del mondo: i contadini, gli artisti, gli architetti, i muratori, ognuno dà forma al regno dell’uomo con l’opera propria. E quindi col proprio corpo. Ne porta il sudore, il ritmo dello sforzo, i canti che la gola assetata plasma dall’alba dei giorni come sollievo alla fatica.
Il lavoro è inno e gloria del corpo, viatico per l’esistenza. Si viene al mondo con sforzo, infatti, e con più sforzo ci si deve stare.
Il lavoro è scrittura nella carne del mondo.
La prima scrittura fu nella roccia — non incisa dallo scalpello del lapicida né dallo stilo dello scriba —: fu messa su a fatica, parola per parola, nelle infinite lettere delle pietre con cui le civiltà più antiche hanno eretto mura, templi e statue. L’architettura fu la prima voce del lavoro, il suo primo monumento fu monumento agli dèi.
Ma anche i solchi degli aratri scrissero il lavoro, e le righe che alternativamente i popoli italici scolpivano nel calcare da destra a sinistra e da sinistra a destra si dicono bustrofediche: come si conducono i buoi nel campo.»
bolli2016

Flash Mob #lavoronarrato 2015

Care amiche e cari amici,
se proprio nell’elenco dei partecipanti non c’è un posto dove vi potete aggregare, e nonostante i vostri sforzi non ce l’avete fatta a organizzare qualcosa a casa, partecipate al Flash Mob #lavoronarrato 2015.

Come si fa? Niente di più facile. Se non siete già iscritte/i vi iscrivete al Gruppo Facebook, postate frasi, storie, foto, canzoni, video, ecc. che raccontano il lavoro e aggiungete l’hashtag #lavoronarrato. Per Twitter, Instagram e Youtube non c’è bisogno di iscriversi a niente, postate, aggiungete #lavoronarrato e siete a posto.

Si comincia alle 20:30 di Giovedì 30 Aprile 2015 e si va avanti fino a quando ce n’è.
Se volete sapere perché tutto questo è bello e ha senso leggete questo post.
Buona Notte del Lavoro Narrato a tutte/i.
vincenzo moretti
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next stop La Notte Del Lavoro Narrato

Non sappiamo esattamente cosa succederà, ma noi ci proviamo.

Io e Piera D’Isanto, cantante, musicista, uno dei membri più attivi del nostro network de “La Notte Del Lavoro Narrato”, il 30 sera saremo in auto, girovaghi, con una telecamera e qualche strumento musicale per raccontare e cantare storie di lavoro.

Non solo le nostre, ma speriamo di raccogliere anche quelle di chi deciderà di essere nostro ospite durante il tragitto. Anzi, se qualcuno a Napoli non sa come fare per partecipare a “La Notte Del Lavoro Narrato” può mandarci un messaggio, così lo passiamo a prendere.

Piera avrà un ukulele – e non ha paura di usarlo – ed io una telecamera quindi se qualcuno di voi vuole un passaggio per La Notte Del Lavoro Narrato fateci sapere dove possiamo tirarvi su.

E noi veniamo, eh.

ArciLab Volla c’è

di Gennaro De Luca
Quest’anno noi dell’ArciLab di Volla abbiamo rinnovato la nostra partecipazione all’iniziativa la notte del lavoro narrato perché pensiamo sia una bella occasione – una delle poche per la verità -, in cui poter stare assieme, cantare, parlare, leggere, narrare avevndo in testa il lavoro, quello che c’è e quello che non c’è, quello che abbiamo e quello che vorremmo avere.
E per dare un senso ancora più forte alla nostra partecipazione abbiamo voluto ritagliarci anche proprio matrialmente il nostro “spazio” e così durante quest’ultimo week end, il 25 e il 26 aprile, abbiamo ripulito, mi viene da dire “restaurato”, la villetta Bolivar di Volla che sarà il teatro della nostra iniziativa di Giovedì 30 Aprile.
Per la serata del 30 abbiamo preparato una serie di iniziative finalizzate al coinvolgimento e alla sensibilizzazione delle persone sulle tematiche dell’ecologia e del lavoro, e ci è sembrato bello cominciare da un atto concreto, non per dare l’esempio o fare i primi della classe, semplicemente per dire che si vive e si lavora e ci si diverte meglio se si ha cura del bene comune. Solo questo, che è una piccola cosa, e che però pur essendo piccola non è poca cosa.
Se vi trovate dalle nostre parti il 30 venite a trovarci, saremo felici di condividere le nostre storie con voi.
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Storie di Prignano, di chi difende la propria terra e le proprie passioni

Storie di Prignano, di chi difende la propria terra e le proprie passioni, reinventando la sua vita ogni giorno con creatività ed ottimismo.
Programma: cena conviviale con i prodotti delle aziende, storie raccontate dal cantastorie e dai protagonisti.

Prignano è un paesino del Cilento conosciuto per i suoi fichi mmunati.
Il suo nome Periniano, Prignanum,
Priniano, Pringnano, potrebbe derivare da una deformazione del nome del pero selvatico, che abbonda sul
suo territorio, o forse dal Fondo di Plinio, Pliniarum, strada che viene dalla Calabria.
E’ stata università autonoma ed è divenuta capoluogo di comune, nel 1805.
Prignano è ancora un centro rurale con un’anima molto pulita. C’è un legame molto forte degli abitanti con
la propria terra. E’ un luogo dove si respira ancora la tradizione,come per esempio il volo dell’angelo, il
lunedì di Pasquetta.
La produzione del fico bianco (pelato o mmunnato, come si dice in cilentano) è un esempio di come il
prignanese lotta contro le avversità per andare avanti. Se il fico non fosse pelato, non si essiccherebbe
bene, dato che la zona dal punto di vista climatico è abbastanza umida.

Le Delizie dell’AcquaVona
Marcello Carola
La voglia e l’ entusiasmo di far conoscere il mio territorio di origine attraverso prodotti locali unici nasce
girovagando per i vari mercatini agricoli in Spagna dove alcuni anni fa mi ero trasferito per
lavoro,guardando e ammirando la passione che alcuni giovani agricoltori e allevatori avevano saputo
realizzare nei loro territori di origine ,mi sono chiesto perchè mi trovavo lì avendo io, nel mio paese nel
meraviglioso Cilento tante risorse,alla fine sono ritornato.
Ed è a Prignano Cilento piccolo paesino sulle colline Cilentane che alla fine del 2013 nasce Le Delizie
Dell’AcquaVona, piccolo laboratorio in cui tutto e fatto alla ricerca della semplicità e dei sapori di un
tempo. Ricette tramandate da generazioni gelosamente custodite e la voglia di far tornare alla mente i tempi
passati con i profumi e i sapori dei nostri prodotti.
Come i vschuttini (biscotti alle mandorle) o i nesprati (dolci di pan di spagna ricoperti di glassa di
zucchero) che sono stati da sempre delle prelibatezze alimentari offerte nelle varie occasioni festive
e cerimoniali del luogo o i vscuotti de pane, pane biscottato cotto in forno a legna fatto con semola di
grano duro e lievito locale,il criscito che anticamente si prestava di famiglia in famiglia.
Oltre al laboratorio,l’azienda possiede un piccolo terreno con un vecchio casale in cui si trova un grande
forno usato anticamente per l’essicazione dei fichi.
Già dall’inizio l’idea era quella di poter produrre sui nostri terreni la maggior parte degli ingredienti
indispensabili per la creazione dei nostri prodotti. Da qui il nome LE DELIZIE DELL’ACQUAVONA.
L’ACQUAVONA è il nome di un’antica sorgente che nasce da una roccia incastonata tra due ruscelli
immersa nei boschi, oltra a fornire acqua potabile a molte famiglie delle zone circostanti veniva anche
usata per mezzo di un grande lavatoio dalle donne per lavare la lana di cui erano composti materassi e
cuscini ,acqua che poi veniva usata per irrigare i campi circostanti,campi molto fertili in cui venivano
coltivati ortaggi di ogni genere.
Ai lati dei ruscelli lungo il loro corso erano piantati numerosi noccioli i quali ancora oggi producono
poch ma deliziosi frutti con cui facciamo i biscotti alle nocciole.
In un futuro non troppo lontano contiamo di poter coltivare grani antichi di un tempo tra questi il
Senatore Cappelli, così da poter panificare con farine prodotte in azienda senza l’uso di pesticidi e concimi
chimici.

Salvatore Venturiello
Prignanese, brillante studente di inggegneria meccanica fonda, nel 2005, lo studio tecnico Venturiello, con
sede in Rutino (SA), volgendo tutte le attenzioni fin dall’inizio sia sugli impianti tecnologici tradizionali
che sugli impianti ad energia alternativa, privilegiando in fondo questi ultimi, in particolare pannelli solari
termici e fotovoltaici, seguendo di pari passo la richiesta del mercato, lo sviluppo tecnologico degli
impianti, nonche le normative in vigore e da approvare in termini di efficientamento e risparmio
energetico. Con queste premesse lo studio ha acquisito e diversificato le sue capacità operative nei settori
dell’impiantistica termoidraulica, dell’elettrica civile ed industriale, della climatizzazione e dell’energie
rinnovabili. Grazie alle esperienze maturate lo studio offre consulenze per aziende che lavorano nel
settore del condizionamento come Mitsubishi Electric e del fotovoltaico come Beghelli.

Agriturismo Il Falco del Cilento
di Giuseppina Tortora
Pur essendo l’azienda ubicata a Torchiara,l’agriturismo ha comunque un legame molto stretto con
Prignano.
Nata nel 1988 da una scommessa e dall’amore per la terra di Pina ed Oreste.
Pina ha rinunciato ad un supermercato a Montecorvino, per costruire in Cilento, un piccolo agriturismo,
che è riuscita poi ad ingrandire  nel 2012 e dove la maggior parte dei prodotti che si consumano sono
prodotti nelle loro terre di Prignano, dove Pina ha acquistato più di 14 ettari, nel 2004.
Il nostro cantastorie, Andrea Anonimo
Sono le storie che generano e nutrono i cantastorie e io ne sono la prova vivente: ciò che mi affascinava di
più durante i miei studi, erano le storie… esse mi hanno dapprima incuriosito, poi stimolato, poi nutrito, e
infine mi hanno indirizzato con chiara determinazione verso le canzoni classiche napoletane, storie in
versi e musica, patrimonio di tutto il sud prima che solo di napoli, laddove per sud intendo la gente del
sud, quel particolare tipo di abitante del pianeta terra che ama il suo territorio, che si proietta nel futuro
con amore grazie al suo presente saldamente radicato nel passato, serba nel suo cuore il rispetto per gli
insegnamenti della tradizione, pur riuscendo a sposarla con l’elaborazione del presente; gente che vive e
ama la famiglia, la casa, il cibo, la natura e tutti i suoi figli e frutti, che vive di cultura semplice e sana,
che pratica i valori umani e sa come alimentarli… a farla breve, persone di cuore, o meglio, persone già di
cuore, giacche è solo questione di tempo perche tutti diventeremo persone di cuore, semplicemente
vivendo e traendo esperienza dal nostro vivere.

Paola De Conciliis
Viticoltori De Conciliis
La famiglia De Conciliis possiede terre a Prignano da moltissimi anni, ma è solo nel 1996, che i fratelli De
Conciliis decidono di provare la viticoltura, prima c’erano galline ovaiole e vacche da latte. All’inizio
furono modificati i serbatoi del latte per la vinificazione,si raccoglieva l’uva la mattina e si faceva il vino
di pomeriggio. I metodi di coltivazione sono sempre stati rispettosi dell’ambiente, inizialmente c’è stata la
lotta guidata(lotta integrata, con monitoraggi per non intervenire se non necessario).
L’azienda ha ottenuto la certificazione biologica terreni e colture.
La famigliaUna crescita graduale e lenta, che ha portato ad un’affermazione sicura sui mercati nazionali
ed internazionali. Il 65% delle vendite è rappresentato oggi dalle esportazioni, nella quasi totalità sul
mercato usa.
Gli operai di De Conciliis lavorano tutti da moltissimi anni, un esempio è Maria, la famiglia del marito è
amica da moltissimi anni di quella dei de conciliis, e lei vi lavora diciassette, vi si trova molto bene, come
in famiglia, ed il suo viso è uno dei simboli dell’azienda, la sua foto è ovunque.

Celeste Bucci de Santis
Azienda Agricola Piano dell’Anno
La mia azienda agricola è nata a febbraio 2014, con l’acquisto dei terreni nella zona Piano dell’Anno a
Prignano Cilento, per piantarvi i bulbi di zafferano che avevo ordinato e per preservare l’ambiente e la
biodiversita’ del territorio. Da allora molte cose sono successe e dopo aver analizzato il terreno e le sue
risorse dopo una prima grande pulizia, era impenetrabile, sono arrivata alla conclusione che oltre allo
zafferano, ed alla canapa alimentare che ho appena seminato, non ho intenzione di piantare piu’ nulla, ma
di trasformare in modo rispettoso le risorse che ci sono in azienda. Per questa ragione e’ sorto il
laboratorio, per l’essiccazione delle erbe e per la realizzazione di altri prodotti, come il sapone e le creme
fresche che derivano dall’ uso delle risorse esistenti. Per ora è un luogo carino in affitto, ma ben presto
conto di costruire sul terreno un multilaboratorio, adatto per tutti i prodotti naturali da ottenere,
principalmente per il benessere.

prignano

Ancora

LavoroNarratoLogoLo so che lo sapete ma mancano 4 giorni alla nostra fantastica notte.
4 giorni nei quali possiamo fare ancora tantissimo per farla diventare ancora più bella e partecipata.
Piazze, strade, bar, biblioteche, associazioni, palestre, case (nella versione con amici e tete-a-tete), auto, l’importante è esserci, testimoniare che per noi il lavoro è importante, vale.
Solo nel gruppo su Facebook siamo – nel momento in cui scrivo -, 1278; se ognuno di noi ne parla con 2 amici abbiamo parlato con 2556 amici, se anche solo il 10 percento decide di partecipare ci saranno altri 255 posti che si uniranno a noi la sera del 30 Aprile. E poi ci sono Twitter, Instagram, Youtube, Google +, Linkedin, ecc.
Non aggiungo altro. Soltanto Jamme. Andiamo. Let’s go. Adelante.
‘Sta nuttata ‘e sentimento nun è fatta pe’ durmì.
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Sassinoro, Benevento, c’è

Caro Vincenzo,
L’Associazione Turistica Pro Loco di Sassinoro (BN) anche quest’anno parteciperà alla Notte del Lavoro Narrato.
Nell’edizione 2014 abbiamo ascoltato storie di sassinoresi che tanti anni fa hanno lasciato il paese per recarsi all’estero in circa di fortuna, di giovani che oggi sono costretti a lasciare il paese a causa del lavoro, di chi in paese ci è venuto o è rimasto, storie di uomini e donne, diverse tra loro, denominatore comune: il lavoro!

Quest’anno i bambini intervistano gli adulti:
raccontami il tuo lavoro!

Sassinoro c’è!!!
Buon “lavoro” a tutti!!! 🙂

sassinoro

Vaghe Stelle c’è

di Valentina Anzoise

La sera del 30 Aprile anche la 4° edizione del trekking di ricerca territoriale del gruppo Vaghe Stelle farà tappa a La notte del lavoro narrato.
La notte del 30 Aprile saremo infatti al nostro secondo giorno di cammino, tra Laghi e Arsiero, in Val di Posina (provincia di Vicenza), ospiti dell’Agriturismo Il Giglio Rosso.
Dalle 20.30 in poi intorno a un falò si dipanerà il nostro “filò” contemporaneo sul lavoro passato, presente e futuro delle valli dell’Altovicentino. Non un racconto nostalgico, ma un dialogo a più voci, da più punti di vista, intergenerazionale e interstellare. Una riflessione sul lavoro che c’era una volta, su quello che non c’è più, su quello nuovo che in tanti stanno costruendo in queste valli.  Parleremo anche del lavoro che ancora manca, fiduciosi che l’Altovicentino, come tanti altri luoghi straordinari e poco conosciuti dell’Italia interna, possa offrire tanto lavoro e una vita dignitosa e in armonia con gli equilibri dell’ecosistema più ampio che ospita le sue comunità.

Chi saranno i nostri “filossiéri”?
Susanna Miola (Agriturismo Il Giglio rosso),  Gregory Brunello (Cooperativa La Locomotiva), Ezio Sartore (Cooperativa Ecotopia) ed Enrico Dolgan (Le Guide), Tiziana Occhino (Sindaco di Arsiero) e poi tanti altri ancora, ovviamente insieme al pubblico e ai camminatori stellari!
Se non potrai camminare con noi e star con noi fino a sera seguici sulla pagina de La notte del lavoro narrato o sulla nostra pagina Facebook o su Twitter, @vagheste .
Mentre se pensi di riuscire ad unirti per la serata prenota subito il tuo posto intorno al fuoco scrivendo a: trekkingvaghestelle@gmail.com
I nostri hashtag: ‪#‎lavoronarrato #vaghestellefilò
vaghe stelle

Il #lavoronarrato tête-à-tête

Sì, si, avete letto bene, il titolo è proprio questo: Il #lavoronarrato tête-à-tête.
Cosa vuol dire? Vuol dire che per l’edizione 2015 assieme alle notte in piazza, in un locale pubblico, e a quella in casa con gli amici, avremo anche la notte tête-à-tête, per qualunque tipologia di coppia che per qualunque ragione vuole partecipare e non ha modo né di stare con gli amici e né di andare in piazza.

L’idea è venuta fuori nel corso di una conversazione con Mariangela Contursi e Vincenzo Longo, che la notte del 30 Aprile la passeranno con noi leggendo qualche pagina, ascoltando qualche canto, ballando, raccontando qualche storia di lavoro, magari anche la loro, che così – come mi ha scritto Mariangela – «se io racconto bene il mio lavoro a Vincenzo e lui il suo a me ci arrabbiamo di meno io la mattina quando lui si alza presto e lui la sera quando io torno tardi.»

Non so a voi, ma a me è sembrata un’idea di una forza e di una poesia straordinaria. E poi mi piace tanto questa cosa della condivisione, Mariangela e Vincenzo che con l’hashtag #lavoronarrato condividono le loro storie e quelle degli altri di ogni altra parte d’Italia.
Forza, ormai non avete scuse, qual è la prossima coppia?
Mentre voi ci pensate io dico un grande Grazie Mariangela, Grazie Vincenzo.

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Beppe Aurilia Theatre e Magicamente Clown (Clown di corsia) AnsiaNo ci sono!

di Lucia Iovine

Caro Vincenzo,
penso ti farà piacere sapere che il team Beppe Aurilia Theatre, affiancato dall’associazione Magicamente Clown (Clown di corsia), AnsiaNo – siamo in tutta  circa di 120 attori, il 30 aprile parteciperà alla “Notte del lavoro narrato” per raccontarsi, riscoprirsi e condividere passioni.
Insieme abbiamo deciso di catapultarvi nella nostra notte attraverso intrecci di storie a tratti arricchite da improvvisazioni dei nostri attori principali. Saremo lieti di rendervi partecipi a questa danza, quasi cosmica, materializzata nel viver comune, all’insegna della collettività e dell’integrazione.
Accadrà la sera del 30 aprile, al Teatro Alighieri di Ravenna, nel corso dello spettacolo teatrale “Ultras”, a cura dell’autore – regista Beppe Aurilia.
Viviamo in un’epoca in cui tutto rischia di diventare violenza e conflitto, ma come dice il nostro regista «nonostante questo noi ci crediamo ancora.»
Follia? Utopia? Speriamo di no!

P. S.
Altre foto te le mando in settimana.
l. i.

ravenna

La Parrocchia di Santa Maria delle Grazie al Felaco, a Ponticelli, c’è

di Mariarosaria Punzo

Nella nostra parrocchia, quella di Santa Maria delle Grazie al Felaco, a Ponticelli, nella zona ex scasso, i laboratori sono un po’ come l’oratorio di un tempo.
Ogni anno abbiamo un filo conduttore seguendo il quale svolgiamo attività di ricreazione e formazione per bambini e ragazzi di età differenti.
Quest’anno insieme al nostro parroco Don Alessandro Mazzone abbiamo scelto il tema del “lavoro ben fatto” come filo conduttore delle nostre attività e abbiamo deciso di operare con i ragazzi in tale direzione.
Noi abbiamo un laboratorio di cucina, uno di traforo e due di manipolazione che operano sul territorio parrocchiale e tutti quest’anno hanno aderito a tale progetto secondo le proprie capacità e le possibilità offerte dal laboratorio stesso. Abbiamo realizzato interviste, creato manufatti, costruito plastici, scattato foto e così via che mostreremo all’intera comunità parrocchiale e a voi tutti il 30 aprile durante La Notte del Lavoro Narrato.
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Casa della Paseologia, Trevico, c’è

di Francesco Escalona
La sera del 30, anche nella Casa della Paesologia di Trevico, nel cuore della Baronia, si svolgerà una notte dedicata al lavoro narrato ed al lavoro ben fatto.
Saranno narrazioni pacate in chiave paesologica. Mito, realtà, mito. Ma Da Qui, si ha questa percezione: il mito che ci aspetta nei prossimi decenni non sarà … quello dei millenni passati, ma la sensazione del ritorno è chiara.
La ragione ha dato tutto quello che aveva. Non possiamo stare al mondo se non incrociando sogno e ragione e dunque facendo poesia e dunque andando insieme a Trevico.
La casa a Trevico e l’associazione paesologica, sono per ora una confusa reazione all’estinguersi del reale. Le comunità provvisorie non hanno un pensiero chiaro e potente, ma sentono che bisogna reagire, sottrarsi al gioco dell’economia e spostarsi da un’altra parte.
In questa chiave, la Casa partecipa a questo nuovo rito del lavoro ben fatto e narrato in una lunga notte.
Un rito contemporaneo consumato nelle stanze della casa e in quelle della casa di Ettore Scola, il regista di Trevico – Torino, monumento cinematografico al viaggio verso il lavoro mancato – e nella rete, che viene in soccorso alla ricorrenza del primo Maggio, in parte purtroppo consumata dal superamento del tempo industriale del secondo millennio.
Ci racconteremo storie residuali dei/nei paesi di quell’Italia interna che si sta consumando e svuotando, giorno dopo giorno sfarinata dal vento e dall’inconsapevole oblio.
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La notte cerca casa

Facciamo in modo che il 30 Aprile in ogni casa ci sia almeno un racconto di lavoro, come quando abbiamo appeso le lenzuola bianche al balcone per dire io sono contro la mafia, anche se questa volta lo facciamo «per»: per l’Italia del #lavorobenfatto, per l’Italia che ama quello che fa e cerca di farlo bene, per l’Italia che dà valore a quello che siamo più che a quello che abbiamo, per l’Italia che «ciò che va quasi bene non va bene».
Jamme. Andiamo. Let’s go. Adelante.
30 Aprile 2015. La Notte del Lavoro Narrato.
Sta nuttata ‘e sentimento nun è fatta pe’ durmì.
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Che cos’è il lavor?

«Che cos’è il lavor?» è il social mobile doc che vedremo dopo la notte del 30 aprile.

Abbiamo preso in prestito il titolo della bella canzone di Vinicio Capossela per la realizzazione del video dell’edizione del 2015 de La Notte Del Lavoro Narrato.

«Che cos’è il lavor?» è la domanda che invitiamo a fare agli organizzatori, ai partecipanti, ai curiosi che renderanno viva in tutta Italia l’edizione di quest’anno. Ovunque vi troviate, a qualsiasi evento organizzato dal nostro network partecipiate a La Notte Del Lavoro Narrato, siete invitati, cellulare, videocamera, macchina fotografica alla mano in modalità video a chiedere agli altri partecipanti «Che cos’è il lavor?».

Cosa ne verrà fuori? Probabilmente un migliaio di volti, adulti, giovani e meno giovani che risponderanno alla stessa domanda, che offriranno uno spunto di riflessione, un’idea su un tema così delicato ed appassionante.

Non è un caso che il titolo dell’edizione di quest’anno sia Le Mille e Una Notte Del Lavoro Narrato: crediamo che la scorsa edizione sia stata un successo, ma speriamo che questa del 2015 lo sia ancora di più.

Come è accaduto per il lavoro sull’edizione del 2014 lo stesso spirito che ci guida nell’organizzazione dell’evento ci guida nella produzione del video che realizzeremo insieme: se qualcuno avesse idee, se qualcuno volesse proporci qualcosa siamo felicissimi di leggere ed ascoltare.

L’idea è quella di non mettere in discussione le basi del lavoro fatto con “La Notte Del Lavoro Narrato”. Così come abbiamo costruito il telaio organizzativo dell’evento (e degli eventi) così come abbiamo impostato il lavoro per il documentario dell’edizione del 2014 (le nostre parole chiave sono sempre le stesse: partecipazione, inclusione, condivisione) così lavoreremo al video del 2015 . Possono contribuire tutti inviando il proprio materiale girato durante l’evento a cui parteciperanno, condiviso con licenza Creative Commons (attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0) e allo stesso modo sarà condiviso il prodotto finale. Un prodotto collettivo in cui sarà riconosciuto il nome di tutti i proprietari di smartphone, macchine fotografiche e videocamere, dei luoghi e delle persone che hanno realizzato “Le Mille e una Notte Del Lavoro Narrato”.

E non dimenticate quella sera di condividere attraverso i cellulari foto, video e testi sui social network utilizzando l’hashtag #lavoronarrato.

Dai, che mancano 22 giorni 🙂

 

Ci vediamo in Biblioteca

di Tommasina La Rocca

Caro Vincenzo,
#lavoronarrato #lavorobenfatto il prossimo 30 Aprile si svolgerà nella biblioteca scolastica del Liceo “Quinto Orazio Flacco”.
Rimasta per molto tempo chiusa a causa di un tentativo di incendio e recentemente riaperta dopo un lungo lavoro di recupero e di riordino svolto soprattutto dai ragazzi e ragazze della scuola, ci è sembrato il luogo più adatto per celebrare la Notte del Lavoro Narrato.
Qui tra canti, racconti e musiche, alunni, genitori, docenti e tutti quelli che vorranno partecipare, racconteranno il lavoro nella sue declinazioni.
Sarà la serata della creatività e della condivisione, interverranno associazioni e gruppi musicali, rappresentanti della cultura e tanti altri ancora.
Si, caro Vincenzo, sarà “na nuttata ‘e sentimento” che condivideremo volentieri con tutti gli altri partecipanti a questa bellissima iniziativa.
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La Notte del 30 Aprile a Venezia

Gentile Vincenzo Moretti,
come già preannunciato, riassumiamo il programma della serata del 30 aprile nell’ambito dell’iniziativa “Notte del lavoro narrato”.

BarchettaBlu ha scelto di creare, come filo conduttore, una rete tra quanti lavorano nel mondo della cultura e dell’educazione,  e di dare rilievo alla professione del lettore/scrittore.

La serata inizierà alle ore 20.30. Nel locale messo a disposizione dall’Officina del Gusto, a Mestre, ci sarà una postazione di “video-box” con le attrezzature necessarie per realizzare interviste e brevi video dove i partecipanti potranno raccontarsi, anche attraverso domande-stimolo, e descrivere brevemente la propria attività professionale.

Dall’altro lato dello spazio  verrà allestito uno spazio dove i lettori professionisti e i musicisti offriranno performances al pubblico.

Alle 21.15 verrà proposta una sorta di salotto in cui uno scrittore professionista  racconterà la sua professione.

Dalle 20.30 alle 21.15 e dalle 21.45 alle 22.45 sono previsti  assaggi musicali e letture interpretate da professionisti del coordinamento Leggere per leggere.

L’evento  è inserito nel Festival della Lettura che BarchettaBlu organizza da nove anni e di cui alleghiamo il programma in cui è inserita anche l’iniziativa della Notte del lavoro narrato.

E’ prevista una conferenza stampa a Venezia il 9 aprile dove presenteremo il Festival e daremo rilievo anche alla Notte del lavoro narrato.

La contatteremo nelle prossime settimane poiché vorremmo girare un breve video da inviarle sulle attività della nostra biblioteca illustrate dalla responsabile Sabina Italiano, che metterà in rilievo la sua professione di lettrice professionista.

Alleghiamo una scheda sintetica del Festival della lettura in cui è inserita l’evento della notte del lavoro narrato. Seguirà un volantino specifico e un comunicato stampa, esclusivamente dedicato alla serata del 30 aprile.

Cordialmente
L’equipe di Barchettablu
Monica Nobile
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Ieri, Oggi e Domani

di Gennaro Cibelli

Il lavoro è parte fondante dell’identità dell’uomo, lo plasma, lo accompagna durante la sua vita, gli consente di viverla, ed è per questo che, come ribadito nella Costituzione Italiana, la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro.
Quando l’anno scorso mi parlarono della “Notte del lavoro narrato” abbracciai il progetto con entusiasmo e, insieme agli amici dell’associazione di promozione sociale Primomito Teatro Sangiorgese, decidemmo di dar vita ad una sorta di laboratorio dove a parlare erano le emozioni, i sentimenti, l’esperienza legata a lavori del passato, del presente e del futuro.
Il 30 Aprile 2014 fu una serata entusiasmante: si parlava di lavoro sì, ma di lavoro non solo finalizzato ad un reddito… era lavoro svolto con passione, lavoro ben fatto perché svolto con la volontà di conseguire e procurare soddisfazione. Sulla scena si alternarono diverse generazioni, diversi bagagli culturali, e chi assistette in sala fu pervaso da un’atmosfera magica.
Insieme agli amici di Primomito ci siamo ripromessi di partecipare nuovamente a questa splendida manifestazione facendo sì che lavori quasi estinti non vengano dimenticati e che i mestieri del nuovo millennio siano meglio conosciuti ed apprezzati.
I tempi cambiano ma la passione e la tenacia per ciò che si fa deve e dovrà sempre rimanere intatta. Perché “ciò che va quasi bene non va bene”.
Ci vediamo il 30 Aprile 2015.
Gennaro Cibelli

Accade solo a Carovilli

di Salvatore Testa e Nadia Falasca

Prima degli anni ’80 a Carovilli, come in tutti i paesi molisani (forse d’Italia) tra i baristi (i ristoranti all’epoca erano pochi) regnava una sorta di concorrenza/odio che ovviamente influiva negativamente anche sulla clientela generando imbarazzo a frequentare più di un bar. (Un aneddoto che esprime al meglio questa condizione è l’acquisto del quotidiano dal collega barista senza guardarsi negli occhi).
Le cose cominciarono a cambiare negli anni ’90 con la nascita di altri due bar nel paese dove il titolare di uno dei due bar era un grande amico del figlio del titolare dell’altra attività in questione: occasione questa per coltivare una bella amicizia sia frequentando a vicenda i loro bar sia quelli degli altri. Qualche anno dopo un altro ragazzo prese in gestione uno dei bar situato nella piazza del paese e anche qui stesso rapporto, stessa amicizia. Nasceva tra i tre amici il patto delle 10.000 lire che venivano spese a turno tra di loro.
Questa bella amicizia tra colleghi e “concorrenti” a fine anni ’90, gli anni in cui si parlava di ‘par condicio’, diede vita a Carovilli alla cosiddetta ‘Bar Condicio‘ che oltre a non creare imbarazzo nei clienti a frequentare altri luoghi senza problemi portava ad una collaborazione e frequentazione reciproca tra colleghi (esiste sempre un collega pronto a darti una mano col suo magazzino in caso di necessità).
Da questa collaborazione allargata poi agli amici ristoratori nascevano eventi (festa della birra, ‘la Barracca’, mercatino sotto le stelle, serate in piazza, ecc…) alcuni dei quali sono arrivati anche ai nostri giorni per culminare poi dal 2013 nella Festa dei Baristi, Ristoratori e Albergatori in nome del Santo Patrono S. Amando di Maastricht (patrono dei baristi).
Sì, accade solo a Carovilli.
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Chi siamo e perché siamo felici di esserci

di Maria Clara Esposito
ALT-Associazione Lettori Torresi, di cui faccio orgogliosamente parte, è nata due anni fa, dalla capa fresca di alcune persone che avevano una fondamentale passione in comune, quella per i libri. Capa fresca, poi, si fa per dire: c’abbiamo il presidente fumettologo che fa i turni al call-center, la segretaria che ambisce al premio di studentessa più veloce del West, l’illustratrice super-brava che il sabato lavora in pizzeria, il fotografo che ci fa sembrare più belli a tutti quanti (e non pensate che sia facile), l’ingegnere, la prof., la traduttrice…tutte persone che guardano quello che hanno, lo rispettano, ma sentono l’esigenza di non fermarsi qui, di poter chiedere a se stessi qualcosa di più.

Ed è così che in un territorio culturalmente dormiente e tendente alla mortificazione, abbiamo messo su una piccola biblioteca, in continua espansione, e un gruppo di lavoro che organizza presentazioni di libri, mostre, reading, eventi teatrali e musicali e, recentemente, anche piccoli progetti editoriali autoprodotti. Abbiamo imparato a trovare il modo di pagare un affitto, la bolletta della luce, la libreria nuova per le nuove donazioni; abbiamo imparato che per essere felici, per fare quello che ami e per stare con chi ami, ti devi prendere un sacco di responsabilità; abbiamo imparato che se certe cose non le fai trovando la maniera di divertirti, veramente non ha senso neanche alzarsi la mattina; abbiamo imparato che se vuoi una cosa, il più delle volte te la devi costruire con le mani tue.

Quando ci è arrivato l’invito a partecipare alla Notte del Lavoro Narrato, non solo come persone, ma anche come realtà collettiva, ci siamo sentiti in diritto e in dovere di accettare l’invito. L’augurio, per quella sera, è di riuscire a parlare di lavoro, come sinonimo di futuro, di felicità, e di riuscire a trasformare la frustrazione e l’ansia, che facilmente assale chi oggi si confronta col mondo del lavoro, in forza propulsiva, trainante, la stessa che ci ha guidato fin qui e che è l’unica, a nostro avviso, capace finalmente di schiacciare la crisi e l’immobilità, prima che ci annienti.
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La nostra notte è l’occasione per tenere assieme l’Italia intorno al lavoro non è un evento

Ebbene sì, la cosa più importante che volevo condividere l’ho scritta tutta nel titolo. Perché intendo gridarlo forte. E perché continuo a sentire da troppe parti grandi entusiasmi per l’idea che però si affievoliscono quasi fino a perdersi quando si passa alla parte organizzativa. Come se ognuno di noi o organizza il grande evento o fa brutta figura.
Scusate, ma come cantava Guccini quando ero più giovane non mi lego a questa schiera, morrò pecora nera. Perché si. Rileggetevi il titolo: tra duecentomila persone che si riuniscono da una parte e dieci persone che si organizzano in ventimila posti io non ho dubbi, scelgo la seconda che ho scritto. E scelgo la seconda anche se le dieci persone stanno in duemila posti. E in duecento.
Perché i puntini rossi che Ilaria Vitiello sta mettendo sulla mappa dell’Italia, e in parte anche dell’Europa, vogliono dire esattamente questo, guardate che il 30 Aprile l’Italia sta assieme per narrare, leggere, cantare, disegnare, rappresentare il lavoro.
Perciò smettiamola con questa ansia da prestazione, anche se siete in cinque trovatevi un posto dove scambiare le vostre storie di lavoro, fate qualche foto e qualche breve video, non dimenticate l’hashtag #lavoronarrato e via. Dice ma se da me siamo in cinquecento tutto il resto lo devo mandare via? Certo che no. Però è ancora più certo che io una sera così non me la perderei neanche se fossimo in due, qualcosa mi inventerei, a costo di farmi invitare a cena a casa di uno dei miei amici e organizzare sul momento un flash family dedicato al lavoro.
E’ tutto. Spero di essere stato chiaro. Adesso al lavoro. Facciamo girare questo post e coinvolgiamo gli amici. L’indirizzo mail lo conoscete, lavoronarrato@gmail.com
Buona partecipazione.
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Cara Notte ti scrivo

Salve,
sono Giovanni Avolio della libreria indipendente e laboratorio culturale di Roma L’isola non trovata. Vorremo aderire alla vostra bella iniziativa e stiamo preparando un’ipotesi di calendario per la serata.
L’idea è di iniziare con un laboratorio sul lavoro dei sogni aperto ai bambini (la zona libreria è specializzata in libreria bambini e ragazzi) alle 19:00
E poi dalle 20:30
Presentazione della serata
Performance teatrale “Tell l’operaio” a cura dell’Orchestra Teatralica
Esibizione di un gruppo di canto popolare con canti di lavoro.
Letture, dialoghi e racconti di lavoro tratti da diversi scritti selezionati.
L’idea è di implementare con altre proposte che stiamo raccogliendo.
Ci piacerebbe così aderire alla vostra mappa delle iniziative.
Intanto grazie della vostra iniziativa.
Sperando a presto, buon fine settimana.
Giovanni
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I capelli di Marzo

di Gennaro Cibelli
Secondo antiche usanze comuni, tagliare i capelli il primo venerdì di marzo li farebbe ricrescere più sani e robusti, evitando così, fastidiosi mal di testa.
La tradizione propiziatoria, ancora molto diffusa anche a Castel San Giorgio e nella Valle dell’Orco, è trasmessa per via orale e osservata in modo speciale per i bambini, alla quale, simbolicamente, può essere anche tagliata una sola ciocca di capelli.
Qualcuno collega questo peculiare rito a quelli della Settimana Santa, altri, invece, alle fasi lunari. Tagliando i capelli con la luna crescente, essi si svilupperanno più celermente rispetto a un taglio eseguito in luna calante che li farà crescere più, lentamente, ma li renderà più folti.

Simile principio era seguito nella tosatura delle greggi.
Gli agricoltori, ancora oggi, regolano in maniera rigorosa le proprie attività, considerando le fasi lunari: seminagione e piantumazioni in luna crescente; raccolto e vinificazione in luna calante.
Per gli antichi le varie influenze della Luna erano ritenute indubbie, tanto è vero che il nostro satellite era valutato come l’unico canale del cielo, in altre parole l’imbuto della natura, come lo denominavano gli alchimisti, attraverso il quale ogni virtù dal cielo avanza sulla Terra.
Oggi, in questo travagliato inizio di terzo millennio dominato da Internet, in quanti si taglierenna la ciocca di capelli? Nessuno, pochi, tanti?
Difficile dirlo, anche se è sempre valido e attuale il detto secondo cui”non è vero, ma ci credo!”. Da qui il suggerimento di tagliarla via comunque la ciocca di capelli, se non altro per non chiudere la porta in faccia alla salute e alla fortuna! Ricordando – spero senza essere accusato di conflitto di interesse -, che i capelli è sempre meglio tagliarli da un professionista, perché “ciò che va quasi bene non va bene”.
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Da cosa nasce cosa

Ebbene sì, popolo della notte, la nostra iniziativa sta diventando un’occasione per mettere assieme cittadini di ogni età, sindaci e amministrazioni locali.
Leggete cosa ci scrive Patrizia Carnevale da Carovilli, in provincia di Isernia:

Caro Vincenzo,
volevo dirti che noi qui a Carovilli stiamo andando alla grande e stiamo oltre l’evento letterario. Grazie a Veronica Testa che ha messo in moto un bel gruppo di giovani entusiasti del progetto, stiamo “approfittando” dell’evento, che è importantissimo, per individuare una vocazione e rilanciare l’economia del nostro amato paese a partire dal progetto socio-eco compatibile sul quale come sai stavo lavorando da tempo.
Pare proprio che la cosa stia funzionando, faremo scintille, e non solo la notte del 30 aprile, grazie anche alla collaborazione del nostro Sindaco.
Come si dice dalle nostre parti, da cosa nasce cosa.
Ti tengo aggiornato.
Patrizia
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Il lavoro e mio padre

di Selenia Ragni

Il Lavoro e mio padre erano un legame unico, magico, saldo, fatto di poco rispetto reciproco.
Il Lavoro prendeva mio padre, se ne impossessava, di giorno e di notte, in salute e in malattia. Sempre lo riduceva suo schiavo. Anche nell’ultimo giorno della sua vita, il lavoro, muoveva le sue dita, la sua mente, il suo corpo ormai dilaniati.
Ha cercato di trattenerlo vicino a sé con tutte le sue forze.
Mio padre prendeva il Lavoro, se ne impossessava, di giorno e di notte, in salute e in malattia. Sempre lo riduceva suo schiavo. Anche l’ultimo giorno della sua vita muoveva le dita e la mente dilaniate, stringendo a sé il Lavoro perché non se ne fuggisse.
Erano una coppia di innamorati. Innamorati di quell’amore visto dai poeti, discusso dai filosofi, disegnato dai pittori, raccontato dagli scrittori d’ogni tempo, vissuto dagli esseri umani, ma mai compreso.
S’amavano sempre senza odiarsi mai, nutrendosi l’un l’altro di aurore e crepuscoli.
Mio padre non ha mai guardato il Lavoro con occhi disillusi. I suoi occhi lo cercavano sempre e sempre lo trovavano nel movimento delle nuove scoperte, dei sempre nuovi viaggi, dei sempre nuovi limiti.
Ha lavorato tra dolori atroci perché il Lavoro era l’unico capace di calmare i suoi dolori.
I tanti presenti alla sua veglia funebre ripetevano sempre la stessa frase: ” Poveraccio, una vita passata a lavorare come un mulo e poi morire tanto giovane.”
Mio padre non ha mai perso tempo a lavorare: il Lavoro era il suo Tempo, il suo gioco, il suo diletto.
Non ha mai accettato di lavorare alle dipendenze di altri perché era un creativo, perché non voleva limiti, perché non avrebbe mai accettato che qualcuno intaccasse il rapporto esclusivo tra lui e il Lavoro.
Il lavoro, inteso come lui lo intendeva, era uno stile di vita, una scelta di vita rinnovata ogni giorno, la Vita stessa.
Quando entrambi, mio padre e il lavoro, osservavano un oggetto qualsiasi, li vedevi allontanarsi dalla realtà per tornare con la loro nuova creazione. Erano capaci di trasformare tutto, anche i problemi.
Tutto era una nuova scommessa, un nuovo impulso, nuova vitalità.
Ora tu e il tuo Lavoro riposate assieme…

p.s.
Spero di aver colto l’essenza di un rapporto speciale. Mi é tornata in mente la “puzza” di Lavoro che mio padre aveva addosso, fin dentro ai pori della pelle. Mi sono ricordata che per lui era naturale mentre per me era l’odore più buono che avessi sentito. Poi ho pensato a quando il cancro al midollo lo ha bloccato. La cosa che più colpiva era il suo sguardo sulle sue mani diventate, dopo tanti anni, bianche. Più dell’invalidità lo facevano soffrire quelle mani. E nonostante questo cercava e riusciva ad inventarsi nuovi lavori, nuovi impegni, il Futuro. Così sono partita e l’ho raccontato.

L’Antologia del Lavoro Narrato

Mi è venuto in mente Adriano Parracciani mentre parlavo con Edoardo Guidara e così mi sono detto adesso lancio l’idea, che anche questo può essere un modo per partecipare alla nostra iniziativa.
Dice «ma possiamo sapere qual è questa idea?»
Rispondo «un momento prima vi devo dire che Adriano ha fondato “Sottolineato”, il primo gruppo letterario al quale ho partecipato su Facebook e invece Edoardo ha fondato Il Tinello Letterario, l’ultimo (per ora) gruppo a cui sono approdato. Ecco, adesso che ve l’ho detto posso aggiungere l’idea, come sempre molto semplice:
Il 30 Aprile 2015 dalle 20.30 i gruppi letterari che intendono partecipare aprono una sessione a tema dedicata al lavoro. Come sempre il lavoro nei romanzi, nei saggi, nelle poesie, nelle canzoni, nei dipinti, nelle cose fatte con la testa, con le mani e con il cuore insomma il lavoro in tutte le sue forme.
A me l’idea è piaciuta un sacco, anche perché non è alternativa alla presenza di ciascuno di noi ad altre iniziative dal vivo. Chiunque di noi mentre sta da una parte può postare qualcosa nel suo gruppo preferito e il giorno dopo ci ritroveremo con tante belle antologie del lavoro da condividere.
Che ne dite? Vi piace l’idea?
Se come spero la risposta è sì facciamola crescere e moltiplichiamola.
Un abbraccio a tutte/i.
Vincenzo
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Carovilli c’è

Caro Vincenzo, Carovilli c’è!
Il 30 aprile 2015 anche a Carovilli ci sarà La notte del lavoro narrato”, ma soprattutto quella  “del lavoro inventato, con “testa, mani e cuore” (la testa nel futuro, le mani nel presente e il cuore nel passato).
Si, è ufficiale! Presenteremo in quella serata un progetto di sviluppo del paese, socio-eco sostenibile. Aiuteremo i giovani ad inventarsi un lavoro, magari antico (recuperando la tradizione autoctona) ma gestito con le moderne tecnologie.
La sede è la “Società Operaia”, una delle più antiche d’Italia che ancora sopravvive. E dopo aver raccontato il lavoro, dopo aver proiettato i video di chi ce l’ha fatta e di chi ce la vuole fare, tutti a far festa nelle piazzette “a terrazza” che il nostro bel borgo possiede, dove si potranno degustare i piatti della nostra ricca “cucina povera”.  E poi? E poi suoni canti e balli fino a mattina!
Patrizia Carnevale
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Gli artigiani del ferro

Ciao Vincenzo,
avvicinandoci alla Notte del Lavoro Narrato ti mando un breve filmato.
Si tratta del “lavoro narrato” nel nostro museo, il MAGMA, dai lavoratori del ferro dei decenni passati, veri “artigiani” del ferro , per i quali il lavoro non era solo “occupazione”, ma “lavoro” come realizzazione di sé.
Tiziano Arrigoni

Barchetta Blu e Venezia a La Notte del Lavoro Narrato 2015

Gentile Vincenzo,
ci siamo sentiti al telefono alcuni giorni fa per l’organizzazione della notte del lavoro narrato a Venezia, inserendolo all’interno del nostro Festival della Lettura.
Il progetto LIBRO CHE GIRA, LIBRO CHE LEGGI – il Festival della Lettura si svolge nei mesi di aprile e maggio 2015 a Venezia giunge quest’anno alla sua nona edizione ed è organizzato dalla nostra BibliotecaRagazzi BarchettaBlu in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Educative del Comune di Venezia, la Municipalità di Venezia, le Biblioteche e molte altre istituzioni veneziane.
Il titolo è energie: nutrirsi di storie, di racconti, di libri, in tema con l’esposizione universale Expo2015 che ha per titolo Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita, che ci ha dato il patrocinio.
Da molti anni il festival rappresenta un appuntamento molto seguito per le famiglie della città e ha una grande ricaduta nel territorio. Ci piacerebbe quindi organizzare un’iniziativa il 30 aprile in occasione della notte del lavoro narrato. In particolare vorremmo raccontare il nostro lavoro con i bambini e le famiglie della città e il lavoro dei lettori professionisti.
Prossimamente le invieremo del materiale video per lanciare l’iniziativa come ci siamo detti al telefono.
A presto.
Cordialità.
L’equipe di BarchettaBlu
Marina Zulian e Sabina Italiano
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Tiziano Arrigoni ci racconta il Magma

di Tiziano Arrigoni
magmaIl Magma (Museo del Ferro e della Ghisa) di Follonica (provincia di Grosseto, Toscana) è già per se stesso un museo particolare, multimediale, che racconta da solo il LAVORO attraverso filmati originali, testimonianze, prodotti.
E’ collocato in un antico forno siderurgico dell’Ottocento (ma la sua origine risale al Cinquecento) e quindi anche le sue mura raccontano. In più ci sono oggetti in ghisa artistici che raccontano la maestria dei lavoratori. Si racconta anche il rapporto del nucleo siderurgico di Follonica (che ha chiuso i battenti nel 1960, dopo quattro secoli di attività) e il più vasto territorio della Toscana, del Mediterraneo e dell’Europa.
Il San Ferdinando è il primo edificio del complesso Ilva a venire restituito alla città nella veste di nuovo spazio pubblico, seguito da un grande teatro e da uno spazio fieristico costruiti nelle altre fonderie del complesso ex Ilva.
E’ un grande spazio aperto alla città e quindi sono stati scelti modelli narrativi diversificati pensando ad utenti diversi: approfondimenti scientifici e storici si mescolano a racconti indirizzati ai più piccoli spaziando dalle tecnologie utilizzate, alla storia dell’architettura e dell’arte, all’antropologia, alla geo-morfologia del territorio fino all’archeologia.
Ogni postazione è presentata sia in italiano che in inglese e colloca Follonica al centro di un complesso sistema di relazioni commerciali, umane e artistiche di respiro europeo. Il taglio nuovo si rivolge proprio a questo aspetto ovvero dimostra come a metà del 1800 gli scambi fossero molto vivaci e questa una terra dove uomini, tecnologie e cultura si muovevano con grande libertà.

La visita comincia proprio regalandoci un singolare spettacolo. Dal grande lucernario centrale una tenda oscurante lentamente si chiude e riporta lo spazio a quella forte penombra che le era propria. Dalla luce di sei proiettori partono le immagini che riproducono una vera e propria colata e le pareti del forno si infiammano di suoni e colori. Dalla colata si stacca alla fine un pezzo che lascerà emergere la città forgiata di Follonica e quindi la sua nuova vocazione, ovvero quella legata al turismo e al mare. Dai rumori della fonderia si passa gradualmente al soffio costante del vento fino a che, finito lo spettacolo la tenda si riapre facendo calare la luce naturale di nuovo all’interno dell’edificio. Questo spettacolo, programmato per partire ogni 45 minuti accompagna la visita e coinvolge il visitatore in un vortice di emozioni visive e sonore. Ha una durata di pochi minuti così che una volta terminato si possa riprendere tranquillamente la propria visita.
Le narrazioni filmate durano almeno cinque ore per chi vuol vedere tutto e comprendono narrazioni di lavoratori del passato (ovviamente ricostruzioni filmiche) e del presente (testimonianze filmate) e lasciano quindi a chi visita la possibilità di scegliere, cosa leggere, cosa sentire, cosa approfondire.
Ognuno rimane così libero di costruirsi anche una propria narrazione.

Lettera aperta al popolo della notte del #lavoronarrato

Carissime amiche, carissimi amici,
un po’ di voi mi conoscono un sacco, un sacco mi conoscono un po’ e un altro po’ non mi conosce affatto e poiché intendo parlare a tutte/i farò come se nessuno di voi mi conoscesse e cerco di essere il più sintetico e chiaro possibile.

L’approccio che stiamo avendo verso l’edizione 2015 de La Notte del Lavoro Narrato non mi piace. Se così vi sembra troppo generico aggiungo che quello che stiamo facendo mi sembra molto al di sotto delle possibilità e delle necessità. Alcuni numeri per tutti:

1. Siamo in sei (6) ad avere comunicato il nostro evento per il 30 Aprile 2015.

2. Siamo a zero (0) per quanto riguarda la proposta di eventi ulteriori rispetto a quello organizzato l’anno scorso, quando invece ci siamo detti più volte, anche durante l’evento napoletano del 7 settembre 2014 alla Feltrinelli, che il modo più realistico per avvicinarci almeno un poco all’obiettivo dei 1001 eventi che ci siamo dati per 2015 è quello che ciascuno dei 100 soggetti che hanno partecipato all’edizione 2014 avrebbe sollecitato amiche e amici ad organizzare a loro volta iniziative, moltiplicandole.

3. Siamo vicino allo zero (0) per quanto riguarda l’attività di condivisione, di rilancio, di ampliamento del nostro gruppo su facebook.

4. Siamo vicino allo zero (0) per quanto riguarda l’apertura di pagine social (facebook, twitter, altro) per promuovere la partecipazione e gli eventi.

5. Siamo vicino allo zero (0) per quanto riguarda la promozione e la diffusione del video relativo all’edizione 2014, rispetto al quale ciascuno di noi è stato molto più preso dalla domanda comprensibile ma in fin dei conti autoreferenziale “fammi vedere se ci sono e come ci sono” invece che dalla domanda “quante persone, associazioni, soggetti, amici posso coinvolgere facendogli vedere un po’ delle belle cose che abbiamo fatto l’anno scorso”.

Ecco, io mi fermerei qui, perché non è che dobbiamo fare l’elenco della lavandaia, tra di noi ci capiamo, credo, e alla fine capirsi vuol dire essere consapevoli che ci dobbiamo dare una grande mossa, tutti assieme, se vogliamo che la bellissima esperienza dello scorso anno si ripeta e si moltiplichi.
Facciamo così, aggiungo una cosa sola e poi basta, per dire soprattutto a chi non mi conosce che non me la sto prendendo con nessuno, che ho la fortuna di appartenere a una storia nella quale se uno se la deve prendere con qualcuno se la prende con se stesso, nel senso che si interroga innanzitutto su quello che lui non ha fatto o poteva fare meglio, che a questo mi dedicherò nei prossimi giorni, cercando di migliorare, che però forse questo esercizio di riequilibratura non riguarda solo me e che in ogni caso perdonatemi che io sono fatto così, uguale a mio padre, quando penso di dover dire una cosa se non la dico schiatto, e non mi pare il caso.
Con l’affetto e la gratitudine di sempre.
vincenzo

Vincenzo Crolla racconta Massimo

Il mio amico Vincenzo Crolla mi scrive per chiedermi se mi piace questa storia per l’Edizione 2015 de La Notte del Lavoro Narrato.
Per tutta risposta gli ho proposto di pubblicarla qua la sua storia, e lo stesso invito faccio anche a voi che ci leggete, che sarebbe bello accompagnare questi giorni che ci separano dal 30 Aprile 2015 con tante storie, canti, video, disegni, ecc. di lavoro.
Grazie Vincenzo. Grazie tante.
vm

crollaMassimo è uno dei tanti, poco più che quarantenni, che abbiamo visto nascere, crescere e diventare disoccupati in questa sorta di famiglia allargata che sono “Le Palazzine”. Il rione di case popolari posto su in collina nel 1959, quando andare lassù era un po’ come andare ad abitare sul Monte Amiata per gente che arrivava dai luoghi più disparati della città: dai tanti bassi dei quartieri popolari pulitissimi e umidissimi insieme; sorte di “antri della Sibilla” dove, spesso in 30 mq, vivevano, l’uno sull’altro, otto, dieci, a volte dodici persone. Famiglie numerose, cresciute in un epoca dove la sera, non sapendo cos’altro fare, si mettevano a cuocere figli che sarebbero stati pronti nove mesi dopo.
La zona era amena, non c’è che dire: asciutta, piacevolmente ventilata e panoramica pure.
Almeno fino a quando, i vari Sagliocchi, Orofini, Merolli & Paderni, non decisero con le loro bruttissime case – vero trionfo della velocità della linea retta partorita dal tecnigrafo del geometra – di accorciare la vista di quella gente e di precludere loro lo sguardo lungo verso il mare: Bagnoli e il Virgiliano a Ovest, il Vesuvio e la costiera sorrentina dal lato opposto.
La zona era bella, l’aria e l’acqua erano eccellenti e perciò, quelle case – belle anche loro – finirono con l’essere abitate non solo da sottoproletari con famiglie numerose ma anche da un ceppo consistente di classe operaia e da un nucleo, più appartato, di ceto medio professionale: impiegati, insegnanti, bancari, un paio di medici.
Non tutti certamente con le “carte” perfettamente in regola per ottenere una casa del Comune; ché forse alcuni la casa potevano anche fittarla da un privato o comprarla addirittura.
Sia come sia, nelle Palazzine, finirono col convivere uomini, culture, idee, visioni del mondo e concrete condizioni di vita di estrazioni e radicamenti lontanissimi tra loro. Gli improvvisati campetti di calcio, tirati su dalle terre che cominciavano a liberarsi di peschi e susini, furono teatro di memorabili partite di pallone dove a fronteggiarsi erano squadre improvvisate e promiscue, che al loro interno contenevano senza problemi il liceale classico, il garzone di bottega e l’apprendista muratore.
Ci sono i figli di terza generazione adesso alle Palazzine, Massimo è uno di questi.
L’esperimento sociale, forse casuale forse no, che mischiò ceti e persone diverse ha, grosso modo, funzionato, attivando, almeno sul piano dell’educazione civica, uno spirito di emulazione fatto di orgoglio e dignità; dove i figli dei meno abbienti hanno appreso, da chi già sapeva farlo, come e in che modo, si dispongono a tavola coltelli, cucchiai e forchette secondo i dettami di Monsignor Della Casa.
A funzionare meno, e a incepparsi più spesso che a volte, è stato l’ascensore sociale. E perciò Massimo, che nel frattempo ha trovato una compagna, un figlio e un cane, non ha mai trovato un lavoro vero pur sapendo fare mille cose.
E così se lo è costruito da solo un lavoro, contando sulla solidarietà e sull’affetto di chi lo ha visto crescere, ma, ancor più, sull’assenza del Comune che, pur riscuotendo stabilmente le imposte, non ha nessuna cura del verde né della pulizia delle strade.
E così oggi, Massimo, è il netturbino-giardiniere delle Palazzine, contando sui cinque euro al mese che ogni singola famiglia gli offre.
Buona Notte del Lavoro Narrato a tutte/i voi.
Vincenzo Crolla

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Avimme sbagliato Lunedì.
Ci vediamo settimana prossima,
Lunedì 22 Dicembre.

Tu, tu, popolo delle 1000 e una notte del lavoro narrato, ascoltami.
Lunedì 15 Dicembre 2014, in contemporanea sul nostro canale Youtube e in tutte le bacheche d’Italia uscirà il video che documenta l’Edizione 2014 de La Notte del Lavoro Narrato.
Come tutte le nostre cose è costato tempo e fatica, ma alla fine ce l’avremo fatta.
Adesso si tratta innanzitutto di vedercelo, e di godercelo, e poi di farne tutti assieme uno straordinario strumento di coinvolgimento del popolo della rete all”Edizione 2015. Conto su di voi, e so che mi posso fidare.

Colgo l’occasione per ricordare che una delle tante maniere semplici per moltiplicare gli eventi per la notte del 30 Aprile 2015 (ci siamo dati l’obiettivo di 1001 incontri) è chiedere alle Associazioni, ai Circoli Culturali, ai Cineforum, alle Fondazioni, alle Biblioteche, al Dopolavoro ferroviario, alla scuola, a quello che ci pare, che frequentiamo, di organizzare qualcosa per quella data.
Non pensate solo a iniziative faraoniche, bastano anche un paio di ore e un po’ di persone disposte a leggere, narrare, cantare, dipingere, disegnare, ecc. storie di lavoro.

30 Aprile 2015. Le 1000 e una Notte del Lavoro Narrato.
Jamme. Andiamo. Let’s go. Adelante.
Sta nuttata ‘e sentimento nun è fatta pe’ durmì.
rivello

‘A fatica pigliata ‘e facepainting. Che dici, Matteo, ce la facciamo?

Facciamo così, per prima cosa riassumo la faccenda del lavoro preso di faccia, che c’è chi la conosce e chi no, e anche chi la conosce con questi chiari di luna non è detto che se la ricordi.
Come ho raccontato in un libro di qualche anno fa (Bella Napoli, 2011), il lavoro è entrato per la prima volta nella mia vita grazie a mio padre, con la sua Lectio Magistralis intorno alla differenza tra ‘a fatica pigliata ‘e faccia e ‘a fatica fatta ‘a meglio ‘a meglio. Papà sapeva fare bene tante cose, ed è stato grazie a lui che il lavoro nella nostra famiglia non è mai stato solo fatica ma anche dignità, onestà, rispetto, il fischio che faceva quando tornava a casa la sera, l’odore della frittata di cipolle che si spargeva nell’aria alle prime luci dell’alba. Sì, lui aveva rispetto per il lavoro, lo considerava importante, e insomma a casa Moretti funzionava come in tante altre case operaie del tempo nel senso che il lavoro lo respiravi, lo toccavi con mano, ci facevi il callo, già da bambino.
Il teatro nel quale si svolse il fatto era, tanto per cambiare, l’Enel di via Galileo Ferraris, i termini del conflitto di papà con il suo collega possono essere invece riassunti così: bisogna fare bene e al più presto il proprio lavoro a prescindere dalla sua gravosità, dall’impegno richiesto, o conviene traccheggiare sperando che il lavoro “sporco” tocchi a qualcun altro? Crescendo, ho avuto modo di farmi una mia idea in proposito, poi mi sono adoperato per evitare che l’idea restasse soltanto un’astrazione, ma la lezione di mio padre non me la scorderò più, campassi cent’anni.

Ecco, adesso che vi ho raccontato perché è importante che il lavoro sia preso di faccia vi posso dire che Matteo Arfanotti è un mio amico generoso e gentile, un artista campione mondiale di facepainting e bodypainting e che insomma se volete saperne di più su di lui e volete deliziare i vostri occhi con un po’ delle cose che fa potete leggere l’articolo che gli ho dedicato, che trovate qui.

Perché vi racconto tutto questo? Perché sulla bacheca di Matteo ho letto questo: “Venerdì 31 Ottobre: “La Notte dei Genitori Mutanti” al Museo del Castello di San Giorgio a La spezia, facepainting per i più grandi!” e a me che sono un vecchio approfittatore mi è venuta l’idea di una Notte del Lavoro Narrato, il 30 Aprile del 2015, con Matteo che dipinge il lavoro sulle facce delle persone, anche una piccola cosa, che ne so, un chip, una matita, un piccolo martello, un libro, quello che vuole, che il campione del mondo di facepainting e di bodypainting è lui non io.

Dite “ma così è una faticaccia”, quello Matteo ti manda a quel paese, e fa anche bene? Rispondo che il lavoro ce lo dividiamo, nel senso che noi possiamo occuparci della comunicazione, dell’organizzazione, e di tutto quello che può servire per preparare al meglio l’evento. E aggiungo che si vede che Matteo non lo conoscete, perché se non si può, qualunque sia il motivo, lui me lo dirà nel modo più gentile possibile, ma non per finta, perché lui è veramente così, una persona buona.
Direi che è tutto, voi continuate a seguirci, vi teniamo informati.

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Foto di Francesca Calamita

Il 30 aprile trasformiamo l’Italia in un teatro

di Manuela Lozza

A.A.A cercasi
Persona/e in grado di creare, insieme a me o in autonomia – da qui in poi “squadra” – la riduzione teatrale di un’opera narrativa.

L’opera è “Testa, mani e cuore” di Vincenzo Moretti.

La pièce dovrebbe risultare (in tutto, quindi comprendendo le parti non dialogate) di max 45 minuti e il testo dovrebbe essere pronto entro la fine di novembre, al più tardi comunque per quest’anno, per poter consentire a chi vuole metterla in scena di avere tutto il tempo.

Il fine è dare uno strumento:

– a chi ha già partecipato l’anno scorso e ha paura di ripetersi
– agli enti come le scuole che devono presentare un progetto
– a chi vuole aderire ma non se la sente di inventarsi qualcosa
– alle compagnie teatrali professionali e non.

Di seguito una serie di suggestioni (alcune delle quali andranno messe in pratica in fase di regia, ma conoscerle può aiutare il drammaturgo):

– il testo dovrebbe partire da una base di semplicità…mi spiego: potenzialmente lo metteranno in scena compagnie improvvisate, di non professionisti, di persone che magari recitano o fanno una regia per la prima volta in vita loro. Contemporaneamente, ai teatri e alle compagnie stabili che vorranno aderire, dobbiamo dare la possibilità di metterla in piedi nel tempo libero, senza inficiare il “lavoro remunerato”.

– nella mia idea, per semplificare il lavoro registico, si potrebbe mettere in scena la narrazione base (per chi conoscesse il libro, le vicende dei 2 fratelli, ad esempio) e gestire i racconti che la squadra troverà più significativi a mo’ di sogni, flashback, racconti dei personaggi.

– sarebbe bello prevedere parti corali, anche se non dialogate, in cui si possano far salire “sul palco” un numero illimitato di persone, a seconda della scelta dei vari registi e dei partecipanti.

– il testo dovrà essere concepito in modo da adattarsi allo spazio, alla fine deve essere qualcosa che si può mettere in scena anche in un salotto, su un terrazzo.

Forza forza, che siamo bravi e pieni di emozioni!

 

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Verso La Notte Del Lavoro Narrato 2015

– 209 giorni a “Le Mille e una Notte del Lavoro Narrato”

Domenica 7 settembre, una parte del network de “La Notte Del Lavoro Narrato” si è incontrato a Napoli. La sala eventi della Feltrinelli di piazza dei Martiri ci ha ospitato per discutere di ciò che è stato fatto nell’edizione 2014 ma soprattutto di ciò che vogliamo fare nel 2015.

Abbiamo ribadito i temi, certo, ma anche ribadito quanto sia importante l’organizzazione, così come scriveva sia Antonio Fresa «viva i social network, gli strumenti digitali e tutto il resto ma fondamentale è stato girare, parlare ascoltare, far comprendere appunto che “siamo tutti nella stessa barca” e che il tema del lavoro è un tema basilare per una comunità, e che addirittura – come in effetti ricorda la Costituzione stessa – non si dà democrazia se non si dà dignità al lavoro» sia Francesco Panzetti, che proponeva la stesura di un documento di Buone Pratiche per spiegare effettivamente in che modo è possibile partecipare attivamente al network: «Ce ne sono di motivi per cui dire che l’incontro di oggi è stato bello. Innanzitutto perché è completo, pieno di sguardi vivi, di cuori pulsanti, di mani ansiose di fare. Ma questo forse già lo sapevamo, pur non conoscendoci. Ciò che invece è una sorpresa, forse, è che se ognuno di noi sa fare molto bene qualcosa, allora c’è molto da imparare. Per questo penso che il primo compito che ci aspetta è quello di imparare ciascuno da tutti gli altri ciò che ciascuno sa fare meglio degli altri».

I punti che sono venuti fuori dall’incontro sono questi qui:

1. Passare da 100 luoghi a 1000 luoghi – come ci siamo proposti per l’edizione 2015 – non vuol dire solo moltiplicare x10 gli sforzi che abbiamo fatto l’anno scorso, perché come sappiamo queste cose non funzionano matematicamente. Per cui quelli che hanno organizzato un evento l’anno scorso devono diventare veri moltiplicatori, nodi attivi.

2. I soggetti da coinvolgere devono essere i più vari: dal più grande al più piccolo, senza dimenticare i piccolissimi. Coinvolgere anche la radio o la libreria più piccola del paese Italia è un successo.

3. Aumentare la capacità dei nodi del network di tenersi in contatto e di propagare l’idea.

4. Organizzare una roadmap che di mese in mese ci porti in diversi luoghi d’Italia. Ci riusciamo? Un evento come quello svolto alla Feltrinelli riusciamo a replicarlo a Milano? A Roma? A Venezia? A Padova e così via?

5. Spingere le persone e i partecipanti non solo a leggere e cantare parole e canzoni di altri, ma a raccontare la propria storia.

6. Buttiamo giù una lista di buone pratiche, una lista di tutte le competenze che compongono il nostro network, costruiamo un tutorial facile da far girare tra i partecipanti dell’anno scorso ma utile soprattutto ad attrarre nuove realtà.

Qui sotto, invece, potete vedere il video del nostro incontro del 7 settembre. Per dirla alla maniera di Troisi, un po’ voi siete tanti a parlare ed io uno solo a riprendere, un po’ è stata una cosa improvvisata e un po’ qualcuno ha parlato a voce bassa. Purtroppo alcuni dei partecipanti sono rimasti fuori dal video. Spero apprezziate comunque il tentativo di utilizzare qualche immagine del nostro incontro per fare un ulteriore punto della situazione.

Caro Vincenzo (bis)

Ho letto con attenzione il post di Francesco Panzetti e mi sono piaciuti alcuni suoi passaggi.
La dialettica tra imparare e insegnare mi coglie nel vivo delle mie riflessioni sulle proposte di riforma per il sistema scolastico italiano, ma di questo parleremo poi.
In questa fase vorrei dire due parole sulle esperienze vissute fin qui per la passata edizione della Notte del Lavoro Narrato e sulle (poche) indicazioni che ho potuto o saputo trarre.
In effetti, come ben ricordi, l’Associazione Librarsi di Narni – di cui mi onoro di essere membro – ha dovuto fronteggiare una serie di problemi organizzativi e operativi per giungere alla notte del 30 aprile.(Partimmo in effetti davvero male con la “presentazione in contumacia”).

Empatia e resilienza sono due termini che vengono usati spesso. In un linguaggio più immediato per me empatia può voler dire “siamo nella stessa barca” e resilienza può indicare che “un modo per cavarcela lo troveremo”.
In effetti è andata proprio così: viva i social network, gli strumenti digitali e tutto il resto ma fondamentale è stato girare, parlare ascoltare, far comprendere appunto che “siamo tutti nella stessa barca” e che il tema del lavoro è un tema basilare per una comunità, e che addirittura – come in effetti ricorda la Costituzione stessa – non si dà democrazia se non di dà dignità al lavoro.
Questo approccio ha aperto tante porte, ha aiutato a raccogliere le storie di tante persone che hanno sentito di far parte di un’unica grande narrazione. Disoccupati, pensionati, giovani, cassaintegrati, rappresentanti delle istituzioni e così via hanno percepito che il nostro approccio metteva tutti sullo stesso piano e tutti con lo stesso valore.
A ben vedere, anche la formula di offrire a tutti lo stesso tempo per gli interventi, è stata positiva e “democratica”. Abbiamo evitato così che qualcuno, anche in buona fede, si impossessasse dell’evento.

E’ stato faticoso ma bello contattare, visitare, discutere, raccogliere e vedere, infine, tanta tanta gente è stato un risultato che ci ha reso contenti e convinti.
Ad ogni passo, di fronte ad ogni piccola o grande difficoltà ci ha aiutato lo strumento del confronto, dell’apertura: il suggerimento inatteso, la proposta non ancora arrivata, la disponibilità non calcolata ci hanno consentito di superare gli ostacoli.
Oggi ci stiamo già confrontando per la prossima edizione e tante saranno le novità e migliore sarà l’organizzazione: lo spirito resterà lo stesso perché lo riteniamo essenziale.
Rete digitale per girare l’Italia, rete di contatti diretti per radicare l’evento e farlo crescere sul territorio.
Saluti Antonio Fresa (e anche auguri)

Caro Vincenzo

di Francesco Panzetti

Caro Vincenzo,
ti propongo una riflessione a caldo sull’incontro di oggi, Domenica 7 Settembre. Sono pronto ad impegnarmi e a fare la mia parte per aiutare la Notte 2015 ad essere davvero quella del 2014 elevata al quadrato.
Ce ne sono di motivi per cui dire che l’incontro di oggi è stato bello. Innanzitutto perché è completo, pieno di sguardi vivi, di cuori pulsanti, di mani ansiose di fare. Ma questo forse già lo sapevamo, pur non conoscendoci. Ciò che invece è una sorpresa, forse, è che se ognuno di noi sa fare molto bene qualcosa, allora c’è molto da imparare. Per questo penso che il primo compito che ci aspetta è quello di imparare ciascuno da tutti gli altri ciò che ciascuno sa fare meglio degli altri.
Ecco, io comincerei dall’individuare una serie di aspetti che hanno riguardato sicuramente (e quindi possono riguardare ancora) ogni notte del lavoro narrato, indipendentemente da come la si voglia organizzare, e di far dire ad ognuno come li hanno affrontati. Tiriamo le somme dalle brevi descrizioni che forniremo e così otterremo un insieme di linee guida: il meglio di quello che abbiamo saputo fare. Mica poco. Però possiamo fare ancora di più: possiamo aggiungerci anche le idee non ancora realizzate, discuterle come abbiamo fatto oggi e mettere anche quelle nella nostra guida.
Penso che molti di noi abbiano incontrato qualche difficoltà o si siano posti dei dubbi su come organizzare la notte del lavoro narrato. Allora possiamo partire proprio da lì.
Per esempio: come si fa a coinvolgere un pubblico di persone sconosciute per farle partecipare all’evento? Quali possono essere i canali, quali le soluzioni?
Se non faccio in tempo a raccogliere delle storie o a coinvolgere persone in grado di raccontarle, come posso risolvere? (Per questo l’idea della nostra amica di Varese è tanto semplice quanto efficace). E poi c’è la mappa, come ha detto l’altra nostra amica: avere una mappa dei temi trattati nel 2014 è un’idea stupenda. Che non è solo un’istantanea di quello che è stato già realizzato, ma una roadmap per il futuro, una dichiarazione d’intenti, un’azione politica.
Mica poco.
Per quanto mi riguarda, propongo di utilizzare la Rete e Facebook per realizzare questa aggregazione di best practices (ma m’impappino sempre quando lo dico!), ma anche qualche altra azione per aiutare la Notte ad essere sulle bocche di tutti, ad incuriosire, far parlare di sé (e di voi, di loro). Per esempio creare la grafica da scaricare e far stampare da chi voglia, per ottenere una maglietta con un QR code che punti al sito, l’URL del sito (www. etc.) e sotto un semplice claim: “racconta la tua storia” (o qualcosa del genere). Se la portiamo tutti quanti una volta alla settimana per qualche ora penso che qualcosa di buono lo facciamo. L’indirizzo codificato nel QR potrebbe puntare ad una pagina apposita per tranquillizzare il curiosone, sennò non capisce subito e poi se ne scappa (si chiama landing page, ma questo anche se non lo sappiamo dire non fa niente).
Io mo’ le ho dette, poi ci ragionate tutti quanti e si vede.
Forse non ho tutte le idee chiare, ma il bello di questa squadra è questo: so che qualcuno saprà farlo meglio di me. 🙂
Vi abbraccio tutti, grazie per quello che mi avete dato e che ci darete ancora.
Francesco

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La Compagnia del Lavoro Narrato

Si comincia tra poco. Ore 10.30. La Feltrinelli Libri e Musica di Napoli Piazza dei Martiri. Come diciamo a Napoli, vi sto facendo la capa tanta ma alla fine funziona come dico io: se non ci diamo da fare tutte/i assieme, questa è la volta che prendiamo i pali, nel senso che l’obiettivo di passare dai circa 100 luoghi del 2014 ai 1001 del 2015 diventa uno spot, al massimo un’idea, che in queste faccende qui aveva ragione Giorgio Gaber, “un’idea, finché resta un’idea, è soltanto un’astrazione”.
Ebbene sì, siamo donne e uomini pieni di idee, innamorati delle idee, talvolta persino sconvolti dalle idee, però a un certo punto le idee devono diventare fatti, e questo fatto qui, 1001 luoghi nei quali il 30 Aprile 2015 le persone si incontrano per leggere, narrare, cantare, interpretare, disegnare e quant’altro ci pare storie di lavoro, è difficile da realizzare. Direi molto difficile.
Io però sono come sempre fiducioso e lo sono diventato ancora di più dopo aver letto due messaggi di due amiche che oggi non riescono a essere con noi.
Questo è quello di Maria Luisa:
“Ciao Vincenzo, ti scrivo per dirti che non posso esserci in questo fine settimana ma ribadisco la mia partecipazione per la notte del lavoro narrato 2015.  Ne ho parlato con il  MUSIL (Museo della Storia dell’Industria e del Lavoro di Brescia) che offrirà spazi e collaborazione. L’idea che porteremo è basata sull’accoglienza dei rifugiati e dei migranti e sulla valorizzazione dei saperi dei lavori manuali e intellettuali nei Paesi di provenienza.
Il sottotitolo sarà “il saper fare al di là del mare”. Storie, interviste e narrazioni che saranno presentate e rappresentate in occasione della‪#‎nottedellavoronarrato‬. Ve lo avrei presentato in questo fine settimana, ma sono bloccata da un figlio piccolo e da un compagno che lavora a chiamata. Insomma vi penso e un po’ vi invidio. Molti abbracci a tutti voi e viva il lavoro ben fatto e ben pensato.”
Questo è quello di Lina:
“Sera Professor Moretti, purtroppo domani non riesco ad esserci, questa tesi mi sta prendendo molto tempo, ma ancora per poco, ottobre è vicino. La prego di tenermi informata sulle novità del progetto. Per me è importante farne parte, ha un valore antropologico oltre a quello sociale. Farò di tutto affinché nella notte del 30 Aprile 2015 Castellammare come città tutta partecipi. Buona serata. Un saluto.
Vincenzo, mi sono detto, se anche chi non riesce a venire ha questa carica ce la possiamo fare.
Sì, ce la possiamo fare, però ci dobbiamo organizzare. A cominciare dalla piccole cose.
Su Facebook, ad esempio, abbiamo un gruppo, La Notte del lavoro Narrato,  con  859 componenti. Organizzarsi vuol dire che se ciascuna/o di noi aggiunge un certo numero di persone che ritiene possano essere interessate ci mettiamo poco ad arrivare a 5mila, ed essere 5mila invece di 859 serve, perché ci sono più persone che seguono le nostre iniziative e ci sono più possibilità che esse si moltiplichino.
Altro esempio. L’anno scorso hanno partecipato alla nostra notte 6-7 radio, se ognuno di noi fa mente locale e si domanda “ma io conosco qualcuna/o che lavora in una radio, non importa quanto sia piccola, media o grande, che possa essere interessata a partecipare all’edizione 2015?”, e se la risposta è si agisce di conseguenza, informa, coinvolge, segue, facciamo in fretta ad arrivare a 30 radio e anche a 50, che come avrebbe detto il grande Catalano di Quelli della Notte (quella di Arbore, non la nostra) sono meglio di 5. E lo stesso vale per i blog che molti di voi e molti dei vostri amici hanno, e che possono dedicare periodicamente uno spazio alla Notte del Lavoro Narrato, che possono colelgarsi al nostro blog e seguirlo, e così via discorrendo, in maniera tale di arrivare il più presto possibile ad avere un vero e proprio network de La Notte del Lavoro Narrato.
Naturalmente si possono fare anche tante, tante, tante altre cose, un po’ le discutiamo stamattina, mi piaceva semplicemente dire che non stiamo cercando semplicemente di rifare la bella iniziativa dell’anno scorso, stiamo cercando di fare molto di più, perché noi ci crediamo davvero che La Notte del Lavoro narrato possa contribuire a cambiare la cultura del nostro Paese. Perciò forza, jamme, adelante, che oggi nasce La Compagnia del lavoro Narrato. Ci vediamo alla Feltrinelli. E, per chi non può venire, ci ritroviamo qui.
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Napoli, 6 e 7 settembre 2014

Allora, cerchiamo di essere chiari, brevi e precisi.
Sabato 6 Settembre 2014 e Domenica 7 abbiamo pensato di incontrare a Napoli le organizzatrici e gli organizzatori de La Notte del lavoro Narrato 2015.
L’obiettivo che ci siamo dati è impegnativo – passare dai circa 100 luoghi di quest’anno ai 1001 di quello prossimo -, e se non ci diamo da fare tutte/i assieme questa è la volta che prendiamo i pali, come si dice a Napoli.
Naturalmente assieme all’impegno c’è la festa, il piacere di raccontarci e di incontrarci, per tante/i di noi sarà la prima volta, e poi c’è questa bella possibilità di farci raccontare da Manuela Lozza La Milanesa, il suo romanzo ambientato proprio a Napoli.
Il programma prevede perciò nel pomeriggio del Sabato la presentazione del libro, la sera mega pizza collettiva e la Domenica dedicata alla nostra notte.
Due giorni da sogno dunque, e però se vogliamo che i sogni non siano solo desideri ma anche realtà ci sono delle piccole grandi cose da fare in tempi molto ma molto rapidi perché il 6 e 7 Settembre sono alle porte e perché chi arriva da altre città ha bisogno di prenotare per tempo viaggio e altro in maniera tale da ridurre il più possibile i costi.

Faccio un elenco per definizione provvisorio dei lavori in corso:
1. definizione dei luoghi in cui presentare il libro, mangiare la pizza e vederci la domenica per raccontarci e discutere, e a questo ci pensiamo Mariangela, Alessio, Cinzia, io e chiunque altro napoletana/o che abbia idee e proposte, relative a Napoli città, affinché le persone che vengono da fuori non debbano perdere 2 ore per arrivare in stazione o in aeroporto;
2. definizione dell’elenco delle persone che hanno piacere o comunque possono partecipare, se siamo 20 il punto 1 va affrontato in un modo, se siamo 100 in un altro;
3. definizione dell’elenco delle persone che hanno possibilità di ospitare qualcuna/o delle amiche e degli amici che arriveranno da altre città;
4. definizione dell’elenco delle prenotazioni per chi desidera essere ospitata/o nel caso ci siano posti disponibili.

Come è evidente i diversi punti sono strettamente collegati tra loro, perciò muoviamoci tutte/i in fretta e bene, l’indirizzo al quale scrivere per qualunque comunicazione è lavoronarrato@gmail.com
Buona partecipazione.
1001notte

La mia libreria

di Valentina

Lavoro in una libreria di un centro commerciale, alle porte della città con la più antica università del mondo occidentale. La dicotomia tra questo non-luogo e la culla dei saperi a pochi chilometri è evidente. Ed io dico spesso, scherzando ma neanche tanto, che lavoro in trincea, sia per la politica aziendale che ci chiede orari di apertura poco consoni ad una vita sociale attiva sia perché la nostra clientela è parecchio eterogenea e non è detto che se uno valica la soglia di una libreria, un libro lo abbia mai letto.
Ahimé, questo è il diletto e castigo di ogni libraio: il cliente ignorante e spocchioso, quello che ti chiede “il piccolo principe” di Machiavelli e non si capacità del fatto che non esista, o chi ti chiede “nella vecchia fattoria” di Orwell (la buonanima che tanto aveva previsto) e ti verrebbe da rispondere ia ia noooo!!!! E ultima, ma solo di giornata, la signora perplessa davanti alla tua proposta di far leggere Agatha Christie ad un ragazzino di 10 anni perché è una donna e quindi scrive al femminile (Sic!)
Perché se c’è una cosa peggiore del cliente ignorante e spocchioso è il cliente ignorante e spocchioso che fa della differenza di genere (maschio=blu, femmina=rosa) un vessillo.
Il sintomo è ben visibile nel reparto bambini e si acutizza durante le feste quando chi varca la soglia della libreria è deciso a comprare un libro ai pargoli.
Le opzioni per i maschi sono eterogenee: dinosauri, super eroi, costruisci aerei di carta, scopri il corpo umano/lo spazio, diventa detective/esploratore.
Per la femmina ci si ridimensiona: principesse, principesse spose, fatine, disegna la tua principessa, cucina con barbie, l’importante è che il colore passi dal rosa/fucsia al lilla e ci siano i brillantini.
Poi non lamentiamoci che a 40 anni si vada ancora in giro a baciare rospi!
Detto questo, che doveva essere una premessa ma non ho il dono della sintesi, io amo i libri!!!!! Amo le copertine, le illustrazioni, il profumo, il colore, i formati, la ruvidezza delle pagine ma più di tutto mi piace aprirli e scoprirli per la prima volta.
Dovete sapere che i libri vengono “partoriti” dal magazzino e posizionati su un capiente carrello a due piani. Tocca a noi librai trovar loro un “posto nel mondo” ed è una grande responsabilità.
La posizione di un libro ne deciderà la vita o la morte (da noi chiamata resa) ed il conseguente abbandono della libreria. Così tra ordini, sistemazioni, rese e vendite si consuma la giornata in libreria e sfatiamo il mito che il libraio passa il tempo a leggere (io semmai passo il tempo libero a farlo). Niente di più sbagliato, il libraio non ha tempo di leggere se non la quarta di copertina giusto per capire di cosa tratta e scegliere lo scaffale più appropriato. Il resto della conoscenza, che per ovvi motivi sarà superficiale ma estesa (molto estesa) la faranno articoli di giornale, recensioni, commenti dei clienti e degli agenti letterari.
Il rapporto libro/libraio è fisico (a fine giornata, gli avambracci sono spesso segnati dal peso della carta), mentale (chi sei? Dove ti metto?) ma anche spirituale.
Si, perché se non hai almeno un po’ di vocazione, la domanda “ma chi me lo fa fare?” la inzuppi nel caffé d’orzo la mattina e non è detto che la domanda non te la poni ugualmente.
Eppure, c’è un momento particolare in cui mi sento in pace con tutto e sento di far parte di questo mondo di carta. È quando la sera spengo le luci dopo una giornata di lavoro e sulla libreria cala la penombra e un riverente silenzio. Intravedo le pile di libri sui tavoli, i loro colori vividi nella mia mente, faccio scorrere le dita lungo lo scaffale, sui dorsi ruvidi, lisci, porosi, spessi e sottili e mi sembra che respirino, cha batta un cuore unico ed il mio si accordi ed entri in sintonia.
Ed allora sento le voci di ogni storia narrata, di ogni fiaba sussurrata e le parole, le migliaia, i milioni di parole si intrecciano ed io so che tutti questo sapere, questa fantasia che si sprigiona come un’essenza dalla carta mai verrà perduta se noi come custodi continueremo a preservarla e a prendercene cura e voi lettori a leggere questi tesori che sono, ne sono convinta, una medicina per l’anima.
barbato1

Le mille e una notte del lavoro narrato

Ho appena pubblicato il nuovo logo della nostra notte realizzato da Francesco Panzetti e il signor Facebook, che lui è sempre zelante, ha avvisato i miei amici che ho aggiornato la foto del gruppo. Questa volta si sbaglia, perché io non ho aggiornato la pagina, ho preso un impegno, l’impegno di lavorare per mettere assieme 1001 posti nei quali, il 30 Aprile 2015, leggere, narrare, cantare storie di lavoro.
Passare dai circa 100 di quest’anno ai 1001 dell’edizione 2015 è un impegno grosso, molto grosso, e se a prenderlo sono solo io come si dice nella mia bella Napoli “nun teng speranza”. Ma non abbiamo speranza neanche se assieme a me lo prendono Alessio Strazzullo, Cinzia Massa, Giulio Esposito e Michele Somma, che loro lo so che lo prendono, di più, loro l’hanno già preso assieme a me questo impegno.
Per avere qualche speranza bisogna che assieme a Michele, Giulio, Cinzia, Alessio e me l’impegno lo prendano tutte/i coloro che dalla Calabria al Trentino, passando per Caselle in Pittari e la Sardegna, hanno organizzato una delle iniziative 2014. Ormai lo sapete come funziono, con il pensiero mi piace volare, con l’organizzazione ho bisogno di semplificare e così mi sono detto “a finale, se ognuno dei vecchi, quelle/i dell’edizione 2014, coinvolge 10 nuovi organizzatori, 10×100=1000 e abbiamo fatto.
No, no, per piacere, non mi spiegate che anche così è difficile, che bisogna vedere, che non è detto che … perché tanto lo so già.
Ormai lo sapete come funziono, “una marcia di 10 mila chilometri comincia con il primo passo”, noi intanto già ne abbiamo fatti due, il primo Francesco che ha fatto il restyling del logo, il secondo io che sto lanciando la voce, perciò diamoci da fare, che, come diceva il saggio, “quando si sogna da soli è  un sogna, quando si sogna in tanti comincia la realtà”.
1001notte

Vincenzo e io: due terronisti nella notte

di Michele Somma

1 e 2 aprile 2014: elezioni universitarie per eleggere i rappresentanti degli studenti, Dipartimento di Scienze Sociali, Napoli. Non si fa neanche in tempo ad entrare nel cortile che subito di respira un’aria pesante, “aggressiva”, tipica della competizione.

Una mia amica accompagna me ed altre colleghe al seggio ed indica ad un ragazzo che siamo lì per votare. Si trova sul ciglio della porta dell’aula adibita a seggio e sta lì per controllare che tutto si svolga in modo regolare. Capisco che fa parte della lista che avrei votato. Ci accoglie, e aspettando il nostro turno parliamo un po’. È alto quanto me, sorride spesso, sembra anche simpatico. Qualche battutina, poi è il nostro turno, votiamo, all’uscita una stretta di mano, un “in bocca al lupo” e ce ne andiamo.

Il giorno stesso o quello dopo, non ricordo bene, lo incontro nuovamente in cortile. Ci presentiamo, il suo nome è Vincenzo. I seggi sono ancora aperti, quindi si fanno discorsi tipo “come sta andando?”, “quant’è l’affluenza?”, e ovviamente “in bocca al lupo!” quando a un certo punto esce fuori come da un cilindro magico Secondigliano.  Ebbene sì, anche lui è del mio stesso quartiere. Perché mi meraviglio? Perché nei miei tre anni di studio a Fisciano, per la Triennale, di Secondigliano avevo conosciuto solo il Prof. Moretti. Voi direte che è normale, perché a Salerno chi vuoi trovare che sia di Secondigliano??!! E invece no, perché anche qui in Dipartimento le persone di Secondigliano che ho conosciuto si contano sulle dita, me lo conferma anche Vincenzo.

Tornato a casa, cerco di sapere qualcosa in più sul mio nuovo amico, sono curioso, cerco di capire chi è e cosa fa. Niente di esagerato naturalmente, basta una ricerca su Facebook e un’altra su Google e scopro che Vincenzo è un giornalista e ha un blog, anche molto seguito, dal nome simpatico quanto accattivante, Il Terronista.

Sfoglio le pagine del blog, mi piace come scrive, nelle sue parole si legge anche una sottile ironia. Mi colpisce anche il suo attaccamento al nostro quartiere e a Napoli, delle quali racconta le storie sia belle che brutte. Leggo, e l’idea che Vincenzo sia la persona giusta da coinvolgere ne La Notte del Lavoro Narrato si fa sempre più forte.

Lo incontro qualche giorno dopo – lo spoglio delle urne è completato e Vincenzo è stato eletto membro del consiglio di Dipartimento -, nell’auletta dei rappresentanti, è impegnato, gli dico comunque che gli voglio parlare appena possibile.

Accade qualche giorno dopo, il mio termometro segnalava ansia, voglia di parlargli dell’iniziativa e presentimenti positivo in aumento. Ci incontriamo ancora nell’auletta, questa volta abbiamo tempo, gli faccio i complimenti, sinceri, per il blog, e gli dico de La Notte del Lavoro Narrato cercando, non è facile, le cose da dire sono tante, di limitarmi all’essenziale.
Gli spiego un po’ in cosa consiste questa iniziativa e delle modalità di svolgimento, che sono molto “flessibili”, dato che si tratta di un evento completamente autogestito, una sorta di macro evento che ne raccoglie tanti altri nello stesso momento.
La situazione che stiamo vivendo la conosciamo tutti, quindi mentre parlo cerco di non essere utopista e paradossale. D’altronde come si può parlare di un evento che ha come tema centrale il lavoro proprio in un momento nel quale il lavoro non c’è?!?! Allora cerco di dirgli che la nostra idea va oltre il lavoro per avere una retribuzione e oltre il momento di crisi attuale; che il nostro vuole essere un input per un cambiamento culturale perché non ci piace il fatto che non si danno al lavoro e ai lavoratori l’importanza e il valore che gli spetterebbero. Se ci metti poi il fatto che l’approccio del cambiamento è quello del lavoro fatto bene, fatto con passione, rigore, nel quale ci metti testa, mani e cuore, allora forse riesci a far comprendere a chi ti ascolta che forse di una questione del genere se ne deve parlare proprio in questo momento.

Dai cenni che fa con la testa, Vincenzo mi fa capire che è d’accordo con me e che non sto dicendo stupidaggini. Sollievo. Aggiungo che questa nostra Notte non vuole essere l’evento che si organizza per un solo giorno e poi basta, se tutto va bene arrivederci all’anno prossimo, che la nostra iniziativa sta dentro un percorso fatto di tante cose. La sua attenzione e il suo interesse aumentano quando gli racconto che dietro questa idea ce ne sono tante altre già realizzate: 2 libri, un’inchiesta partecipata che raccoglie più di 400 storie di lavoro e infine un docu-film.

Cominciamo a discutere, a interloquire, forse è inevitabile, forse no, ecco che all’improvviso finiamo per parlare di noi. Di noi e di Secondigliano. Proprio così, mettiamo da parte La Notte del Lavoro Narrato e iniziamo a condividere i nostri ricordi e ad aprire i nostri cuori. È così che finiamo per raccontarci il legame che abbiamo con il nostro quartiere. Un legame che anche se vorresti farlo è quasi impossibile da spezzare.
C’è poco da fare: anche se vorresti allontanarti, essere completamente indifferente a ciò che accade qui o addirittura andare via da Secondigliano, c’è sempre qualcosa che invece ti fa rimanere. Un po’ è perché sei costretto, perché non puoi andartene, e un po’ perché le circostanze, il “destino”, ti portano comunque a doverci riflettere sopra, a spendere le tue energie mentali e fisiche. Alla fine non puoi restarne fuori ed essere indifferente. Ci raccontiamo di quello che Secondigliano ci ha dato, ma soprattutto quello che ci ha tolto. È inevitabile, purtroppo, ma ad un certo punto ci troviamo a discutere dell’ultima efferata e sanguinosa faida di camorra che ha messo in ginocchio Secondigliano smembrando un’intera generazione di giovani: chi ha preso la cattiva strada si è ritrovato crivellato di colpi e in una pozza di sangue o, nel migliore dei casi, in carcere; chi invece ha deciso di percorrere quella buona, è stato costretto a chiudersi in casa. Ed è così che io e lui andiamo avanti per un po’, a raccontarci e a riflettere sul passato e sul presente. E sì, pure del futuro, anche se è difficile farlo.

Torniamo alla Notte del Lavoro Narrato, anche perché a me preme chiedergli se mi può dare una mano che non sia la semplice condivisione dei post su Facebook. Sì, chiedo a Vincenzo se può intervistare il Prof. Moretti e pubblicare l’intervista sul suo blog, mi dice che non è possibile, perché il suo blog è personale, che l’intervista però la farà lo stesso, che cercherà qualche testata locale interessata all’iniziativa, che penserà a tutto lui, intervista e diffusione. Sono contentissimo!

E’ il momento di tornare ognuno ai propri impegni. Tra l’altro io in quel momento ho anche da seguire un corso, e già ho saltato la prima ora. Sì, proprio così, dai 2 minuti iniziali siamo passati ad una chiacchierata di un’ora. Ci accordiamo su quando aggiornarci e ci salutiamo. Scappo al corso.

Un paio di giorni e Vincenzo mi tagga su Facebook. Sorpresa!, c’è un bellissimo post sul Terronista che parla del nostro incontro e della Notte del Lavoro Narrato. Immaginate la mia gioia quando vedo scritto il titolo “Michele e la notte del lavoro narrato” e il post subito condiviso da altre persone. Nonostante io gli abbia fatto “una capa tanta” (una testa grande così), il mio amico è riuscito a cogliere il senso della nostra iniziativa: «seminare oggi con la cultura del racconto e sperare che domani si raccolga in termini concreti».

Ancora una settimana e vengono pubblicate anche le interviste su tre diverse testate locali e grazie al caso, o alla serendipity?, che vuole che Vincenzo posticipi di un giorno la partenza per il festival del giornalismo di Perugia trascorriamo assieme anche la notte del 30 aprile.

Decidiamo di fare una sorta di reportage dalle periferie di Napoli che ospitano La Notte del Lavoro Narrato e nonostante le difficoltà e i vari problemi tecnici e logistici portiamo a casa un buon risultato e la consapevolezza di aver vissuto una bellissima esperienza.

E non finisce qui, né per La Notte del Lavoro Narrato e né per me e Vincenzo che proprio grazie a questa Notte abbiamo avuto la possibilità di incontrarci, di approfondire la nostra conoscenza, di collaborare, di scoprire che le nostra teste, le mani e i cuori sono sintonizzati sulla stessa frequenza.
Ebbene sì, nelle nostre menti stanno frullando tante belle idee, e una in particolare …

Volete sapere quale, vero? Non ve lo dico ancora! Non ve la prendete, ma se non lo faccio è per tre motivi: uno, perché come dicono il Prof. e Alessio “una cosa è fatta quando è fatta!”; due, un po’ per scaramanzia; tre, perché voglio farvi una sorpresa.
Promesso, se tutto va come deve andare sarete tra i primi a saperlo.
A presto!

somma1

Noi siamo il nostro lavoro

di Francesco Escalona

ela4Vincenzo Moretti continua il suo splendido lavoro di diffusione di storie di Amore per il proprio Lavoro, fatto con cura, dopo la indimenticabile “notte del lavoro narrato”. Questa storia di Ela Siromascenko, che ci propone stamattina, è bellissima e mi ha insegnato molte cose.
Siamo in un’epoca terribile e fantastica in cui Vita e Lavoro si sovrappongono. Nel bene e nel male tendono ad essere la stessa cosa. Noi “siamo” il nostro Lavoro. Quello che facciamo, siamo noi stessi. Io non so più, quando lavoro e quando mi svago. Mentre leggo, lavoro. Mi formo. Mentre viaggio, penso, ideo, scrivo, scambio idee che saranno utili nel mio lavoro. Conosco gente. Mentre navigo, imparo… e poi trasferisco tutto in quello che faccio … per lavoro. Non c’è più confine. Quindi la perdita del lavoro, il licenziamento, ma anche lo svuotamento del contenuto del proprio lavoro, lo svilimento, l’espropriazione di contenuti propri, sono diventate questioni non solo drammatiche dal punto di vista economico ma anche, e in alcuni casi, soprattutto, in chiave “esistenziale”. Nel senso che coinvolgono proprio il “senso” stesso della nostra esistenza. Il senso di esistere … Da qui, anche, forse, l’aumento dei suicidi, come estrema sconfitta, determinata dallo svuotamento del proprio essere. Di contro, invece, c’è il fatto notevole, la novità esaltante, di condurre delle vite sempre più “piene”. Cariche di senso. Mai ripetitive. Dense. Creative. In cui la creatività si esalta alla ennesima potenza.
Nel caso di Ela Siromascenco, ad esempio, lavoro e vita si sovrappongono e la sua scommessa esistenziale sarà quella di realizzare capi di abbigliamento sempre più belli e perfetti. Immersa nella Bellezza della nostra Italia. Perciò coglie qualcosa che noi stessi non cogliamo più: il Senso primario del vivere in Italia. Fino a non sentire il peso dei nostri problemi. Li considera testualmente “il prezzo da pagare” per la Bellezza che le serve, per la sua felicità. Considera, quei problemi, l’altra faccia della medaglia. I tempi sono cambiati: non c’è più la catena di montaggio, la firrma del cartellino è una pazzia di archeoburocrazia. Saranno la creatività, la fantasia e l’attaccamento amorevole al proprio lavoro, le ancore di salvezza.
Noi “siamo il nostro Lavoro”. Ovvero, il lavoro che riteniamo primario. Non sempre quello che ci dà da mangiare… Siamo come gli uomini del medioevo che avevano nello stesso posto la casa e la bottega. Che non erano più i servi della gleba se diventavano i migliori fabbri o i più bravi maniscalchi… Siamo sempre più come i cavalieri medioevali: veri e propri eserciti compatti. Autosufficienti. Forti della propria “moderna” attrezzatura e del proprio coraggio, ognuno di loro valeva almeno 10 soldati a piedi. Il cavallo, la spada, l’armatura, la lancia e … le staffe, erano l’attrezzatura tecnologica che li rese autonomi e capaci, in solitaria, di sfidare il mondo. Ognuno di noi, oggi, col suo pc, col suo tablet, con il suo bagaglio di creatività, la sua storia, la sua passione, collegato alla Rete, può essere artefice del proprio futuro, viaggiando per il mondo in un batter d’occhio, scoprendo universi paralleli, alleandosi a “cavalieri” lontani anche mille miglia. Conoscendo e frequentando persone ed esperienze, vite analoghe, complementare, di cui non avrebbe mai potuto neanche sospettare l’esistenza.
Un mondo fantastico, il nostro, se manterremo ‘amore’ per il nostro lavoro, la curiosità, la testa tra le nuvole e la banda larga ben stretta … e i piedi per terra, per non scambiare i mulini che fanno ruotare innocui le loro pale nel vento, per mostri orribili, inenarrabili, inafferrabile e, soprattutto, invincibili.

La Notte Del Lavoro Narrato della Bottega Exodus Ahref

di Bottega Exodus Ahref 

notte lavoroQueste sono alcune frasi tratte dai racconti lavorativi dei ragazzi scritte per “La Notte Del Lavoro Narrato”. Abbiamo sperimentato per quella sera un metodo di racconto alternativo, cioè mettendosi in coppia i ragazzi raccontavano l’uno all’altro le proprie esperienze, poi secondo la loro interpretazione riscrivevano il racconto.

Così come i miei occhi hanno rubato il mestiere senza commettere reato, allo stesso modo mi auguro che gli occhi di mio figlio ruberanno il mestiere al proprio padre. (Luca)

Ad essere sincero faccio questo tipo di lavoro perché stare in mezzo alla natura mi aiuta a svuotare la testa dalle cose negative. La soddisfazione di far crescere le piante da un seme fino a diventare un albero mi fa sentire parte della pianta ed è una gioia. (Giulio)

Per me questo lavoro è molto di più che uno stipendio a fine mese. (Concetto)

Tra i vari lavori che ho fatto quello che mi ha gratificato di più è stato vendere automobili. Quando sono riuscito a vendere la mia prima macchina, ad operazione conclusa sono rimasto in silenzio provando dentro di me un’emozione fortissima. Non solo per quello che avevo ottenuto ma soprattutto perché pensavo di aver reso fiero di me il mio padrino. Questo lavoro mi ha dato la possibilità di viaggiare molto, sia in Italia che in Europa, uno degli aspetti che mi ha più coinvolto. (Francesco)

Vedere il cliente soddisfatto della pietanza mi spingeva sempre a fare del mio meglio e a perfezionare i piatti sia nel gusto che nella presentazione. (Giulio)

Mi soffermerei in particolare sugli sprechi inerenti al lavoro pubblico per sensibilizzare maggiormente la moltitudine rispetto al modo in cui viene utilizzato il denaro versato tramite le tasse. Vorrei ideare uno specchio capace di riflettere le necessità ed i bisogni anche dell’ultimo cittadino. (Giuseppe)

Quando torni a casa hai ancora l’entusiasmo per raccontare ai tuoi cari l’esito della giornata e sei sempre felice perché hai seguito la tua passione senza smentire la tua personalità. E alla lunga il posto di lavoro diviene un punto di incontro dove poter fare quattro chiacchiere e due risate con i propri amici. (Fabrizio)

Dopo un po’ di tempo ha capito che quel lavoro non era più solo necessità ma ben di più. Gli iniziava a dare tante soddisfazioni, lo faceva stare bene anche nella sua vita privata e da li ha capito che quel lavoro faceva al caso suo.
(Mirko scrive di Manuel)

Lavori in corso

di Manuela Lozza Speroni

manuela1Inizierò con il vocativo, reminiscenze liceali: oh Vincenzo, oh Alessio, oh Santina, oh voi tutti che avete condiviso questa esperienza, grazie!
Ho sentito, e non solo quella sera, tanta, tantissima bella energia: ne sono stata vittima e insieme parte … che figata!
Tutto è partito da un libro, uno come tanti che mi “tocca” leggere per fare un’intervista, “ma questo – mi strizza l’occhio il libraio – secondo me ti piace!”
Mi piace? Questo “Testa, mani e cuore” è stato un trip, poesia di cose che credevo di pensare solo io, semplicità di scene conosciute, e soprattutto racconto, narrazione. Poi è arrivato un signore gigante che fa il sociologo, parla da oratore e ha le mani enormi e gesti secchi da falegname. Poi sono arrivate Santina e le altre, le groupie di Vincenzo le chiamo io. Poi “La tela e il ciliegio”, una voce evocativa e melodiosa, rumore di pietra che va in pezzi. E credo, in quel momento, sia andato in pezzi anche qualcosa di mio, un muro, una barriera tra il sentire un bouquet di ideali e condividerlo con altri.
E poi è arrivata la notte del lavoro narrato, mesi fa. Leggo qualcosa su FB, distrattamente. Penso “Ah, Vincenzo e un suo amico regista fanno questa bella cosa, appena ho un attimo ci guardo”. Poi ci guardo, in effetti, e capisco che Vincenzo mi sta dicendo “sveglia! Puoi farla anche tu!”. “Io? E dove? Come? Invito a casa 4 amici e ci leggiamo qualcosa (e già così sarebbe stato una meraviglia)”. Poi penso alla radio, ci provo, chiedo in giro.
In 4 giorni incasso un sì dopo l’altro, perché tutti appena leggono il progetto entrano nel mio stesso trip, si fanno prendere, vogliono esserci. Allora non sono la solita passionale che si butta a capofitto? Allora non sono un po’ matta? Allora avevamo ragione: in Italia ce n’è davvero tanta di gente che ama il lavoro fatto bene, che ama lavorare bene.
E poi cominciano a presentarmi questo e quello, “perché sai c’ho un amico che 2 anni fa ha lasciato un lavoro della Madonna per fare quello che ama”, “c’è uno che è appena tornato dalle filippine con Medici senza Frontiere”, “2 miei amici si sono laureati in filosofia e adesso fanno gli apicoltori”. Butto giù una scaletta ma faccio fatica a farci stare tutto, insomma, ho già un casino di materiale per il 2015.
E poi una cosa piccola, insignificante, indegna di questo alto sentimento che tutti ci hanno messo quella sera: il 30 aprile, ve la devo proprio dire, io mi sono divertita un casino. A farla, a pensarla, a parlare con la gente, a postare le foto. E perché? Perché l’ho fatto in mezzo a gente come me, che sul lavoro la pensa come la penso io e, molto probabilmente, non solo su quello.
Mamma mia, se in poche settimane (alcuni anche in pochi giorni…) abbiamo fatto questo, cosa possiamo combinare in anno?!!!
#Workinprogress

manuela2

Buongiorno Vincenzo

di Maristella Tagliaferro

Buongiorno Vincenzo!
Mi sono regalata un inizio di giornata con il video che mi hai mandato dei ragazzi di Arci Volla e con le recensioni del tuo libro.
Sono emozionata, davvero emozionata. Io credo che certe volte le persone si incontrano per un motivo. Non ho ancora letto il libro, ma nelle parole di chi ne scrive, nel loro desiderio appagato di un mondo di persone che lavorano mettendoci testa mani e cuore, di lavori ben fatti che salveranno l’Italia, di storie ben narrate – le tue – di cui abbiamo bisogno come il pane perché ci insegnano la vita e danno un senso alla vita, beh, in tutto questo io mi rispecchio, vedo la mia vita e tutto quello per cui è valsa la gioia viverla.
Ecco, sapere che ci sono tante persone che la pensano come me, o meglio, che sentono che questo è il modo migliore di vivere, mi fa toccare con mano la possibilità non solo di avere tanti nuovi amici ma che insieme possiamo costruire un pezzetto importante di futuro: bello, un futuro molto bello.

La ciliegina sulla torta è arrivata leggendo la recensione di Giovanni Re, che racconta di una tua citazione di Calvino, immagino sia questa:
maris1È il brano di cui abbiamo fatto una lettura in 12 lingue lo scorso 10 novembre, quando abbiamo letto “Le città invisibili” nelle strade di Venezia. In 16 lingue quando il mio progetto @MarcoPolo ha preso forma con la sua prima tappa alla Biblioteca nazionale centrale di Roma (6 febbraio 2014).
Da lì è nato @MarcoPolo_Pinocchio (28 marzo, sempre alla BNCR) con letture dei vari capitoli in italiano e alla fine la lettura in 20 lingue di un breve passo che allego qui. In quest’ultima occasione si è verificata l’imprevista partecipazione a distanza di centinaia di persone che mettendo insieme le competenze di nonne, zii, figli e nipoti in dieci giorni ci hanno spedito 60 traduzioni dello stesso passo da ogni angolo d’Italia: dal provenzale della Val d’Aosta alla lingua greca di Calabria, passando per saluzzese, veronese, salentino, catanese eccetera.§
maris2

Racconto tutto, o quasi, in questa intervista a Radio Ca’ Foscari, l’emittente online della mia Alma Mater: @MarcoPolo: città invisibili, Pinocchio, Shakespeare.
Ti ho scritto tutto questo, Vincenzo, perché non so cosa, ma qualcosa insieme dobbiamo farlo per la nostra Italia.
Forse tu un’idea ce l’hai, mi hai annunciato che me la svelerai dopo che ho letto il libro: attendo con pazienza.
Grazie ancora e buona giornata!

#lavoronarrato – il cortometraggio

di Gennaro de Luca

Noi dell’”Arci Volla” abbiamo partecipato all’iniziativa La Notte Del Lavoro Narrato con questo cortometraggio auto-prodotto perché crediamo nel valore del lavoro, inteso non esclusivamente come mezzo per raggiungere stabilità economica, riducendolo di fatto ad una necessità, ma lavoro inteso come realizzazione dei propri sogni, lavoro inteso come possibilità, lavoro inteso come valorizzazione sociale. Crediamo inoltre nell’importanza del lavoro svolto in un certo modo, crediamo nel lavoro di qualità, perché riteniamo che il lavoro svolto bene nobiliti l’individuo e contemporaneamente la società in cui vive. Noi dell’Arci Volla vogliamo essere a tal proposito e proprio sulla scorta di queste idee, un esempio, un segnale, vogliamo con il nostro dinamismo territoriale mandare il messaggio che lavorando con volontà con passione e con dedizione, se pur partendo dalle piccole cose, qualcosa si può iniziare a muovere. Vogliamo affermare che condividiamo in pieno un cambio di rotta, una nuova cultura del lavoro e del lavoro ben fatto.

Qui, invece potete leggere un testo scritto in occasione de La Notte Del Lavoro Narrato.

Cara/o Sindaca/o

casperiaCara/o Sindaca/o,
forse ci avrai pensato e forse no, ma tra le vie e le piazze della tua città non ce n’è una che porti il nome di una donna o di un uomo “normale”, una/o di quelle/i che hanno lavorato tutta una vita per portare avanti la famiglia, per mandare i figli a scuola, per trasmettere loro il valore del lavoro, dell’onestà, della dignità, della solidarietà, per far capire loro l’importanza di fare bene le cose perché è così che si fa.
Sì, cara/o Sindaca/o,
parliamo proprio di loro, del fresatore Ambrogio Pelegatti, della maestra Maria Esposito, del meccanico Lorenzo Bertelli, della tassista Teresa Bartocci, che poi se ci pensi rappresentano la stragrande maggioranza dei tuoi concittadini, rappresentanti ideali di muratori, elettricisti, commesse, casalinghe, che pure quello come lavoro te lo raccomando, cuochi, operai, marinai e chi più ne ha più ne metta. Persone a cui nessuno ha mai pensato di dedicare una via o una piazza con nome, cognome e l’indicazione del ‘lavoro ben fatto’.
Ecco, cara/o Sindaca/o,
noi ti chiediamo di riparare a questa ingiustizia, e ti chiediamo di farlo non tanto per le donne e gli uomini che con il loro lavoro onorano e danno lustro alla loro città e al loro Paese, quanto per l’Italia stessa, e per i suoi giovani: avremo tanto più futuro quanto più sapremo riconoscere la grandezza del lavoro e di chi lavora, in tutti i modi e le forme possibili.
In fiduciosa attesa di un tuo riscontro ti inviamo
Cordiali Saluti.

Vincenzo Moretti, sociologo, Napoli
Maristella Tagliaferro, giornalista e scrittrice, Venezia
Cinzia Massa, sindacalista, Bacoli
Alessio Strazzullo, giornalista e filmaker, Napoli
Giuseppe Jepis Rivello, artigiano digitale, Caselle in Pittari
Paolo Marongiu, libero professionista, Cagliari
Maria Grazia de Giovanni, sociologa, Montoro
Mariarosaria Rorò De Vico, creativa, pittrice e blogger, Napoli
Gennaro Cibelli, barbiere, Castel San Giorgio

 

 

Piazza Pasquale Moretti

papa2La foto che vedete sotto me l’hanno inviata qualche giorno fa da Spoleto Gerardo e Anna, che non siamo fratelli e sorelle perché abbiamo genitori diversi ma per tutto il resto invece si. Era accompagnata da un breve messaggio, questo: “Citando Claudio Lolli ti inviamo un omaggio da Spoleto”.
Per i più giovani dico che la canzone di Lolli in questione si intitola Piazza Bella Piazza, mentre per quasi tutti aggiungo che Pasquale Moretti, quello che vedete nel disegno a fianco, è stato mio padre, un grande padre, che sono ormai 12 anni che non rompe più, perché sì, anche i grandi padri rompono, anzi quasi sempre più sono grandi e più rompono, e che sabato prossimo se fosse stato ancora da queste parti avrebbe compiuto 84 anni.
Ora voi vi starete giustamente chiedendo perché vi racconto tutto questo, e soprattutto perché ve lo racconto qua e non sul mio blog personale, e naturalmente io ve lo dico, basta che mi date il “canzo”, il tempo necessario.
Non so se l’avete notato, ma la piazza è intitolata a Pasquale Moretti, un altro Pasquale Moretti, “altro” nel senso che non è mio padre, che pare sia stato “un benefattore, ricordato, tra le altre cose, per la donazione, agli inizi del 1800, di molti suoi beni agli orfanelli e che per questo si è meritato non solo la piazza ma anche una lapide nel convento di Monteluco.
E proprio qui sta il punto. Ma sì, perché magari sono io che non sono normale, ma dopo aver guardato e riguardato la foto, ed essere stato contento che ci sia comunque una piazza Pasquale Moretti, ho cominciato a pensare che magari il “grande” Pasquale Moretti, quello della piazza e della lapide, i beni che aveva donato li aveva ricevuti a propria volta in eredità, mentre il mio “normale” Pasquale Moretti, ha lavorato tutta una vita per portare avanti la famiglia, per mandarci a scuola, per farci crescere credendo nell’importanza del lavoro, dell’onestà, della dignità, della solidarietà. Dopo di che sapete come vanno queste cose, mi è venuto in mente quando ci diceva che “i soldi sono la cosa più sporca, zozza e lurida che esista al mondo”, provocando l’ira di nostra madre, la contadina, che non mancava mai di fargli notare che senza soldi non avremmo potuto mangiare, pagare l’affitto, o quando si rifiutava di comprarci i libri usati, nonostante le nostre insistenze, perché anche i figli degli operai dovevano avere i libri nuovi come i figli dei dottori.
Lo so che ve l’ho già detto, ma alla fine mio padre è stato grande, grande, grande, altro che normale. E come lui sono stati e sono grandi i milioni e milioni di lavoratori e di lavoratrici che ogni giorno si alzano e cercano di fare bene quello che devono fare, perché in questo modo fanno grande l’Italia. Eppure, a loro, agli eroi di Caparezza, ai muratori, agli elettricisti, alle commesse, alle casalinghe, che pure quello come lavoro te lo raccomando, ai cuochi, alle commesse, nessuno ha mai pensato di dedicare una via o una piazza. Certo, in giro per l’Italia c’è qualche piazza o via del lavoro, qualcuna piazza o via dedicata i caduti del lavoro, e qualcuna di più dedicata ai mestieri, che ne so, come via degli Orefici a Napoli. Però nessuna piazza Ambrogio Pelegatti, fresatore, o Maria Esposito, maestra, o Lorenzo Bertelli, meccanico, o Teresa Bartocci, pompiere.
Sapete che c’è? Mi sono messo in testa che non è giusto e che perciò anche se non posso farci niente che non posso certo lanciare una petizione per riparare all’ingiustizia ho voluto almeno raccontarlo qui, perché il cambiamento culturale di cui ha bisogno l’Italia passa anche da qui, dal riconoscimento della grandezza del lavoro e di chi lavora, in tutti i modi e le forme possibili. O no?

piazzapasqualemoretti

Lucido Sognatore

Questa volta non ho cominciato io, ha cominciato Giuseppe Jepis Rivello, che ha condiviso il mio post di ieri su Facebook con un affettuoso commento e annessi ringraziamenti. Dopo di che è arrivato lui, Lucido Sognatore, che un nome e un cognome di certo ce l’avrà, ma è difficile che sia più bello di questo, che ha scritto nei commenti “ma ce l’avete aggiunta la BAM?”.
La BAM?, ma cos’è la BAM ho chiesto, e lui ha risposto “Bottega Artistico Musicale” di Sapri, e poi da lì mi ha raccontato che se era solo lui a leggere e a fare il video in realtà quello era il contributo della Bottega a La notte del lavoro narrato, perché i ragazzi erano a San Giovanni a Piro e a Pruno, con il mitico Tempa Delfico, ma da Sapri comunque qualcosa era partito.
Il video?, ma quale video?
“Sta su Facebook”, “lo posteresti su Youtube”, “lo faccio subito”, lo potete vedere sotto. Però prima fatemi dire che sono troppo contento, perché l’ho detto e lo ripeto che la notte del 30 Aprile sono state narrate più cose in cielo e in tera di quanto la nostra fantasia possa immaginare.
Forza. guardatevi il video, che io intanto aggiungo la Bam tra i partecipanti.

La mia notte a Cip. E il giorno dopo pure

No, che avete capito, il fatto che abbia fatto passare un po’ di giorni non vuol dire mica che ho rinunciato a raccontare la mia notte a Cip, che poi c’è chi la chiama ancora Caselle in Pittari, ma solo se non ha letto il libro, che poi una volta che lo vedi che è finita in quelle pagine lì lo capisci da te che il suo vero nome è Cip.
Che lo sappiate oppure no “a Cip da sempre c’è una collina e dal tempo dei saraceni una torre che la gente del luogo, con esagerata generosità, chiama castello. Intorno al castello si sviluppa il centro storico, collegato alla parte nuova del paese da un viale alberato dove si trovano il comune, i bar, i negozi e la chiesa, insomma il cuore pulsante di Cip, non a caso gli abitanti lo chiamano la piazza, non il viale.
Insomma se vivi a Cip e hai tra i diciotto e i trenta anni non hai scampo, la tua vita pubblica ti tocca viverla senza eccezione alcuna tra la piazza e i bar. A meno che tu non decida di diventare un inventore di senso”.
Inventori di senso come Giuseppe, Antonio, Rocco, Nino, Margherita, Rossella, Stella, che cercano di vivere,  come dice Giuseppe “con un piede nel Cilento, con l’altro nel mondo e con la testa in rete” e in questo modo provano “a disegnarsi un futuro dove non sono costretti a fuggire dalla propria terra.
Dovevate vederlo Nino mentre lo spiegava a giovani, meno giovani e a vecchietti come noi, seduti in cerchio intorno a un fuoco, di quanto sia stato duro, e bello, in quegli anni, pensare, organizzare, lavorare affinché da un seme di grano nascessero, come accade in natura, tante spighe e da queste altri chicchi di grano e altri semi, e altre spighe, e altri chicchi di grano e altri semi, e altre spighe, e così via, fino a quando se ne avrà fiato e forza.
Sono nate da qui l’attività di alfabetizzazione rurale per i ragazzi che non hanno dimestichezza con la terra, la gara di mietitura a mano del grano, il recupero di alcune varietà autoctone di grano con le quali a Cip i panettieri, i pizzaioli e i pastaioli hanno cominciato a fare il pane, le pizze e la pasta, senza dimenticare la biblioteca a cielo aperto, e il tentativo di guardare le cose che accadono con gli occhi di domani.”
E’ così che Cip mi è entrata nel cuore, è per questo che la mattina del due maggio, quella della partenza, quando ho incontrato Giuseppe gli ho detto “ma come è possibile?, sto tornando a casa e invece mi sento come se la stessi lasciando”. Cosa ha fatto lui? Mi ha sorriso. E mi ha sussurrato: “è una bella cosa”.

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Alla stazione di Policastro arrivo intorno alle 6 p.m. del 29, ci trovo Antonio, che senza di lui e il suo “muro”, ma sì, la pagina sulla quale la notte del 30 abbiamo raccolto tutte ma quasi tutte le immagini, i video e i post che arrivavano da ogni parte d’Italia non so proprio come avremmo fatto. Mentre mi porta su cominciamo a parlare delle cose da fare, delle persone che avrebbero ci dovranno aiutare, della necessità di non sbagliare, che come diceva il grande Totò “è la somma che fa il totale”, e dopo quasi un anno di lavoro sarebbe davvero il colmo fare la fine di Dorando Pietri.

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Giunti a Cip, che da lì “che se vai giù in dieci minuti sei nel golfo di Policastro e se vai su in dieci minuti sei sul Cervati, il monte più alto della Campania”, ci mettiamo al lavoro. Come i monaci al convento una/o alla volta arrivano Rossella, Benedetta, Giuseppe, Antonio Pellegrino, Lorenzo Davide Pellegrino, che lui è un caso a parte, perché ha quasi 12 anni, e il pomeriggio quando può arriva in questo covo di artigiani tecnologici sognatori che è InOutLab e si mette a fare le cose sue, a capire come migliorare un programma, come rendere più veloce il suo pc, come pensare qualche applicazione per  la stampante 3D.
Prima di andare a dormire mi ricordo delle scarpe, perché si, devo comprare le scarpe, perché se avete letto il libro lo sapete altrimenti no, a Cip “se vuoi lavorare hai due possibilità: la terra, e allora dovrai saperci fare con le olive e l’olio, l’uva e il vino, o la bottega, e a quel punto ti tocca fare l’artigiano, di norma calzaturiero, anche se non mancano altre attività. L’unica realtà che con un attacco di fantasia puoi definire industriale è il calzaturificio nel quale lavorano poco più di 40 operai e che è l’unico sopravvissuto dei venti e più minuscoli tomaifici che fino alla fine degli anni 90 lavoravano in conto terzi”.
Di solito nella realtà non funziona come nei libri, ma qualche volta si, e lo potete vedere nelle facce e negli occhi di Patrizio e Luciano Fiscina, che ve lo dico subito che sono amici miei, perché naturalmente da queste parti niente cose finte, tanto meno nascoste.


La sera è finita come doveva finire, da Mario, ristorante Zì Filomena, che ogni volta che sto a Cip non posso fare a meno di andarci, perché è uno di quei posti dove tutto è di qualità, prima le persone, e poi quello che mangi e bevi.
Ma ritorniamo alle scarpe, che quest’anno non ho fatto in tempo a trovarle in saldi e quelle che avevo al piede un po’ invocavano pietà, e così ho detto a Giuseppe che l’indomani avrei fatto volentieri un salto al calzaturificio, Confort Shoes di nome e di fatto, anche se poi il brand è Patrizio Dolci.
Il giorno dopo, 30 Aprile 2014, alle 6.30 sono al bar quello con la wireless. Prendo caffè e cornetto, apro il Mac e comincio a darmi da fare, alle 8.00 risalgo in albergo e alle 8.30 sono al mio posto di combattimento. Alle 10.30 cominciano ad arrivare i rinforzi, la notte sarà lunga ed è meglio evitare stress anticipati, alle 11.30 con Giuseppe parto per il calzaturificio.
Cinque minuti e siamo lì, saluto Patrizio, Luciano e Margherita, che nonostante la giovanissima età, 25 anni o giù di lì, ha già il piglio della leader. Per farla breve (accorcia anguilla, mi avrebbe intimato mio padre), le scarpe invernali come le voglio io, n. 46, non ci sono. Guardo rassegnato le mie e penso che quest’anno è destino, le scarpe non le devo comprare. E invece no. Perché Margherita dice che me le può far fare. Provo a dire di no, il giorno dopo è il Primo Maggio e, come è giusto che sia, non si lavora, e  il 2 forse parto presto. Margherita insiste. Scegliamo il colore, quello del cappello, le dico che visto che me le fanno su misura 46 e un poco è meglio, che altrimenti vanno risicate, e torniamo via.
In auto confesso a Giuseppe la speranza di averle per la sera, dice che non ce la fanno, ma io spero, a me gli occhi di Margherita hanno detto qualcosa. Ho avuto ragione due volte. La prima perché la sera Margherita mi ha portato le scarpe. La seconda perché era destino che non le comprassi. Me le hanno regalate. Nonostante la mia sincera insistenza. Anche questo è necessario dirlo, per due ragioni. La prima è perché considero la cura e l’attenzione, nella cerchia dell’amicizia quella vera, una delle cose più belle e grandi che esiste al mondo, e di questo sono profondamente grato a Patrizio, Luciano e Margherita. La seconda è perché non voglio ombre sul fatto che sono troppo belle e troppo comode, anche per piedi sgangherati come i miei, non ci dormo perché non va bene, ma adesso che viene il caldo e me le devo togliere lo so già che mi dispiacerà.

scarpeNon vi ho detto ancora che a Cip per la notte del lavoro narrato si è inaugurata la bellissima mostra curata da Giulia Ubaldi Cossutta dal titolo L’Ape Operaia, una narrazione del lavoro attraverso una serie di fotografie sui mestieri cilentani che riprende uno splendido lavoro di Giulia che speriamo trovi presto l’editore giusto per essere letto e condiviso in ogni parte d’Italia. Con Antonio ci siamo stati la sera prima, appena arrivati a Cip. Nonostante la comprensibile insistenza di Giulia, la sera del 30 nessuna/o si muove dal suo posto di combattimento perché altrimenti me la/o mangio viva/o.

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A proposito di mangiare, Giuseppe, che cento ne pensa e cento ne fa, a un certo punto coinvolge nella notte Michele Croccia, titolare de La Pietra Azzurra, che arriva con la pizza che non solo è troppo bella con la scritta #lavoronarrato ma è anche troppo buona, che se non mi credete chiedete a mia cugina Nunzia che qualche giorno dopo mi manda questo sms: “condividiamo la scelta della pizzeria La Pietra Azzurra, si mangia la vera pizzeria tradizionale napoletana. Decidi quando vuoi venirci a trovare che ci andiamo assieme”. Miracoli dei social network.

pizza

Sempre made in Giuseppe la trasposizione dell’hashtag #lavoronarrato disegnato da Giuseppe Fiscina, l’inviato a Roma di InOutLab, in stampa 3d con annesso video con miei ringraziamenti al popolo della notte che non ve lo aggiungo qui che altrimenti veramente non la finiamo più.#lavoronarrato3d

rivelloA proposito dello sproposito, non vi detto ancora che verso le 6 p.m. del 30 Aprile è arrivata la mia Cinzia, che davvero la mia vita è migliorata di colpo, che quando c’è lei non solo sto più contento, che quello in fondo è normale, ma sono anche più sicuro di farcela, perché è una donna che ha una straordinaria capacità di risolvere problemi, piccoli e grandi, e questo aiuta, altro che se aiuta.
Invece a proposito di stare contenti, un’altra bella botta nella giusta direzione è venuta dall’arrivo di Noemi Piscitelli, che lei è dai tempi di Camp di Grano che non la incontravo, e di Web Paul Beetles, chitarra e mandolino incluso, che se non era per lui Cara Moglie non l’avremmo mai potuta cantare così bene che poi da Radio Unis@und ci hanno chiesto anche il bis e un poco mi sono vergognato.


Insomma, che così cerco di farla finita che sto scrivendo un romanzo, la serata è stata faticata ma anche bella, bella, bella, perché poi io sembro burbero, ma poi invece li tratto bene, altrimenti non sarebbero mai così sorridenti come nella foto.
cip301Chiudo, o quasi, con  la bella cartina riassuntiva dei diversi eventi disegnata da Rocco Benevento, che lui è stato l’ultimo a finire e poi a pranzo aveva portato le polpette che io ci vado pazzo e poi il salame e il capocollo di Giuseppe e insomma anche questo non ve l’ho detto, ma eravamo in 3 e abbiamo mangiato per 7, che è sempre meglio adottare l’approccio cammello quando non sai come te la caverai la sera.

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Il giorno dopo, Primo Maggio, ha piovuto quasi sempre, io stavo suonato peggio di Nino Benvenuti dopo il primo incontro con Emile Griffith eppure con Cinzia e siamo stati felici, sarà stato perché abbiamo conosciuto la famiglia di Giuseppe e abbiamo pranzato con loro, sarà perché abbiamo preso il caffè a casa dei nostri amici Patrizio e Luciano, sarà perché ci siamo visti assieme il concertone del Primo Maggio, sarà che pure Cinzia si sta innamorando di Cip, sarà quel che sarà ma noi non so se ce la facciamo ad aspettare fino al Camp di Grano per ritornarci.
Giuseppe avvisato, mezzo salvato.

Rosaria Zizzo

di Isabella Insolvibile

Ho ricevuto questo messaggio da Rosaria Zizzo, una delle narratrici che ha partecipato a La Notte Del Lavoro Narrato all’Archeobar, Napoli.

“Carissima Isabella, nulla avviene per caso.
È quando stai per affondare che ti viene tesa una mano. La serata del 30 è stata linfa per me, ha nutrito il mio animo e il mio cervello, che da un po’ di tempo si erano chiusi al mondo. Da un anno a questa parte mi sono sentita tradita dalla società, da persone che dicono di interessarsi di legalità e di crescita degli allievi, tre momenti mi hanno ferita, perché hanno deluso le aspettative dei miei studenti e mi sono chiusa a riccio. Rifaccio lo spettacolo l’otto maggio solo dietro richiesta dei miei ragazzi. La vostra, ora vorrei dire la nostra serata in attesa del primo maggio mi ha colmato di gioia nel vedere menti giovani come le vostre riunirsi in attesa di un futuro migliore improntato su arte, cultura e giusto lavoro. Certamente ti racconterò come è nato il mio testo “Edizioni Ordinarie” su questi due meravigliosi ragazzi, Peppino e Giancarlo, che erano VERI,VERI, VERI e che hanno pagato con la Vita l’amore per il proprio lavoro, per la ricerca della Verità attraverso l’uso della PAROLA che è il fulcro del testo. A presto, Rosaria”

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Foto: Matteo Insolvibile. Per Gentile concessione di www.spaccanapoli.it

Rosanna Monaco

La notte del lavoro narrato, lo so è passata una settimana e se ne parla ancora, allora vuol dire che è stato proprio un bell’evento! Ed anch’io, come tutti, voglio raccontarvi la mia esperienza. Non troverete foto o video o slide ma delle semplici riflessioni di un’insegnante anziana che si scopre ancora curiosa ed interessata al proprio lavoro come se fosse ancora la prima volta che organizza un evento. Ora che i riflettori si sono spenti e l’ansia da prestazione soddisfatta, ora che anche la paura é scomparsa e tutto si è svolto come da copione voglio raccontarvi la mia “notte del lavoro narrato”. Sicuramente qualcuno penserà che questo é un pippone … Bene, sorbitevelo.
Come tutti dell’I.C. Marino 70 S. Rosa anch’io ho partecipato a questo “progetto”; non vi nascondo che quando l’ho saputo sono stata molto reticente, non volevo dedicare tempo a qualcosa che non mi stimolasse intellettualmente. Poi ho cominciato a riflettere sul perché non volessi aderire a questa iniziativa. Non era la prima volta che la scuola mi chiamava per un progetto di Circolo, quindi perché tutte queste obiezioni? La risposta é arrivata subito… Sarebbe stato troppo faticoso affrontare questo argomento nella mia classe dove la percentuale di genitori disoccupati é circa l’80%, cosa dire? Come affrontare il problema senza diventare noiosi e ripetitivi con i soliti slogan, letture e giaculatorie varie? Allora ho pensato di rivolgermi a Loro, ai Bambini, quelli che in ogni situazione hanno sempre una parola chiave che ti suggerisce il da farsi. Ma intanto che pensavo a cosa fare, loro raccontavano le loro esperienze di figli di disoccupati, nel raccontare si percepiva orgoglio, dignità, rispetto per i loro genitori che non lavoravano o meglio si arrangiavano.
Uno di loro ha detto “papà fa un lavoro molto umile vorrei che lo cambiasse ma lui mi ha risposto: l’importante è portare i soldi a casa”. Qualcun altro tra le lacrime ha detto che a lui non dispiace avere molti giocattoli o vestiti tanto lui é un bambino fortunato perché ha una famiglia; quella stessa famiglia che é sempre pronta a sfasciarsi ogni giorno perché non ci sono abbastanza soldi.
Per un’insegnante questi momenti sono difficili da gestire, puoi solo asciugare le loro lacrime, nascondere le tue e rassicurarli che tutto andrà bene … sarà mai la verità? Intanto, i bambini “benestanti”, quelli che hanno un papà e una mamma che lavorano, ascoltando le storie dei loro compagni si mostravano incuriositi ma anche dispiaciuti. Forse, anche per loro scoprire tanta sofferenza nel compagno di banco era troppo doloroso. Leggere sui loro volti la sofferenza, la tristezza, ma soprattutto la paura di perdere la loro stabilità non é certamente piacevole.
Cosa fare per riportare il sorriso e l’allegria in tanta malinconia? Ho pensato di presentare loro una serie di poesie napoletane scritte da F. Russo, S. Di Giacomo, Nicolardi e di altri meno conosciuti. Abbiamo letto, tradotto, parafrasato e recitato molti testi; quante risate e come è stato bello vederli all’opera mentre leggevano e cercavano di comprendere quel linguaggio così lontano da loro.
Bene! L’obiettivo era stato raggiunto, il sorriso era tornato e loro avevano imparato quanto la loro città nel tempo fosse stata forte e capace di inventarsi mille mestieri per sopravvivere. Spero che abbiano compreso il messaggio.. “mai arrendersi senza avercela messa tutta”.
Questa esperienza è stata per me molto toccante, insieme a poche altre è stata quella che ricorderò per sempre; proprio per questo posso dire che questa manifestazione è stata un successo. Per noi della 5 ” A” il vero evento non è stato il 30 aprile ma tutti i giorni che abbiamo dedicato a questa festa perché era festa quando i bambini entrando in classe mi chiedevano ” maestra proviamo?”, “maestra mi spieghi questo verso?”, “maestra chi è il solachianiello o il casandruoglio?”.
Sul grande palcoscenico del 70 circolo si sono esibiti tutti, noi eravamo dietro le quinte ma c’eravamo. Ed abbiamo dato il nostro contributo.

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Le mille e una notte del lavoro narrato

Ieri sera, quando ne ho accennato a Riccardo, mi ha detto “Pà, ma tu nun stai bbuono, non è passata neanche una settimana e mo’ già ricominci?”. “Riccà, – gli ho risposto – io sto ‘na bellezza, e poi non è vero che ricomincio, io non ho mai smesso”.
Detto che arrivato a ‘na bellezza Riccardo ha fatto una faccia e un movimento con la mano che siamo scoppiati a ridere come due pazzi che non so quanto ci ho messo per terminare la frase, aggiungo che sono convinto che non sono il solo che non ha smesso, che sta con la “capa” già all’edizione 2015, che sta pensando come farla diventare ancora più grande e più bella.
Che dite? Alessio? E che c’entra Alessio, lui in questa storia qui ci sta sempre, a prescindere. No, non mi riferisco a lui, e neanche a ad Antonio, a Cinzia, a Gennaro, Giuseppe, a Rocco, a Sabato che anche loro per varie ragioni e motivazioni questa storia qui l’hanno condivisa dall’inizio. Mi riferisco a voi, alla tanta bella gente che ha costruito con noi questa edizione 2014, quella con cui sono amico da una vita, quella con cui sono diventato amico per la la vita, quella che non ho mai visto in vita mia e pure mi sembra di conoscerla da un bel po’.
Ecco, con tutte/i voi voglio condividere l’esperienza che ho vissuto io l’anno scorso, quando tornato da Reggio Emilia ho pubblicato su Change.org la petizione e mi sono detto “ma non sarà troppo presto, manca ancora un anno”. No, non era troppo presto, c’è voluto tempo per fare quello che abbiamo fatto, e se ne avessimo avuto di più ci sarebbe servito anche quello.
La mia piccola morale della favola l’avete già capita, diamoci da fare, coinvolgiamo amiche e amici, spieghiamo loro cosa abbiamo fatto e come l’abbiamo fatto, individuiamo luoghi, comunità, persone che ci possono aiutare a raggiungere l’obiettivo per l’edizione 2015. Abbiamo pensato di chiamarla “Le mille e una notte”, perché puntiamo a mettere assieme 1001 luoghi per leggere, narrare, cantare storie di lavoro. Su, e  dite che vi sembra una bella idea, e soprattutto fate qualcosa per farla diventare una bella realtà.
Jamme. Andiamo. Adelante.
Chiara è ‘a luna, doce è ‘o viento, calmo è ‘o mare, oje Carulí’!
‘Sta nuttata ‘e sentimento, nun è fatta pe’ durmí.

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Storia del Signor G. e di M. che imparò a resistere

di Mariano Mastuccino, Circolo Culturale I Fiori del Vesuvio

Adesso vi racconto una storia.
Vi racconto una storia che non è una storia di stragi di bombe, come le bombe fasciste di Bologna o Milano,
ma una strage di lavoro, di persone che si chiamano lavoratori anche se nessuno più li chiama così ma solo perché non li chiamano così non significa che non esistano,
vi racconto una storia di lavoro fatto e fatto bene e poi rubato.
É una storia che quando l’ho scritta ho pensato che sarebbe stato bello averci l’accento emiliano come Max Collini degli Offlaga Disco Pax, perché non so se c’avete fatto caso ma quando racconta una storia un emiliano sembra sempre che la storia sia più bella, ma io non sono Max Collini degli Offlaga Disco Pax e noi non siamo gli Offlaga Disco Pax (siamo i Fiori del Vesuvio),
e allora racconto la storia con la voce mia che viene bene comunque e poi,
e poi e poi non è importante quale voce racconti una storia,
l’importante è che si racconti.

Vi racconto una storia che è la storia del Signor G.
che però non ha nulla a che fare col Signor G. di Giorgio Gaber anche se Gaber lo conosce e gli piace ma non abbastanza, che se ascoltasse tutto il suo teatro-canzone riderebbe un sacco e lo capirebbe bene,
è la storia del Signor G. lavoratore
che lavorava, lavorava, lavorava,
come diceva Piero Ciampi “Andare, camminare, lavorare!”
e lui andava camminava lavorava
andava camminava lavorava
andava camminava lavorava
e andava al lavoro sempre camminando che la macchina per inquinare e finanziare l’Eni non la voleva,
e andava a lavoro camminando tutti i giorni,
e tutti i giorni tutti i giorni per trent’anni,
per trent’anni dico, trent’anni,
andava camminava lavorava
e lavorava un lavoro un poco speciale
nel senso che se lo faceva lui quel lavoro lì e non qualcun altro
evidentemente lo sapeva fare lui quel lavoro lì e non qualcun altro,
e lavorava tipo con la grafia, anzi no, era la tipografia,
ma più precisamente era un foto-incisore lito-calcografico
che a chiunque mi chieda cosa diamine sia questo foto-incisore lito-calcografico io cerco di spiegarlo e cerco di spiegarlo anche a voi,
che avete presente gli assegni e le etichette dell’acqua? Ecco,
se dovevate bere o dar da bere a qualcun altro quelle etichette e quegli assegni erano i suoi,
che se erano fatti bene erano i suoi, se erano fatti male no di sicuro,
perché il Signor G. lavorava, e il lavoro o lo faceva bene o non lo faceva affatto.

Comunque la storia del Signor G. è la storia di un uomo che per trent’anni ha lavorato in fabbrica,
ma volendo poteva pure non lavorare in fabbrica e risparmiarsi le mani
perché pure se non era un genio come lo era qualcun altro
lui coi grafici, le linee orizzontali e verticali, i puntini rossi sullo schermo ci sapeva fare e poteva andare a fare il radarista alla NATO,
che per chi non sapesse cosa è la NATO è quella cosa che mette le basi militari ma chiede agli altri di toglierle,
e pure se soldi non ne aveva sapeva fare i conti e poteva pure andare a lavorare in banca,
che per chi non sapesse cosa sono le banche sono quei posti dove metti i soldi e poi per riprenderteli devi prima dare altri soldi,
ma il Signor G. con la NATO e le banche proprio non ci voleva avere a che fare, che preferiva averci le mani sporche del nero della macchina più che verdi di banconote, più che grigie di bomba,
che se non fosse andato a lavorare in fabbrica
(e io questa cosa la penso sempre)
non sarebbe mai nato M. perché il Signor G. non avrebbe mai incontrato la Signora C., che poi è mia madre perché,
se ancora non si fosse capito,
il Signor G. è mio papà.

La storia del Signor G. è la storia di un uomo che ha lavorato in fabbrica ma che non si limitava a lavorare nonostante già ai suoi tempi chi insegnava a lavorare non insegnava già più a pensare,
ma il Signor G. spesso pensava e non pensava male:
pensava che chi lavora deve pure pensare all’altro che lavora accanto a lui,
a chi gli sta a destra
a chi gli sta a sinistra,
a chi gli sta intorno,
e pensava che bisognava pensare pure all’azienda quando l’azienda si dimentica di pensare all’azienda,
infatti il Signor G. pensava sempre che c’erano cose che non andavano bene lì dentro,
e mentre gli altri colleghi lavoravano e lasciavano stare e magari lavoravano male,
lui rompeva sempre le scatole a tutti
che questa cosa qui non va bene,
che qui dentro ci vogliono le mascherine,
che questo prodotto è infiammabile,
che questo agente è pericoloso,
che questa macchina è obsoleta ci fa lavorare male,
che questa tecnica è vecchia oggi non la cerca più nessuno,
che qui dentro ci sono nuvole di polvere strana bisogna fare i controlli,
che i controlli si fanno ma i controllori sono controllati,
che perché nessuno s’interessa qui?,
e sembrava che non importasse a nessuno, che si fossero tutti dimenticati come si lavora bene.
Infatti la storia del Signor G. lavoratore
è la storia di un lavoro dimenticato
ed è la storia del padrone che lo ha rubato due volte:
la prima lo ha rubato quando ha deciso di fare il padrone e che parte del lavoro dei lavoratori non dovesse essere retribuito,
la seconda l’ha rubato quando ha deciso di fare il padrone e che proprio il lavoro di tutti i lavoratori non dovesse esistere nemmeno più.
E quindi la fabbrica l’ha chiusa, il padrone, tenendosi in valigia profitti, profitti e più profitti e portandoli dietro nella sua villa e sul suo yacht,
ma dato che abbiamo dato nomi e cognomi e abbiamo detto che il Signor G. è il Signor G.
diamo altri nomi e cognomi e diciamo che il padrone è il signor d.
ma con le lettere piccole che non si merita il tempo e lo spreco della Maiuscola.

La storia del Signor G. non finisce quando il signor d. chiude la fabbrica e va a stare nella sua villa e sul suo yacht,
la storia del Signor G. lavoratore e dei suoi colleghi lavoratori
continua con gli scioperi e l’occupazione della fabbrica
continua con le trattative coi sindacati
che per chi non sapesse cosa sono i sindacati, sono quella cosa che dovrebbe difendere i diritti dei lavoratori
ma quella volta tra i diritti del Signor G. e gli interessi del signor d. sembra si ricordassero solo gli interessi del signor d.
e allora il signor d se n’è andato e il Signor G è rimasto ed è rimasto ad occupare fino a che ha potuto
che ricordo che il Signor G. stava in fabbrica a occupare e io e la Signora C. stavamo in casa a fare le cose che si fanno in casa
e nel frattempo che stava in fabbrica e occupava pure se non aveva letto Marx e gli avevano sempre detto che i rossi sono tutti brutti e cattivi
lui pensava che se il padrone la fabbrica non la voleva più
se la potevano prendere gli operai
che alla fine le mani nell’inchiostro nero ce le mettevano loro e allora perché no?
Perché?
Perché quando pensi queste cose ma non c’hai la parola per convincere gli altri
almeno hai bisogno di quelli che la parola ce l’hanno,
quelli con le bandiere e i simboli importanti
ma se quelli con le bandiere e i simboli importanti
si ricordan le bandiere e non i simboli importanti,
il Signor G. rimane solo coi suoi colleghi lavoratori e allora,
e allora niente,
allora.
Allora non sono niente neanche quelli con le bandiere.

Ma adesso mi direte cosa vuole questo qui che viene a parlarci di politica e bandiere e simboli importanti e rossi e padroni e operai pure qui che si parla di lavoro
e io vi dico che sì,
lo ammetto odio il capitalismo
ma questo s’era capito,
e vi dico che non è possibile non parlare di politica quando si parla di lavoro e
che non è possibile in generale non parlare di politica quando si parla di qualsiasi cosa
perché non parlare di politica è impossibile tanto quanto è impossibile non pensare
e “trattenersi dal pensare è impossibile tanto quanto è impossibile trattenersi dall’interpretare”
e questa ultima cosa qui non la dico solo io che sono solo un allegro ragazzo morto ma risorto, attenzione, risorto,
la diceva uno che di nome faceva Italo e di cognome Calvino che tutto intero fa Italo Calvino
che ha fatto la resistenza sulle montagne
e che qualcuno mi dice che gli assomiglio
nel senso che penso quello che pure lui pensava e scriveva pure se non l’ho mai letto
e qualcuno dice che io sarei la sua reincarnazione
e pure se io non lo so se crederci oppure no a questa cosa della reincarnazione
mi piace pensare che pure io come l’ha fatta lui sulle montagne faccio la resistenza
ma la faccio col foglio e con la penna quando vi racconto la storia del Signor G.
che torna a casa e non lo vuole dire che ha perso il lavoro e che l’occupazione non è servita e che per anni dovrà arrangiarsi a mettere tute blu di nascosto
al nero
per campare avanti la famiglia
e non lo vuole dire perché magari quel giorno lì è pure il compleanno di M. e magari ha vinto pure una medaglia a una corsa campestre
ma lui lo capisce che il papà ha perso una cosa più importante e da quel giorno lì è tutta un’altra storia,
da quel giorno lì M. capisce che deve fare la resistenza
che magari ancora non sa come farla ma sa che la deve fare
che magari ancora non sa se la vincerà e magari la perderà ma sa che deve farla,
perché a raccontare storie di lavoro non ci si sporca le mani,
a rubarlo sì.

Da pazza idea a pazza realtà

CAM00085Come scriveva il nostro amico Michele Kettmaier qualche giorno fa, ci stiamo “riprendendo” o come diciamo a Napoli “Arripigliando”. Perché il 30 Aprile è stata una notte incredibile sotto ogni punto di vista. Ed è bello vedere come continui ancora a brillare nel corso dei giorni la scia dei commenti, delle condivisioni, delle fotografie e dei video che state postando.

Qualche giorno fa ho ricevuto tre video girati da Ela Siromascenko, stilista e sarta, che è stata una delle protagoniste della tappa milanese. Ela si preoccupava del tremolio della mano e della scarsa qualità del video. Sarà che sono un appassionato herzoghiano e che mi interessa qualsiasi tipo di materiale (i maestri dicono “qualsiasi immagine in movimento è montabile”) ma credo che saranno anche video del genere a dare il senso di ciò che è accaduto. Immagini “rubate”, tremolii d’emozione, inquadrature traballanti, daranno una grande mano alla restituzione in video della nostra notte. Sto cominciando a raccogliere il materiale, e presto vi contatterò uno ad uno. Voi però cominciate a mettere da parte, scaricare, controllare e a fare un minimo di inventario. Non vi censurate, non eliminate nulla.

Con Vincenzo abbiamo pensato, così come vi abbiamo anticipato, di non mettere limiti all’elaborazione personale dei video. Un po’ perché è giusto che ognuno utilizzi il suo materiale come meglio crede ed un po’ perché il documentario “nazionale”, il collage dei video che tutti noi abbiamo realizzato speriamo sia solo uno dei prodotti che vedranno la luce. Ognuno di voi può e deve, se vuole, montare un proprio video sulla serata, un documentario sulla propria tappa de “La Notte Del Lavoro Narrato”. Importante è che ce lo comunichi che vogliamo vederlo e condividerlo. Siamo tanti, e questo per noi è un valore, facciamo in modo di essere sempre di più.

(in foto Marino Iotti e me. Grazie a Giulia Loperto)

La Notte del Lavoro Narrato alla Scuola d’Arte In Form of Art

di Mariangela Contursi

Scrivo solo adesso, dopo aver lasciato decantare per qualche giorno le sensazioni che ho provato durante la nostra Notte del Lavoro Narrato. Speravo di acquistare un po’ di distacco e di lucidità per ripensare in maniera più “fredda”, “oggettiva”, a quello che abbiamo vissuto nelle cinque ore che abbiamo trascorso insieme. Volevo mettere alla prova queste sensazioni e il loro resistermi addosso dopo la ripresa della vita di tutti i giorni. Stasera mi guardo allo specchio e continuo ad avere il sorriso stampato sulle labbra. Mi guardo dentro e mi sento tale e quale a mercoledì notte, dolcemente euforica, commossa, sorpresa, felice.
E’ successo qualcosa che non avevo mai provato in vita mia, questa è la verità. Una cosa che se uno la racconta a chi non c’era sembra di un altro mondo. In un luogo stupendo e stimolante, sconosciuto praticamente a tutti, nel cuore di Napoli, che si è rivelato semplicemente perfetto e, grazie al padrone di casa, accogliente come pochi, dodici narratori e cinquanta partecipanti hanno condiviso cinque ore del proprio tempo –dico cinque, e lo devo ripetere, perché sono tante ma sono volate- per ascoltare storie di lavoro ben fatto.
Storie di arte e artigianato; di famiglia, propria e altrui; di restituzione al pubblico di beni culturali di eccezionale valore; di recupero eroico e partecipato del territorio; di apertura di spazi rurali urbani e di riqualificazione di interi territori. Canti di lavoro.
Tante storie diverse, eppure tutte accomunate dalla radice comune di un impegno totale di testa, mani cuore, di fronte al quale si disintegra la separazione tra vita e lavoro, e dalla centralità, in questo impegno, del fare bene per il bene comune. Le storie che abbiamo ascoltato derivano tutte da uno sguardo da “realtà aumentata” che ti fa vedere nel vuoto o nel degrado il bello che verrà e te ne fa innamorare al punto tale da diventare una forza e una fissa, e da far venire fuori scienza e follia, creatività e resistenza, capacità di rompere gli schemi, di riscrivere le regole del gioco e di trascinare gli altri nei propri sogni e nelle proprie battaglie.
E’ stata una serata intensa, dominata dalla sensazione di profonda condivisione di un modo, prima ancora che di fare, di stare al mondo. Una serata di una bellezza travolgente, che è arrivata come una sorpresa un po’ per tutti, anche per me che non avevo mai visto né organizzato una cosa così, e che pure cento volte l’avevo sognata e sperata bella, ma non pensavo fino a questo punto.
Ma la cosa più emozionante è quello che è accaduto dopo il nostro incontro. Ho già perso il conto delle storie e dei legami che sono germogliati dalla nostra Notte. C’è chi ha preso appuntamento nei prossimi giorni, chi si è già incontrato, chi ha invitato gli altri a partecipare ad altre cose belle che sta organizzando, chi ha proposto un tour collettivo nei luoghi che abbiamo scoperto durante la notte e chi ha già iniziato a visitarli, chi ha proposto di creare un gruppo su facebook di Quelli della notte narrata, chi sta già organizzando una festa di compleanno a cui invitare gli altri, chi propone di non fermarci e di rifare la Notte raccontando altre storie. C’è chi sente di aver ritrovato l’entusiasmo perduto e chi ha pensato che questo incontro sia stato un segno del destino. Un fiume in piena. E su tutto questa sensazione, meravigliosa, di dolce euforia, di futuro, e la voglia di non fermarsi, di fare ancora di più e meglio, e di fare altro ancora, e soprattutto di farlo insieme, che non vuole andare via 🙂
GRAZIE, grazie di cuore a chi ci ha fatti incontrare, a chi ci ha connessi, a chi ci ha ospitati, a chi ha narrato, a chi ha partecipato.
vl1Foto di Vincenzo longo

È questo un lavoro?

di Adriana Nannicini

Milano aprile 2014

“Ciao, come sai devo scrivere un articolo sul multitasking e le donne. Mi hanno detto che hai fatto una ricerca su questo, ma un po’ particolare, fra le operaie…mi racconti perché loro, come mi hanno detto, non accettano il multitasking?”
Mentre cerco parole e toni per rispondere a chi va giù con l’accetta in un mondo che ormai a me appare delicato e ricco di sfumature, rido. Ancora queste parole umbrella, ancora una trappola per le donne e le prime a caderci sono, come sempre, le giornaliste (oddìo, non vorrei , ma insomma, vado anch’io di accetta).
Provo a spiegarle “polifunzionalità e polivalenza” e dirle che “no, non è multitasking” e chiuderla lì.
Perché anche lei sta lavorando, di corsa, davanti a uno schermo, stringendo un telefono tra spalla e mento.

Osservare il lavoro degli altri è il mio lavoro.
E’ un lavoro questo? e che faccio? Prodotti, risultati, ma anche gesti, pensieri, respiri. Ricerca, consulenza, dunque riunioni, colloqui, documenti da scrivere, da leggere, da copiaincollare. Ogni volta un processo, una sequenza disordinata che spero diventi produttiva, ogni volta un’incertezza.
Stasera provo ad osservare me che osservo.
Dieci anni dopo la prima volta che provai.

In questo ultimo anno da ricercatrice per conto del sindacato, il mio lavoro diventa la storia di un innamoramento.

Un viaggio in Italia, come altri prima, ben più nobili e colti.
Un viaggio nelle sedi sindacali delle regioni, insieme ad una funzionaria nazionale giovane, appassionata delle donne che lavorano e portata alle chiacchiere, comprese quelle inutili che tessono la tela tra noi due.
Saliamo e scendiamo da treni, frecce o regionali che siano, da aerei che planano sul mare di Sardegna o di Napoli. Giù e via all’appuntamento.
Storie di 54 incontri, 60 delegate , e forse più donne e uomini contando anche le altre funzionarie, quelle che ci presentano, con cui si va dopo a bere un caffè, a mangiare perché l’ospitalità conta.
60 delegate, 54 ore di registrazione. Una quantità enorme di colloqui per una ricerca qualitativa. Un committente curioso, una modalità inusuale per loro, un numero che per latri sembrerebbe eccessivo.
Ogni delegata che incontro è per me una scommessa: ho poco tempo per guadagnare quel tanto di fiducia perché abbia voglia di rispondere alle mie sollecitazioni e domande accettando di far divagare i pensieri nella mente, di non sintetizzare, di non stringere, di non fare presto.
Ho chiesto nel progetto un’ora di colloquio. è un sacco di tempo nelle loro abitudini. I primi incontri anche io sono più titubante a sollecitare. Registro e prendo appunti e penso, da subito, che devo immaginare questa volta un processo di lavoro che ho, sì, studiato e letto, ma non più recentemente. Lavoro alle macchine in linea, in fabbrica.
Lavoro operario da far raccontare, individuare i dettagli, avvertire le differenze tra una fabbrica e l’altra, tra una linea ‘moderna’ e una ormai vecchia. Tra un sistema di produzione e l’altro. Alcuni nomi li conosco Barilla, Campari, Ferrero. Altri sono nomi aziendali e non commerciali e io non so.
Tutti i colloqui avvengono in un ufficio, senza foto, senza oggetti, solo una conversazione. E allora che sia. Guardo la donna seduto al tavolino con me, ogni incontro, ogni città e regione, una fabbrica, un ufficio o laboratorio di azienda diversi. E mentre seguo la traccia di ricerca concordata con la segreteria accumulando dati e rappresentazioni, mi innamoro.
Perché una ha inventato un part time verticale e notturno nel we che le consente una paga pari a quella full time. Certo la vita sociale è men che ridotta. Certo lo sa. E lei decide.
E quelle altre, l’emiliana e la piemontese, over 50, magari anche quasi60 che ben conoscono gli impianti all’avanguardia elettronica e meccanica su cui lavorano “Quale rapporto ci sarà tra qualità ed età elevata? Sarà difficile star dietro a innovazioni tecnologiche” e lo sanno, ben di più e meglio di Fornero, e vogliono la qualità dei prodotti, ma vogliono la loro vita di donne un po’ anziane, il desiderio “della mente libera”.
Perché..” Sentirsi lavoratrici come una parte dell’identità femminile, soprattutto non unica, solitaria e monolitica, soprattutto non lavoratrice secondo un unico modello, un unico contenuto professionale. Accanto a questo ‘sentirsi’ si affianca il ‘sentirsi donna, il sentirsi figlia, madre, amica, magari impegnata nelle reti di cittadinanza territoriale, forse affascinata da una vita e carriera sindacale…’ non mancano a queste donne le identità da vivere, quello che è sempre più difficile e desiderato è come integrarle, viverle tutte, farne un patchwork ove una non sia ad escludere lo spazio dell’altra. “
Mi innamoro della forza che credo di intuire sotto la depressione di una donna non tanto giovane, e neppure vecchia, che spesso è in malattia. E medicine e tristezze. Lei a casa mantiene così un fratello disabile e un padre invalido. E va a lavorare più che depressa. E viene anche fare un’intervista!
La più giovane che incontro, non ancora 30anni, bella come il sole i capelli ricci biondi e i jeans stretti, sorride e ha modo di entusiasmarsi per la “bellezza” delle macchine e il processo produttivo “ pulito, profumato!” per l’ordine e l’igiene, il piacere di lavorare in un ambito dove ci sono più diritti, proprio perché è un mondo “più moderno” del magazzino in campagna dell’azienda precedente.
Ognuna una storia, ognuna una versione diversa del rapporto con la macchina. E questa è la sorpresa che ci offrono: scartando dalla traccia e dagli obiettivi di ricerca che non lo prevedono ( altro è all’inizio il focus per il sindacato, che invece accetterà lo spostamento) le operaie dicono del rapporto con le macchine.

Inaspettato perché non previsto esplicitamente, ma esplicitamente ricordato, esemplificato, mostrato.
Rapporto fatto di luci ed ombre, di fatiche quanto di piaceri suscettibili di interesse.
Nella visione che voleva essere “neutra” del luogo del lavoro, la fabbrica era a misura di “maschile”: forza fisica, tempi e tipologia di relazioni. Alle donne che vi entravano era richiesto di adattarsi, di assumere quel comportamento anche come propria misura. Nel cambiamento avvenuto nel corso delle ultime decadi dal punto di vista della tecnologia anche la relazione con le macchine tende ad apparire, viene reso esplicito, non è più come prerogativa maschile? L’espressione di un interesse per il lavoro specifico con le macchine non rischia più di diminuire la femminilità dei corpi di donne e ragazze?
Il rapporto con le macchine: intervenire, riparare, ma soprattutto esercizio di decisioni, costante sollecitazione in alcune fabbriche più evidente e mostrato. Decisioni anche a livello micro, che sono relative a: percepire e riconoscere uno scostamento di ritmo, di accumulo di scarti etc, riconoscere necessità di intervenire, stoppare o/e chiamare manutenzione e/o intervenire sulla base delle proprie conoscenze. Anche a rischio di infortunio non coperto e rischio di danneggiamento attribuito. Rischio che alcune sono disposte non solo a correre, ma rivendicano come propria capacità e conseguente necessità di intervento riparativo.
Interesse per la dimensione meccanica, elettronica, per possibili conoscenze da acquisire, per possibilità di esercitare autonomia controllo non solo di sé, ma della macchina e dunque della linea intera. Capacità tecnica, potere di “far andar” direttamente esercitato. Capacità tecnica derivata da maggior pazienza, da velocità nell’intervenire. “ prendere la chiavi, aprire il quadro elettrico, metterci le mani, girare gli interruttori, per me è naturale, ho una formazione tecnica “
Il legame con “la mia macchina”, ”la mia collega” portano a fare tutt’uno con postazione/macchina e collega.

La mia fatica lavorativa comincia dopo, a casa, fatica solitaria e in dialogo solo con me stessa e le registrazioni. Quando dal riascolto delle 60 e più ore di audio devo elaborare un rapporto. Non un resoconto pedante e pedissequo, ma un’elaborazione che mantenga traccia degli incontri, che valorizzi e renda più visibili e magari anche concettualizzi….senza approssimare, senza travalicare, prendendo un rischio interpretativo da parte mia ma che eviti ogni manipolazione.
Già.
Accade così, come altre volte: il tavolo dove appoggio il mac si impolvera di numerosi strati, le tazze di caffè restano lì dove le metto un attimo, continuamente si rompe l’argine che separa lavoro e vita, dilagano i tempi della scrittura nelle ore notturne. Carta, foglietti, post it, scritti, corretti, stampati, cancellati, annotati con penne di vari colori. Pile di versioni ammucchiate secondo un calendario di ipotesi.
C’è la finestra, grande come tutta la parete, aperta sul cielo e la città distante e se guardo fuori non sono più parole che debbono prendere forma sullo schermo, (e sulla carta perché io sono old fashion, solo lì vedo le frasi e i pensieri) ma sono di nuovo loro, “le mie donne”. Le racconto e riracconto.

Il libretto pubblicato, lo presento in una sala piena di sindacalisti uomini e donne, quelli ben attenti a queste, le segretarie della categoria sono donne.
La giornalista che modera mi chiede una storia:
“Sant Angelo dei Lombardi dopo il terremoto, l’azienda apre un sito anche lì, lei fa un colloquio per entrare come operatrice, un colloquio tecnico, era diplomata di istituto tecnico, abituata a stare con compagni maschi… figlia di un padre fiero di lei… ha chiesto di fare l’avviamento domenicale notturno della linea e al principio le dissero di no. Perché non c’era una divisa adeguata e “poi i tuoi compagni di lavoro?!?” ma siccome erano i suoi compagni da lunedì a sabato lei ottenne di fare, prima donna della fabbrica, l’avviamento domenicale. Non necessariamente con la solidarietà delle sue compagne, giustamente la scelta di una non combacia con quella di altre, e una scelta che rischia di mutare in ‘ordine’ non è più tale. Non ha avuto possibilità di fare manutentore e oggi non potrebbe più, la tecnologia ha operato dei capovolgimenti, farebbe il triplo del lavoro di aggiornamento, non si recupera più, ci vuole occhio giorno per giorno, Anche se lo sa che stare sempre lì è monotono e ripetitivo e la curiosità per una macchina nuova è uno stimolo per non essere -schiave della monotonia-”
Lei era in sala, ha percorso il corridoio tra le file di sedie, ha fatto cenno da sotto il palco, sono scesa, ci siamo commosse.
Non era più la storia di un viaggio in Italia ma la storia di un viaggio da lavoro ‘intellettuale’ verso il lavoro manuale, operaio.
milanoFoto di Roberta Villa

Caro Blog. 3 Maggio 2014

Caro Blog,
dopo due giorni in cui la confusione è riuscita a imbalsamare anche l’ultima e più piccola emozione (grande Lucio Battisti), da ieri sto cercando di tornare normale, anche se “normale” nella mia vita è stata sempre ‘na parola grossa.
La prima bellissima sensazione che sto avendo è che da queste parti si continua a sentire un’aria da giorno prima piuttosto che da giorno dopo, nel senso che assieme alla naturale, legittima voglia, mi viene di dire necessità, di raccontare le emozioni che abbiamo condiviso nella fantastica notte del 30 Aprile, aumenta sempre di più la spinta a pensare cosa facciamo oggi, e anche domani, e secondo me se questa spinta qui dura ci sarà veramente da divertirsi, da costruire, da cambiare.
Delle idee di Mattia e Adriana ho accennato nel post di ieri sera, ma per la verità al domani abbiamo cominciato a pensare anche prima, che io me n’ero accorto ma non l’avevo capito, per la faccenda della confusione.
Dici che pure adesso non è che si capisca proprio bene cosa intendo dire?
Va bene, cerco di spiegarmi meglio, intendo dire che il mitico Giovanni Re (ma lo sai, caro diario, che questo mese Wired gli ha dedicato la copertina?) il 30 aprile ha postato questo nel Roland Forum e poi il primo maggio ha scritto questo post sul suo blog e se non è questo il segno di un viaggio che continua ditemi voi qual è.
E poi c’è il post di Giulia Piscitelli, e poi c’è Maria Grazia de Giovanni che stamane neanche avevo acceso il mio Mac e ho trovato questo suo messaggio: “Buongiorno! Stamattina ho pensato che l’evento del 30 aprile non può e non deve rimanere un fatto isolato, ma deve espandersi! E quindi ho deciso di portare avanti questa cosa. Come? Ecco, seguendo il suo esempio, vorrei fare una ricerca sociologica relativamente al lavoro fatto bene, ma circoscritta al territorio montorese, per far emergere “l’oro di Montoro”. Cosa ne pensa? Non so da dove cominciare e come muovermi, ma dall’entusiasmo che ho e dai numerosi commenti positivi che ho ricevuto, penso che qualcosa di buono ne uscirà”.
Detto che a Maria Grazia ho risposto che la sua mi sembra una bellissima idea, e che se vuole può pubblicare la sua inchiesta che verrà su Timu Le Vie del Lavoro, aggiungo che tutto questo, secondo me, è solo l’inizio, che se saremo capaci tutte/i assieme di non disperdere lo straordinario processo di costruzione di senso che abbiamo innescato, intorno al lavoro e al suo valore, con la notte del 30 Aprile, potremo davvero andare lontano. Perché si, noi siamo quelle/i che veniamo da lontano e andiamo lontano. Con umiltà, impegno, voglia di essere e di fare. Io prima del 30 aprile ci ho creduto. Adesso ci credo ancora di più.
Jamme. Andiamo. Adelante.
rivello

Il bello di arrivare dopo

Tantissimi sono stati i modenesi che hanno partecipato alla notte del lavoro narrato. Ma stiamo parlando di due giorni fa: la tempestività non è quindi il forte di questo post che vorrebbe essere un commento a quanto è successo sotto il cielo (diluviante) di questa città emiliana.
Ma il bello di arrivare dopo, quando tanti hanno già scritto su questa esperienza, è di trovare già scritto quello che volevi scrivere. Magari anche scritto meglio. Se rileggo i tweet che hanno composto la diretta della serata modenese, se ripenso alle testimonianze e ai brani letti, ritrovo lo stesso slittamento dal lavoro verso la vita, lo stesso intreccio di storie allegre e tristi, la stessa volontà di affidare la narrazione non soltanto alle parole scritte ma anche al teatro alla musica e alle immagini (ché sempre di narrazione si tratta), la stessa volontà di cogliere la concretezza del fare. Mentre leggevo i tanti post comparsi in questi giorni, mi dicevo “Esattamente quello che è successo anche da noi”. Solo le citazioni o i riferimenti ai brani letti erano immancabilmente diversi, segnale di quanto il lavoro sia sempre stato presente, magari anche solo con una scena (di quelle imprescindibili e indimenticabili, però), nella narrativa e nella poesia. In questo caso, leggevo e mi annotavo il riferimento “Così la prossima volta me lo ricordo”.
Ho letto e ascoltato storie di insegnanti, di imprenditori, di qualcuno che fa un lavoro che-non-so-se-ho-capito-proprio-bene e il grido di aiuto di qualcun altro che il lavoro lo sta cercando e non lo trova e molti altri. Una galleria di personaggi che parlavano di mille cose diverse. Questo per ricordare che viviamo, o forse siamo sempre vissuti, in una società dei lavori. Che è meglio di una società dei consumi.
giulia1

Jamme. Andiamo. Adelante

Ja, e ditemi che ve la ricordate la battuta finale di Matrix Revolution. Quella con Seraf che dice all’Oracolo “Lei ha sempre saputo!” e l’Oracolo che risponde: “Oh no! no! ..al contrario, ma ho creduto, ho molto creduto!”
Ecco, al primo giornalista che mi chiede se me lo aspettavo risponderò così, che mi piace un sacco ed è pure la verità. Soprattutto perché aggiungerò immediatamente che se ci avessi creduto solo io non sarei andato da nessuna parte, e neanche se ci avessimo creduto solo io e Alessio, solo io, Alessio e Paola e Jepis e Cinzia e Colomba saremmo andati da nessuna parte. La nostra meravigliosa notte è stata possibile perché ci abbiamo creduto in tante/i,  perché in tante/i ci avete messo lavoro buono, quello che anche quando sei stanca/o ti esta la forza per fare un’altra cosa ancora, quello fatto con la testa, con le mani e con il cuore, quello che ti fa dire “lavoro, dunque sono, valgo, merito rispetto, considerazione”, quello che ti fa afre cose da pazzi per coinvolgere ancora un’altra amica, o amico.
Ecco, direi che la buona notizia è che ce l’abbiamo fatta. Quella ottima è che abbiamo appena cominciato.
Naturalmente ciascuna/o di voi può decidere di scendere a questa fermata o di continuare il viaggio, ce l’eravamo detto, ricordate?: La Notte del Lavoro Narrato non è un evento, è una storia, un racconto, un viaggio che tiene assieme persone per tante ragioni diverse che pure condividono alcune idee importanti sul lavoro e sul suo valore, ma sì, quelle che abbiamo scritto nel manifesto. No, non ci sono ripensamenti, la luna continua a essere chiara, il vento dolce, il mare calmo, la voglia di dormire poca, perché di questi tempi è meglio tenerli aperti gli occhi, e come diceva ai tempi del mio viaggio in Giappone il mio amico Franco Nori, quattro occhi sono meglio di due, otto meglio di quattro e così via, fino all’infinito e oltre.
Dice ma adesso che facciamo? Rispondo che io qualche idea che mi piace ce l’ho, Alessio, che ritrovo domani, pure, qualche altra me l’hanno suggerita Jepis, Cinzia e Antonio in questi 3 giorni a #Cip come sempre pieni pieni di cose, comprese condivisioni, statistiche, l’hashtag #lavoronarrato stampato in 3d, Cara moglie e Nuttata ‘e sentimento live e la squisita pizza con l’hastag che vedete nella foto, altre 3 -4 sono venute da Mattia e da Adriana ma solo perché solo con loro ho parlato, che se ci sentiamo con altre/i cento di voi vengono fuori altre mille idee.
Sì, direi che le idee proprio non ci mancano. E con Alessio ci siamo detti che in fondo c’è anche un modo per regolare la condivisione delle cose che intendiamo condividere, perché naturalmente ciascuna/o di noi può fare mille altre cose, alcune da solo come gli pare, altre con altri con le modalità che assieme definiranno, per quelle che facciamo assieme l’idea è di adottare le Licenze Creative Commons nella versione  Cc-by new white.svg Cc-nc white.svg Cc-sa.svg CC BY-NC-SA che in buona sostanza “permette di distribuire, modificare, creare opere derivate dall’originale, ma non a scopi commerciali, a condizione che venga riconosciuta la paternità dell’opera all’autore e che alla nuova opera vengano attribuite le stesse licenze dell’originale (quindi ad ogni derivato non sarà permesso l’uso commerciale).
Naturalmente abbiamo ancora un po’ di tempo per pensarci su (non solo io e Alessio, ma tutte/i noi), perciò pensiamoci, che forse è un buon modo per condividere idee, progetti, esperienze.
Jamme. Andiamo. Adelante. Che abbiamo appena cominciato.

pizza

Storia di amore, lavoro ed emancipazione

di Alberto Giudice

giudice1Vincenzo, mi hai sempre chiesto di scrivere la mia storia di lavoro, ma non potevo … dinanzi a questo esempio devo solo fermarmi!!!
Questa è una storia vera. La storia che mi è stata raccontata da mio padre, da mia nonna e dai miei zii.
C. è mia nonna Caterina Torre, adesso non c’è più, che ha fatto tutto questo. Ha scritto la poesia più bella perché attraverso il suo sacrificio ha permesso ai figli di studiare, ha permesso a noi di trascorrere un’infanzia serena ed ha piantato un seme in tutti noi: se vuoi una cosa industriati per ottenerla con onestà!
Questo racconto l’ho scritto un giorno, è “romanzato” ma il tutto è vero, quando ho capito ciò che ha realizzato per tutti noi. L’ho scritto per i miei figli che non potranno conoscerla personalmente ma attraverso questo racconto.  I valori che ha insegnato ai suoi figli e che a loro volta sono stati trasmessi a noi vanno al di là della morte.
Grazie Nonna Caterina.
Alberto

“Sai ho fatto tutti i calcoli. Mi dispiace ma non tutti i nostri figli possono andare a scuola.”
“E come facciamo?”
“Ne possiamo mandare soltanto uno. Ho pensato di fare un sorteggio: sceglierne uno sarebbe un’ingiustizia!”.
Alla parola sorteggio il cuore di C. batté forte, voleva uscire dal petto e ribellarsi al sorteggio, alla condizione economica, al sistema. Sapeva che anche il sorteggio era ingiusto e voleva che tutti i figli studiassero. Sapeva che da quei simboli neri scritti su un pezzo di carta passava l’emancipazione dei figli e poi dei nipoti. Sapeva anche che, purtroppo, le condizioni economiche erano quelle che erano e il collegio costava. Si il collegio. Perché a quei tempi le scuole erano lontane e per studiare si doveva stare in collegio o farsi prete. Esclamò: “Mannaggia la miseria!” e andò via.
Il giorno dopo ci fu il sorteggio. I quattro figli avevano la speranza della propria possibilità di riscatto in quei pezzettini di carta. Nei loro occhi c’era la speranza di poter cambiare vita, di lavorare i campi e spaccarsi la schiena o emigrare come tanti in un altro Paese e vivere di nostalgia.
I pezzi di carta furono preparati, su ciascuno fu scritto il nome dei figli. Tutto fu eseguito con una lentezza estenuante, come per prendere tempo come se l’attesa avesse permesso di cambiare il corso del destino. In cuor suo nessuno voleva quel sorteggio.
Alla fine il sorteggio fu fatto, il pezzo di carta fu impietoso: purtroppo un solo nome era scritto. Nessuno dei bambini protestò, nessuno pianse, accettarono il destino. Nessuno era felice: in quel momento sapevano che si sarebbero divisi e che, in ogni caso, sarebbero stati strappati dall’infanzia.
C. non poteva pensare che soltanto uno dei suoi figli sarebbe andato a scuola e gli altri dovevano rimanere al palo. Lesse nei loro occhi, come soltanto una mamma può fare, tutte le sensazioni che provarono in quel momento i suoi bambini. Ancora una volta il cuore batteva forte e non riusciva a capacitarsi per l’ingiustizia che era stata compiuta. Non dal marito, non da lei, ma dalla miseria, dal lavoro nei campi che non rendeva e dall’essere troppo lontani dal paese in cui c’era la scuola e il collegio. Pensò e ripensò tutta la notte come si poteva fare ma per una volta disse che il destino era stato più forte.
Dopo un anno C. andò a trovare il figlio in collegio e girando per il paese vide che c’era una casa in affitto. La casa era grande e pensò che poteva fittare le stanze ad altri studenti, ma soprattutto ai professori che avrebbero dovuto insegnare nelle scuole. Visitò tutto il paese. Vide che non c’erano alberghi, pensioni ed in quel momento il cuore gli batté forte. Il sogno poteva essere realizzato: tutti i figli avrebbero potuto studiare.
Ritornò al paese dopo un lungo viaggio fatto di curve, salite e discese ma in quel momento non vide nulla ed il viaggio per lei durò meno di un minuto. Comunicò l’idea al marito e sapeva che nessuno poteva fermarla. Realizzò il progetto e tutto andò come aveva previsto. Portò con se i figli, li iscrisse a scuola. Iniziarono ad arrivare i primi professori che volevano fittare una stanza e che volevano un ambiente familiare.
“Voi cosa insegnate?”
“Matematica.”
“Allora la stanza è questa.”
Arrivò un altro professore.
“Voi cosa insegnate?”
“Italiano e Latino.”
“Allora la stanza è questa”
Pian piano fittò tute le stanze: al professore di italiano, di matematica, di lingue e di latino. In questo modo, pensò, se i miei figli hanno bisogno di una ripetizione i professori sono in casa.
Così passarono gli anni tra pulizie, sacrifici e lontananza dal marito e dalla propria terra che tanto amava. Ma il suo cuore non era triste. C. viveva per i figli e vederli diplomati o laureati le faceva dimenticare il lavoro, la schiena rotta e il sudore che aveva buttato per l’emancipazione dei figli. I figli oramai si erano realizzati, i nipoti trascorrevano un’infanzia serena, come C. non aveva mai vissuto, e il suo mal di schiena non esisteva più. Aveva lottato per l’emancipazione dei figli, aveva vinto il destino.
Ha scritto la poesia più bella!!

Questo lo avete detto voi

Mariangela Contursi
Sono passati più di due giorni e ancora la gioia non va via. Anzi, cresce e si fa più profonda. Dedicata alla nostra Notte del lavoro narrato. Alle nostre “lucciole di Cuma” che hanno preso a pulsare all’unisono e a tessere nuovi legami. Dedicata alla bellezza che è stata, e a quella – appena iniziata, ancora più grande – che sarà.

Maria Grazia De Giovanni
Ieri sera ho trascorso una serata diversa dal solito a casa mia, una serata in cui si è dato parola alle persone che lavorano, che ci mettono il cuore in quello che fanno! Ma la straordinarietà dell’evento, unico nel suo genere, è stata quella di unire tutti coloro che partecipavano, distanti geograficamente e anche come organizzazione, utilizzando i social network. Il bello della tecnologia! Anch’essa frutto di lavoro umano! Viva il lavoro! E soprattutto viva il lavoro fatto bene!
Ringrazio … per aver avuto questa grande idea, tutti coloro che hanno collaborato, e in particolare coloro che hanno partecipato a casa mia. Un grazie speciale ad Antonio de Giovanni che ha realizzato i nostri filmati.
Buona festa del lavoro a tutti!

Sabrina Lettieri
Che serata…
Dopo quattro ore di diretta, non ho più parole. E la sensazione che provo è positiva. Grazie a …, per avermi dato la possibilità di partecipare a questo straordinario evento, in cui “tutti insieme, tutti alla stessa ora” abbiamo raccontato dell’Italia che vale. Grazie a …, per essere stato sempre presente al lancio dei miei SOS. Grazie a Radio Raffaella Uno, A Voce d’o Popolo e ai ragazzi di Pro Loco Montoro per aver accolto subito l’idea di collaborare insieme alla riuscita di questa Notte.

Anna per Remida Napoli
…,  a nome di Remida Napoli, ti ringrazio per la bella nuttata che ci hai permesso di organizzare. Come ha detto Paola è stat una celebrazione, ed io che di celebrazioni vere ne ho organizzate parecchie, nel corso della serata pensavo che era come una Preghiera, come la compieta, o le lodi, tutti alla stessa ora per lodare e cantare Dio! Ieri tutti insieme per celebrare noi stessi e chi prima di noi ha lavorato bene! Grazie … spero ti piaccia il video, poi ti postiamo gli altri. Riposati!

Giuliana De Vivo
Ieri sera sono stata alla notte del lavoro narrato a Milano. Sono andata per lavoro, perché sono una giornalista freelance (cioè precaria, sì), ma non c’è cosa più bella di quando il lavoro è piacevole, di quando, come ieri sera, ci si mette un po’ di cuore, perché è così che acquista senso. Quindi grazie per la bella idea, qui trova l’articolo.

Antonio Stornaiuolo
Prof., la serata ieri a Castel San Giorgio è stata meravigliosa, ma proprio bella, mi è piaciuta assai. Tante testimonianze, racconti, applausi, letture, video, collegamenti skype, tammorre, recitazione. Beh, bellissimo.

Francesco Escalona
Grazie. Siamo cambiati. Emozioni forti nella notte del #lavoronarrato che si è tenuta ieri a Montesanto. Già il Luogo scelto per celebrare questo rito laico, era tutto un programma: Una scuola d’arte nel cuore di Napoli, che più cuore non c’è. Anche se ieri, è stata subito chiara, chiarissima una cosa: Napoli ha mille cuori. Anzi, che dico: un milione di cuori. Inaspettati, sconosciuti, nascosti nelle pieghe più invisibili, battono. Spesso all’unisono. Ma senza saperlo. E ieri sera, come fanno anche le lucciole a Cuma nel mese di maggio, tanti di questi cuori battenti quotidianamente nella Napoli metropolitana, rispondendo all’appello di Vincenzo di Gae Moretti e di Mariangela Contursi, si sono accesi. Ma all’unisono. Come le lucciole che brillano per ritrovarsi, per poi accordare le proprie pulsazioni luminose, così è accaduto ieri notte per cinque lunghe, brevissime ore, a Napoli, a Montesanto, in uno di questi “cespugli rituali”, come in tantissimi altri in un’Italia per una volta veramente unita. E questi cuori, questi occhi luccicanti, si sono riconosciuti, con emozione, raccontando il loro “lavoro” quotidiano: sconosciuto, tenace, innovativo, antico e modernissimo. A volte tanto indefinibile da non riuscire quasi, ma solo a prima vista, a chiamarlo “Lavoro”. Eppure ieri sera alla fine è stato chiaro. Questo, è il Lavoro moderno. Siamo in un cambio di era. E tutto sta cambiando intorno a noi. Tanto da non farci riconoscere neanche più il Lavoro. Ma quando queste luci si accendevano, attraverso gli occhi e le voci emozionate dei protagonisti, nelle storiedi tutti, lo abbiamo riconosciuto. E ci siamo riconosciuti. Nelle stesse parole che risuonavano in ogni racconto … nella stessa passione dello “dello sporcarsi le mani”, nel fare da sè quando si resta da soli, nelle notti insonni di Tommaso, nella volontà di “aprire agli altri” e di coinvolgerli anche quando non si è pronti, di Umberto Bile nella voce rotta della figlia innamorata, nella passione di Stefania, che dopo aver girato il mondo, vuole cambiare il mondo, ma dal Paradisiello; nella lotta contro tutti di Carlo; nella lotta del ritorno alla Bellezza del posto più bello del mondo, di Maurizio; nella ricerca, lunga, costante e solitaria, di Giulia di una Napoli che c’è, e come … , intorno alle cose semplici, come il cibo domestico nei “cibi e vini”, ma che non vediamo più; ma che poi le ha donato tanto amore da chi ha visto riscoperto e riconosciuto il proprio lavoro … nella descrizione dei lavori minimi e trasparenti, che invece brillano intorno a noi, e che salveranno il mondo, come dice Borges . Come per le lucciole che entrano in risonanza prima di accoppiarsi, per riconoscersi, ieri sera a Montesanto, – ma sono sicuro in tutt’Italia è avvenuto lo stesso – risuonavano quelle stesse parole: passione, tenacia, innovazione, curiosità, costanza … Amore. E la coincidenza tra la vita e il lavoro. E l’impossibilità, una volta capito, a non farlo. E la sensazione incredibile di non lavorare neanche più. Ma solo di vivere l’unica, sola, vita possibile, per fare “quella cosa”. Il Lavoro, in quelle storie, era La Vita. E in ogni storia di eroismo minimo: da quelle piccole, domestiche, artigianali, fatte di atti lievi, invisibili ai più, ma cariche di una potenza eversiva come poche altre; a quelle costruite passo dopo passo in anni di “fatica”, compiendo il proprio ineluttabile destino, il proprio Karma; a quelle eroiche, legate alla propria Terra da riscattare, ad un posto, da difendere, da salvare, da disvelare, spesso contro tutto e insieme a tutti … c’erano sempre quelle sei parole lì, a descrivere le mille e mille giornate di lavoro appassionato, tenace, sofferto, innovatore, curioso, costante ma, soprattutto, denso di tanto tanto Amore. Come il lavoro di Mariangela, che in queste settimane a scovato tra le pieghe di questa sorprendente capitale che non finirà mai di stupirci, le storie straordinarie, solo alcune tra le mille, di un lavoro nascosto, invisibile e eppure vivo che sta cambiando Napoli, che sta cambiato il mondo … Che ha già cambiato noi. Abbiamo pianto, nascondendo le lacrime, abbiamo riso, a crepapelle … fino ad avere il mal di pancia, ci siamo indignati, ci siamo incazzati e addolorati … fino a stringere i pugni. Abbiamo capito – sentito, intimamente – il perché dopo la guerra, i nostri Padri costituenti, gente uscita da una feroce guerra ma appassionata, tenace, sofferta, innovatrice, curiosa, costante e soprattutto innamorata della propria terra, della propria gente, al primo articolo della nostra bella Costituzione, ha voluto orgogliosamente scrivere: L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul Lavoro. #lnlogo2

Caro Vincenzo

Di Luigi Della Corte

Bruxelles, 30 aprile 2014
Caro Vincenzo,
Ti scrivo per dirti che, questa sera, non organizzerò una sessione della notte del lavoro narrato a Bruxelles. L’avrei voluto tanto. Di ragazze e ragazzi italiani bravi ne conosco tanti, qui a Bruxelles. Sono i numerosi e differenti talenti che l’Italia ha, più o meno consapevolmente, mollato. Bruxelles è un transito, è uno degli hub del talento italiano mollato.
Insomma: allora perché non organizzo una notte del lavoro narrato, visto che di narratori ne avrei? Perchè… Ecco perché.
Da due mesi non sto di fatto lavorando (almeno non nel senso di fare il lavoro che mi piace fare) e mi sono messo alla ricerca di un nuovo lavoro: cerco un lavoro che mi piaccia, ma anche uno che mi piaccia un poco di meno: le spese sono tante, i soldi non crescono sugli alberi, pare.
Trovare un nuovo lavoro, pensavo fosse facile? No, certo… ma difficile fino a questo punto, neanche! Forse sono stato (sono ancora?) un illuso, che crede alle favole… ma proprio non me l’aspettavo di trovare tanta freddezza, tanta distanza tra il mio entusiasmo e le opportunità attuali a Bruxelles. Sto ora guardando anche all’estero, di andare da altrove ad altrove: non ti nascondo, il cuore trema sempre un po’, come fosse un salto.
E allora ho capito che io non posso raccontare la mia storia, nella notte del lavoro narrato, che pure volevo organizzare. E come potrei mettermi da parte, astenermi dal racconto, ospitando io la serata? Mi spiace: non so raccontare una storia che non ha ancora un nuovo capitolo… nella scrittura di questo nuovo capitolo ci sono finito dentro, con tutte le scarpe! E che storia racconterà questo capitolo… non lo so ancora!
Sono pieno di dubbi. Dove mi spingerà il mio prossimo lavoro? Dovrò imparare ancora un’altra lingua, aprire un’altra posizione contributiva, attivare un altro numero di cellulare, trovare una nuova casa? E quanto tempo durerà stavolta? Sarà abbastanza per stare tranquillo un po’, concentrarmi senza dover passare il tempo anche a continuare la ricerca di un lavoro? Inviare CV, scrivere lettere motivazionali, compilare formulari, aspettare e poi fissare colloqui e poi prepararli e poi sostenerli e poi ricordarsi di sollecitare un follow-up… Se lavorare stanca, lavorare con cercare lavoro…
Ho una sola certezza (a parte le tasse e le bollette da pagare): l’Italia l’avverto sempre più distante. Un Paese dove non riesco a immaginare un buon futuro professionale per me. Mi pare che io non sia il solo a pensare questo. Non c’entra niente l’orgoglio Patrio, il libro Cuore e la pizza. Sono un fiero italiano, ma il sistema-Italia (l’Italia come Paese dove esprimere professionalità), non mi interessa: mi ha deluso.
Perché deluso? Perché in questi anni (anni di crisi, di disorientamento) ho assistito in Italia alla mortificazione quasi sistematica del talento e dell’entusiasmo. L’ho visto nei contratti “da fame”, nell’offerta senza vergogna di “stage non remunerati”, nei mille ostacoli che i giovani liberi professionisti affrontano, nella inettitudine della pubblica amministrazione blindata e troppe volte ottusa, nella faccia tosta di chi sfrutta il talento di tanti giovani professionisti “a buon prezzo”, in una pubblica istruzione che ormai non finge neanche più d’insegnare qualcosa ai suoi studenti …e potrei continuare…
Nell’Italia di questi anni, anzichè mettere al centro dell’attenzione il lavoro, e seguire una strategia per liberare le energie professionali (tante!) di cui eravamo ricchissimi, si è pensato alle tante pagliuzze negli occhi. E tante pagliuzze non fanno un trave! Insomma: credo che una classe dirigente non è stata all’altezza dei tempi, non ha capito che bisognava agire liberando energie, aprendo il Paese a tutti coloro che avevano entusiasmo e voglia di lavorare. Ha badato ad altro e ha fatto fiasco (guardandosi però bene di farsi da parte….). Un plateale fiasco.
Così molte opportunità l’Italia le ha perdute e molti talenti se li è lasciati scappare. Centinaia di storie di lavoro, in questo momento, non passano più dall’Italia.
Si può risolvere questa situazione? No, secondo me no: almeno non a breve. Abbiamo un grosso problema. Manca in Italia l’amore: l’amore per il lavoro. Non esagero.
La faccio breve.
Una persona si esprime in molti modi: fare il proprio lavoro è uno dei migliori modi per esprimere sè stessi. Tu ripeti – giustamente – che “il lavoro va fatto bene perché così si fa”. Lo penso anche io: chi lavora bene, lo fa anche perché, attraverso un lavoro ben fatto, esprime bene sè stesso: è un modo per rispettarsi, per volersi bene.
Ora: chi ama qualcuno, ama anche il lavoro che questa persona svolge, l’opera che compie. Chi ama qualcuno, rispetta il suo lavoro. E se rispetti il lavoro di qualcuno, come si diceva una volta, lo onori (la parola onorario, dice qualcosa?), cioè gli riconosci grande importanza. Il lavoro, espressione dell’identità di ciascuno, si rispetta come si rispetta la persona stessa. Il lavoro si remunera nella maniera giusta, lo si protegge, lo si sostiene, lo si promuove: ma è alla persona che si esprime attraverso quel lavoro che si pensa! In Italia, mi fa male dirlo, questo non accade quasi mai.
L’Italia di oggi non ama più il lavoro: il lavoro in Italia è troppo spesso tradito! E tradendo il lavoro, in Italia tradiamo il fondamento del nostro vivere civile (“la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro” è un modo per dire, per come la vedo io, che l’Italia si fonda sulle persone e sul contributo – piccolo o grande – che ciascuno offre agli altri, esprimendo sè stesso). Insomma… insomma…
Insomma, caro Vincenzo, mi fermo qui. Metto da parte l’amarezza!
Volevo solo dirti come la penso e perché questa notte io non narrerò la mia storia di lavoro: non so ancora se e quando ne uscirò, dopo questo pugno in faccia che si chiama “non lavoro da qualche tempo”. Mi impegno anima e corpo perché finisca presto. Alle volte le si prende, alle volte le si dà… e io con l’occhio nero e la faccia tosta, vado avanti col mio curriculum sotto il braccio, trascinato da un entusiasmo quasi invincibile. Ostinatamente, amaramente, ancora lontano dall’Italia.
Tu, intanto, insieme ai tanti che hanno avuto il coraggio di seguirti, riaccendi in Italia l’amore per il lavoro ben fatto. Ripeti ti prego alle persone che lavorare bene è come volersi bene, voler bene cioè – al contempo – a sé stessi e agli altri. Vorrei (e sono sicuro, sarà così) che i racconti di questa notte siano racconti d’amore, narrati da persone che amano. E che amano vivere. E che amano vivere insieme.
Mi auguro che l’Italia ritorni presto ad essere un posto dove chi lavora non deve vedere questo amore maltrattato, deriso, mortificato! Che l’Italia ritorni ad essere un Paese dove si lavora e si è contenti di lavorare e si è orgogliosi di raccontare il lavoro.
Lo auguro a tutti noi, di cuore!
Un abbraccio forte e sincero.
In bocca al lupo e a presto,
Luigi
inoutlab

Associazione Culturale Pepenero c’è

di Angela Giordano
Vi racconto questa piccola storia di lavoro e per farlo prendo spunto da mia figlia, una bambina di 10 anni che ha idee abbastanza chiare, e un giorno mi fa “sai mamma forse gli altri non se ne accorgono, ma quello che fai tu e cioè la casalinga è un lavoro proprio come gli altri, un giorno che sono stata in ufficio da papà, ho visto che mentre era intento al suo lavoro era molto concentrato, ma quando fai le faccende di casa anche tu sei concentrata, però c’è una cosa tu non fai un solo lavoro ma tanti lavori messi insieme, perché ti vedo cucinare e poi leggere, ti vedo fare un sito internet a poi scrivi le cose che pensi, e poi ti prendi cura di me, dei gatti, della famiglia e se anche a volte c’è disordine a me non importa”.
Ebbene sì, in casa mia per dirla alla Capossela finisce che si perdono i calzini ma intanto organizzo con l’Associazione Pepenero qualche evento culturale e perciò vi dico che il ragionamento di mi figlia fila, che voglio farlo sempre meglio questo mio lavoro variegato, che sono sulla buona strada e che per questo sono felice di essere qui con voi e con L ‘Associazione culturale Pepenero che tra l’altro ha sede proprio qui dove svolgo i tanti lavori messi insieme, la casa di campagna dove abito e che intendo trasformare in uno spazio partecipato a chi come me vuole e sente il bisogno di rendere denso il sapore e che come me crede che i valori esistono e bisogna riscoprirli attraverso le storie, le letture, i racconti e la cultura tutta.
Proprio da qui, da questa sede, insieme agli altri soci che avrete modo di conoscere più tardi, partiamo con un progetto che si occuperà di libri, di lettura e di bambini. A dopo. blab2

Exodus Cassino c’è

di Luigi Maccaro

Anche nella Comunità Exodus di Cassino, la festa dei lavoratori avrà una sottolineatura speciale.
Mercoledì 30 aprile, a partire dalle ore 20.00, in concomitanza con decine di altri eventi simili che si svolgeranno in tutta Italia, da Trento a Reggio Calabria e con qualche sede anche all’estero (Londra, Marsiglia, Strasburgo), si svolgerà la “Notte del lavoro narrato”.
Tutti insieme, alla stessa ora, per leggere, narrare, cantare, ascoltare storie di lavoro. Ci sarà Angelo che fa il meccanico, che è innamorato del suo mestiere e trova soddisfazione nel lavoro ben fatto. Ci sarà Carmine che fa il falegname, che vive del profumo del legno e ama curare i particolari. Ci sarà Angelo che fa l’apicoltore e ama vivere in mezzo alla natura come le api di cui si prende cura. Ci saranno altri che come loro hanno vissuto storie difficili ma grazie alla comunità sono ripartiti e grazie al loro rapporto con il lavoro oggi si sentono realizzati.
La notte del lavoro narrato nasce dall’iniziativa di Vincenzo Moretti e Alessio Strazzullo. Per qualche ora si ritroverà un pezzo di quell’Italia fondata sul lavoro. L’Italia del barista e della scienziata, dell’artigiano e dell’impiegata, del musicista e dell’operaia, del ferroviere e dell’apicultore, della maestra e del maker, dello start-upper e del meccanico, donne e uomini normali che ogni giorno con il proprio lavoro, con l’intelligenza, l’amore, l’impegno che mettono nelle cose che fanno, creano le condizioni per dare più senso e significato alle loro vite e dare più futuro al nostro Paese.
Exodus ha sempre considerato il lavoro un importante strumento educativo capace di restituire dignità a quegli uomini e a quelle donne che per mille ragioni diverse hanno smarrito il senso della propria esistenza finendo in condizioni di dipendenza e di grave marginalità sociale.
I ragazzi “imparano facendo”, attraverso il lavoro si impara a progredire come persona e si impara a relazionarsi con gli altri: con il gruppo di lavoro, con i tecnici, con realtà esterne al proprio contesto di vita. Il lavoro è anche occasione di verifica degli obiettivi stabiliti con gli educatori, dunque misura inequivocabile del proprio impegno ed è per questo viatico straordinario per la costruzione del proprio percorso di autonomia individuale. Attraverso il lavoro si impara a conoscere, a confrontarsi e a superare i propri limiti. Il lavoro è un tema che consente di varcare i confini della comunità e continuare l’opera di coinvolgimento reciproco con il territorio. Un territorio, quello del Cassinate, in gravi difficoltà economiche ma ricco ancora di persone, lavoratori e imprenditori he pensano che “ciò che va quasi bene” non va bene, che mettono sempre una parte di sé stessi in quello che fanno, che provano soddisfazione nel fare bene una cosa a prescindere, qualunque essa sia: pulire una strada, progettare un centro direzionale, scrivere l’enciclopedia del dna, cucinare la pasta e fagioli. Appuntamento dunque in comunità per la vigilia del primo maggio, per leggere, narrare, cantare, dipingere, rappresentare, condividere storie di lavoro.
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Il Lavoro Narrato in pediatria

di Greta Fontanili

È vero, avevamo detto che la si doveva fare tutti il 30 Aprile, tutti alle 20:30 e tutti contemporaneamente. Ma La Notte Del Lavoro Narrato, per farla nel reparto di Pediatria dell’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, si è dovuta fare ieri sera. È bello pensare che si cominci così, strappando un sorriso ai più piccoli partecipanti di questo grande evento. Raccontiamo storie di lavoro e ci prendiamo cura di noi e degli altri. Indichiamo possibilità, sogni e futuro.

Ecco quindi “Il lavoro di Notte”, Anteprima de “La notte del lavoro narrato”. Una vigilessa, un pompiere un DJ, un’infermiera e un dottore hanno raccontato (rigorosamente in tenuta da lavoro!) il loro lavoro notturno. Tanti bambini hanno ascoltato attenti i racconti dei narratori/lavoratori e li hanno intervistati con alcune domande curiose. Come ti senti a fare il tuo lavoro? Alla vigilessa: Ti dispiace fare le multe? Al DJ: Ti piace la musica? Al pompiere: Quando devi spegnere il fuoco come fai? Alla vigilessa: Usi le manette? Ti stanchi a fare il tuo lavoro? Hai paura delle volte a fare il tuo lavoro? Quali sono le procedure del tuo lavoro? Al dottore: A cosa serve il martello che usano i dottori? Con questa serata i bambini della pediatria hanno dato ufficialmente il via agli eventi e vi augurano una appassionante Notte del Lavoro Narrato.

gruppo ospedaleprbimbospedale

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Cip c’è

di Benedetta Giudice

apeoperaiaCaselle in Pittari, terra di emigranti, terra da cui troppo spesso si è partiti per rincorrerlo il lavoro, stasera sarà invece il luogo verso cui il lavoro convergerà, il punto di congiunzione e di incontro delle esperienze di voi che parteciperete alla Notte del Lavoro Narrato. Il quartier generale è InOutLabCoworking: saremo il centro di smistamento, l’help desk umano.
Noi saremo lì fisicamente, voi ci sarete telematicamente, ma nella sostanza, tutti insieme a condividere questa straordinaria esperienza.
Ma c’è dell’altro qui a Caselle! La nostra antropologa Giulia Ubaldi -ormai una casellese d’adozione- ha allestito un’esposizione fotografica dal titolo “L’Ape Operaia”: gli scatti sono dei ritratti di lavoro che ha catturato a Caselle durante questo scorso anno. La mostra è allestita presso l’Osteria Tancredi, nel paese vecchio. Potete perdervela? La risposta è no.
E a proposito di Caselle, di emigranti e di lavoro mi sono ricordata del nonno, e di quando volevo sapere che mestiere aveva fatto nella vita:
<<Ma il nonno, che lavoro faceva?>>
<<Ma quando?>>
<<Che ne so, quando era giovane…quando poi è andato in Argentina…>>
<<Eh appunto…quando? Appena arrivato? Prima di tornarsene? Ha fatto tanti lavori il nonno quando era in Argentina>>
<<E racconta, ià…>>
Ero ancora piccola quando feci quella domanda, per me fino ad allora il nonno di mestiere aveva fatto sempre soltanto il nonno. Ed era stato un emigrante, questo sì lo sapevo: se ne era andato in Argentina, prima di sposarsi.
Qua a Caselle la parola “emigrante” è cosa di tutti i giorni, te la senti nel destino, quasi te lo aspetti che un giorno dovrai emigrare pure tu. Prima, all’epoca del nonno, tanti oltrepassavano l’oceano, andavano verso l’America, il Brasile, l’Argentina, poi dopo è stato il tempo della Germania, della Toscana,  del Nord Italia. Il commento invece quasi sempre lo stesso: ”eh…perché qua non c’era lavoro, come dovevamo fare? Là, qualsiasi lavoro, ma almeno lavoravi!”.
E insomma, anche il nonno era partito, da Genova -con la nave- per l’Argentina. Qua a Caselle il nonno lavorava la terra, insieme a tutta la famiglia, faceva il contadino, aveva imparato a fare quello. Quando è andato via ha cominciato dalla terra, dal mestiere che conosceva, ma poi si è messo a fare altro, e ha cambiato tanti lavori, vuoi perché non fruttavano tanto, vuoi perché voleva un’occupazione diversa. All’inizio si era procurato un carretto trainato da un cavallo e andava per le campagne a vendere prodotti che altrimenti si trovavano solo nei negozi in paese. Un periodo si era messo a fabbricare scope, quelle di saggina, cucite a mano e per risparmiare sui manici andava per le case a comprare quelli usati e li rimetteva in sesto. Poi aveva anche aperto una specie di polleria, comprava i polli nelle fattorie vicine, li spennava, li preparava e li spediva in treno a Buenos Aires; là però il commercio diventò rischioso con l’inizio del periodo degli scioperi e delle proteste: quando bloccavano i binari e il treno ci metteva più del dovuto la carne arrivava avariata e non gliela pagavano più. Dopo i polli, c’è stato il negozio: un piccolo spaccio che vendeva tessuti, vestiti, intimo, scarpe, abbigliamento da lavoro, bottoni…un po’ di tutto insomma. Era letteralmente “casa e bottega” perché in realtà il negozio era una stanza della casa, una delle più grandi che dava sulla strada principale. La merce bisognava andare a comprarla dai grossisti della capitale che poi gliela la spedivano con il treno e poi da lì con la carriola fino a casa!
<<Ah e prima ancora, aveva fatto anche il contabile, il nonno>>
<<Quando?>>
<<Durante gli anni della guerra, quando era in Africa. Faceva il contabile per gli ospedali della Croce Rossa. È stato sempre molto bravo in matematica>>
Con tutti questi mestieri, mi veniva difficile definire il nonno: cosa era stato nella sua vita? Un contadino? Un commerciante? Un fabbricante di scope? Un contabile? Avevo sempre pensato che il lavoro, la professione fossero determinanti per definire una persona. E invece no, alla fine, con il tempo, l’ho capito: il nonno era stato un lavoratore. Punto.  E se ho imparato qualcosa dal suo esempio è che quello che ti definisce non è il mestiere in sé, ma l’impegno e il sudore della fronte, la dedizione, qualsiasi sia il lavoro che fai. Perché ogni lavoro è lavoro, e ogni lavoro è degno.
inoutlab

Le note del lavoro narrato

di Caterina Piscitelli

evento piscitelliMercoledì 30 aprile si celebra in tutto il mondo la giornata internazionale del jazz, istituita dall’Unesco nel 2012, come doveroso riconoscimento ad uno dei generi musicali più discussi ma anche più affascinanti che esistono. Rigoroso ma anarchico, disciplinato ma ribelle, popolare ma colto, moderno ma con radici profonde, il jazz è un modo di pensare la musica che fa parte ormai del sangue del nostro mondo. In occasione di questa straordinaria celebrazione “Atom Booking”, “Dartevaria” e il Joker Live Club organizzano a Napoli una speciale Jam (mercoledì 30 aprile Joker via De Mura 35, ingresso libero) che vedrà protagonisti in apertura Giacinto Piracci (guitar), Antonio Napolitano (double bass) e Giuseppe D’Alessandro (drums) ma anche e soprattutto chi è mosso dalla voglia di stare insieme cogliendo il senso più essenziale di questo tipo di musica che valica ogni confine artistico e stilistico, unanimemente riconosciuto come veicolo di pace, unità, dialogo e cooperazione. In concomitanza con la nostra serata speciale, l’Italia intera si raduna per parlare di lavoro. La Notte del Lavoro Narrato è l’incontro di donne e uomini diversi per età, interessi, convincimenti e però accomunati dalla voglia di trovare nel lavoro il senso di una vita più ricca e dunque più degna di essere vissuta. Abbiamo deciso dunque di aderire perché ci sentiamo molto vicini a questo modo d’intendere il lavoro, fermamente convinti che niente di più simile si lega al concetto di lavoro creativo. Prima della Jam o nel corso della stessa verranno letti alcuni stralci del libro dedicato alla registrazione di Kind df Blue di Miles Davis, pietra miliare nella storia musicale del ‘900, ma anche altri pensieri sul mestiere del musicista. Nato all’inizio del 900 dall’incontro tra la cultura africana e quella europea, il jazz si è diffuso inizialmente nel sud degli Stati Uniti per poi arrivare ovunque, arricchendosi attraverso la fusione delle diverse culture. È una forma d’arte che parla tante lingue, è un formidabile strumento di dialogo interculturale. Un messaggio di libertà, cultura e fratellanza.

Moviarte c’è

Caro Maestro vengo con questa mia addirvi … addirvi una parola …
… che la notte del lavoro narrato è una cosa seria e come ogni cosa seria la si può fare con allegria. Senza perdere la tenerezza, diceva Che Guevara, bisogna lottare e il lavoro è lotta, il lavoro è fatica, tu mi capisci vero? Lo dico nel senso napoletano del termine. E tu si nu grand napulitan, Maestro!
A’ fatic è na cosa seria e come ogni cosa seria, noi napoletani, ci ridiamo su.
Sì, non è il classico luogo comune: è proprio accussì. Senza ridere, pare, noi non sappiamo fare altro. Agli occhi di chi non ci conosce, possiamo fare solo questo: ridere. Noi siamo quelli che vogliamo la spazzatura per strada, noi siamo quelli che vogliamo la camorra, noi siamo quelli che, il rispetto delle regole è roba per i “femminucce”.
No, siamo strani, quello sì, è vero. In parte non vogliamo crescere. Tanti di noi si rifiutano di farlo. E allora strano per strano, noi, la Notte del lavoro narrato, a’ famo strana: ridendo. Con proiezioni di video tragicomici di colloqui di lavoro; leggeremo storie che ci sono arrivate e che ci faranno scompisciare dalle risate, guarderemo pubblicità progresso fatte da bambini. Leggeremo storie che, sempre senza perdere la tenerezza, ci faranno arrivare con una lacrima di risate, ma sempre di una lacrima si tratta, alla memoria di tante morti bianche mai denunciate.
Caro Maestro, ci sarà pure la musica. Ci saranno gli scrittori e gli attori, ci saranno i nostri sostenitori e il nostro cuore. Un pensiero andrà al grande Troisi, che da qui ad un mesetto ricorrerà il ventennale della sua infame scomparsa.
Grazie a Te e a tutti quelli che hanno lavorato per questo grande evento. Grazie.
Francesco, Viviana, Moviarte.
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L’Archeobar c’è

di Piera D’Isanto
Eccoci qui… ci siamo quasi. Domani festeggeremo, creeremo, saremo la notte del lavoro narrato. Ricordo nitidamente quando Alessio Strazzullo ha cominciato a parlarne a me e a Elda. Ci è sembrata una cosa non solo bella, ma… opportuna. In un momento storico come questo riunirsi uomini, donne, giovani e meno giovani per raccontare il lavoro, quello che è stato, quello che scarseggia, quello che vorremmo, mi è sembrata una cosa commovente. E così mi sono imbarcata in questa avventura, senza pensarci due volte e questo mi ha portato a conoscere persone meravigliose come Vincenzo Moretti, un gigante buono di quelli che non riesci subito a guardare dritto negli occhi per quanto è alto! Ma poi, quando arrivi agli occhi, li vedi pieni di passione, ma soprattutto di interesse. Eh si, perchè lui a te si interessa davvero, vuole sapere cosa ti piace e cosa no, cosa ti emoziona e quali sono i tuoi sogni. E questo interesse lo vedo ogni volta che mi chiede: “che stai combinando, piccerè?”. E poi c’è Alessio, organizzato e preciso, come piace a me, oltre ad essere un buon amico e un serbatoio inesauribile di belle idee. Come direbbe Vincenzo, tiene proprio una “bella capa”!
Questo viaggio mi ha portato a coinvolgere l’ Archeobar, la sede che ho scelto per l’evento del centro storico. Conoscevo già Nicoletta, ma in questa occasione ho avuto modo di lavorare anche con Isabella. E che dire delle sorelle Insolvibile? Innanzitutto che non si risparmiano! Appena ho parlato loro di questa iniziativa, mi sono ritrovata abbracciata da un entusiasmo che non speravo. Intelligenti, piene di iniziative e disponibili, oltre che impegnatissime brillantemente ognuna nel proprio campo di studi e lavoro.
Ebbene quando penso che qualcuno ci ha definiti una generazione di “bamboccioni”, penso a persone come loro, come Alessio, come Elda e anche come me, che siamo giovani, ma nel lavoro ci crediamo, un lavoro che sia fatto con la testa, con le mani, con il cuore, un lavoro che possa permetterci di migliorare noi stessi e il posto in cui viviamo, un lavoro che ci dia la possibilità di riprenderci tutte le occasioni che ci vengono ancora negate. Questa notte riguarda tutti noi. Non lasciateci soli! A domani!
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Workcoffee Piacenza c’è

workcoffeedi Workcoffee Piacenza
Workcoffee Piacenza aderisce all’iniziativa La Notte del Lavoro Narrato (https://lanottedellavoronarrato.org/).
La Notte del Lavoro Narrato nasce dall’idea che non c’è lavoro di cui ci si debba vergognare, che lavorare con passione e impegno vuol dire condividere una missione, quella stessa che fa grande una nazione.
La Notte del Lavoro Narrato è l’incontro di donne e uomini diversi per età, interessi, convincimenti e però accomunati da questa voglia di fare bene le cose, di trovare nel lavoro il senso di una vita più ricca e dunque più degna di essere vissuta, di contribuire tutti assieme, portando ciascuno il proprio mattoncino, al Rinascimento dell’Italia.
Il 30 Aprile 2014, a partire dalle 20.30, in tutte le città e in tutte le case che aderiscono all’iniziativa, donne e uomini di ogni età si incontreranno per leggere, narrare, cantare, dipingere, rappresentare, condividere storie di lavoro.
Tutti insieme, tutti alla stessa ora, ma ognuno con chi vuole: adulti e bambini attorno a storie, avventure ed emozioni da leggere, narrare ed ascoltare.
E’ un invito all’Italia, all’Europa, al Mondo, per riscoprire il valore e la magia del racconto, in un moltiplicarsi di voci che come stelle accenderanno una serata di racconti.
Workcoffee, il bar con il lavoro al centro, offre per la serata del 30 aprile i suoi spazi a tutte quelle persone che vorranno raccontare o ascoltare: perché il lavoro è anche alla base di storie, storie vere o inventate, storie a lieto fine e storie a volte tristi. Storie che vogliamo mettere in circolo, a disposizione, ascoltando le quali vogliamo pensare, magari sorridere, riflettere e creare confronto e dibattito.
Sarà ospite di Workcoffee chiunque voglia misurarsi con storie di lavoro, chiunque voglia passare una serata in ascolto o voglia invece raccontarci la sua: hanno già aderito tante donne e tanti uomini che animeranno la serata, spontaneamente, informalmente, con passione.
Saranno a Workcoffee, tra gli altri, Paola Demicheli, Massimo Trespidi, Gianluca Zilocchi, Giulia Piroli, Luigi Rabuffi, Cristian Camisa, e poi Giorgio Milani, Marco Bosonetto, Gabriele Dadati, Paolo Bottigelli, Bernardo Carli: ad alternarsi con loro Giovanna Dodi (mamma e insegnante), Paolo Menzani (cooperatore), Domenico Ferrari Cesena (presidente sezione piacentina FAI), Marisa Tacchi (educatrice), Massimo Cassinari (pendolare), Gino Acerbi (alpino), Giulia Buvoli (performing artist), Paola Pinotti (giornalista), Alberto Gorra (educatore) e altri ancora.

Caro Vincenzo, Caro Alessio

Caro Vincenzo,
insomma ci siamo. Ci siamo nel senso che siamo quasi al 30 Aprile, ma come diciamo sempre “una cosa è fatta quando è fatta” quindi dobbiamo aspettare ancora un po’. Quando ho raccontato ad un amico che io e te ci rivedremo quando sarà tutto finito (anche se sarebbe più corretto dire quando tutto comincerà, perché il 30 sarà solo l’inizio, ovviamente) non mi ha creduto. Ha detto una cosa del tipo «Ma come, avete fatto tutto ‘sto casino e non trascorrerete La Notte Del Lavoro Narrato insieme?». Gli ho risposto che le cose da fare sono tante, che La Notte Del Lavoro Narrato è un evento nazionale, che non possiamo stare tutti nello stesso posto, che tu sarai in Cilento ed io in Emilia Romagna e che soprattutto questa cosa ha molto senso. Lo stesso amico mi ha chiesto ancora: «Come l’avete organizzata ‘sta cosa?». Ho risposto così: in auto, in viaggio in Campania, Lazio, Molise, in treno andando verso il profondo Nord ed il profondo Sud, in aereo, su Skype nella stessa casa, su skype in case diverse, durante un pranzo, durante qualche cena, durante più di una colazione, al cellulare, sulla chat di facebook, in gruppi privati e non, in mail. Alle volte abbiamo anche litigato un po’, e qualche volta abbiamo detto qualche parolaccia di troppo, ma in modi diversi, con intensità diverse abbiamo sempre creduto che fosse possibile. E la cosa che mi piace di più è che so che è andata così per tutte le centinaia di persone che hanno appoggiato la nostra idea. Spero un giorno di poter incontrare tutti quelli che hanno partecipato e che parteciperanno, che ci hanno aiutato a realizzare quest’idea. Quelli che conosciamo da una vita, quelli che abbiamo conosciuto in questi mesi, quelli che non abbiamo mai visto dal vivo se non su skype.
Ti auguro un felice 30 Aprile amico e compagno d’avventure, e citando l’acchiappanfantasmi Peter Venkman «Ci vediamo dall’altra parte!».

Caro Alessio,
stavota m’è fatto, nel senso, of course, che stavolta mi hai preso di sorpresa, mi hai anticipato, si vede che fai in fretta a imparare, e la cosa non può che farmi piacere.
Che ti devo dire, da stamattina, per il tempo che ho potuto dedicare alla nostra notte, tra telefonate, post e mail non ci ho capito niente, non escludo di aver fatto danni (Jean Baudrillard avrebbe detto che l’inflazione delle informazioni produce la deflazione del senso, cosa che in fondo mi suggeriva “maccheronicamente” anche mio padre avvertendomi che se nel lavoro perdi il metodo, l’orientamento, finisci inevitabilmente che “scarte ‘e bbuone e te pigl ‘e malamente”) eppure sono contento.
Guarda, tu lo sai quanto sono scaramantico, e poi sono pure il profeta del “‘na cosa è fatta quando è fatta”, eppure ti dico che in fondo in fondo noi quello che volevamo fare l’abbiamo già fatto, in questi anni l’abbiamo detto, scritto e ridetto in mille modi che l’Italia che pensa “lavoro, dunque sono, valgo, merito rispetto, considerazione” è un’Italia che c’è, esiste, bisogna solo raccontarla, ecco, adesso è molto più evidente, e dopo mercoledì lo sarà anche di più.
Come ho scritto oggi da qualche parte il nostro non è un evento, è una storia in grado di dare senso e di mobilitare energie, di fare in modo che le persone si impegnino, lavorino, ci mettano la testa, le mani e il cuore, una storia che ha questo potere così grande proprio perché nasce e cresce intorno al lavoro.
Dove c’è lavoro c’è casa Alé, è proprio accussì, e c’è coesione sociale, c’è nazione, c’è futuro, c’è speranza. L’ho detto qualche mese fa a mio figlio Riccardo e lo ripeto adesso a te, mio giovane apprendista, noi siamo gente che vive con il lavoro, e una delle cose più belle che ci possono capitare è fare un lavoro che ci piace, non bisogna avere paura di provarci, poi si può anche non riuscire, poi può darsi che per mille ragioni uno/a si debba anche accontentare, ma non si può fare a meno del diritto di cercare di fare il lavoro che ti piace.
Naturalmente, ma questo tu lo sai bene, per provare veramente a prendertelo quel diritto devi buttare il sangue, prima sui libri e poi nel lavoro, non ti devi stancare di imparare, di migliorare, di crescere, perché altrimenti non ce la fai. Dopo di che può non bastare, ma se ci hai provato veramente, se sai che non puoi rimproverarti niente, è comunque un’altra storia.
Diglielo al tuo amico, che non solo non ce la godiamo assieme, la nostra parte di notte, ma la passiamo pure tutti e due a lavorare per la sua riuscita, e digli anche che ci sarebbe piaciuto poterla festeggiare, spararci una posa da qualche parte, che noi siamo esseri umani normali, e che però non ci dispiace passarla così, perché ci tocca, è giusto.
Sai una cosa?, in questa straordinaria avventura chiamata La Notte del lavoro Narrato mercoledì sera sarà la prima volta che mi sentirò un “capo”. E sai perché? Perché lavoro per la sua riuscita.
Dai, basta chiacchiere, ci vediamo venerdì, incrociamo le dita e vedi di non fare troppo il precisino che ci stanno un miliardo e mezzo di cose da fare e mentre tu fai ‘o bellillo io sto in mezzo ai casini.
Che la forza sia con te.
Maestro Yoda, mannaggia no, mi sono sbagliato, vincenzo.
ondas

 

QUINTA DI COPERTINA per la notte del lavoro narrato

di Manlio Santanelli e Livia Colletta

quintaLa decisione di festeggiare il Primo Maggio anche con “La notte del lavoro narrato” non è un’iniziativa elitaria per consentire ad un numero di spiriti eletti di pavoneggiarsi mostrando il loro bagaglio di letture, tutt’altro: “La notte del lavoro narrato” è un’occasione per aggregare, in un’ideale sfilata, tutti coloro che riconoscono la centralità del lavoro nella vita dell’uomo.
La partecipazione a detta sfilata verrà realizzata attraverso un preciso rituale che prevede una sorta di veglia, questa volta vivaddio non per lacrimare su una perdita subita ma per inneggiare ad un diritto, il tutto proprio in un tempo in cui esso diritto è il più delle volte declassato a mera speranza. Ne conseguirà che “La notte del lavoro narrato” si colorerà anche delle tinte di una ferma rivendicazione sociale.
A questa veglia “Quinta di copertina” contribuirà con l’apporto di più pagine che parlino di lavoro, estratte a discrezione di ciascuno del suo gruppo dalla narrativa di ogni tempo e luogo.
Sarà questo un modo segnatamente efficace per confermare che anche la narrativa, nel raccontare una o più vite umane, non può prescindere dal lavoro – qualunque esso sia – come centro gravitazionale dell’intera umanità.

P.S.
Per partecipare è possibile contattare i numeri:
081 578 24 60
334 334 70 90.

Rosa, Santina and me

Stamattina avevo scritto, ed era vero, che Rosa Maggiore non sapevo chi fosse, e che però sapevo che ha scritto questa frase meravigliosa:
“Il faticoso lavoro di mio padre riempiva di prezioso olio le olive del nostro uliveto. La nostra povera ricchezza.”
Poi ho aggiunto, e lo confermo, che quando dico che basta una frase per condividere una notte indimenticabile come la nostra non dico tanto per dire.
Dopo un po’ mi ha scritto la mia cara amica Santina Verta per dirmi che Rosa è la mamma del marito di sua figlia Venere, in pratica la sua consuocera, e da quel momento Rosa è diventata una persona che non conosco ma so chi è.
E’ passato ancora un po’ e Rosa ha scritto questo a commento del mio post:
“Mio nonno, quando arrivava nel suo agrumeto, salutava così le sue piante: Arbulicchi mei, sugnu cca’. Facemunni bbona cumpagnia finu a stasira. Stanotti v’accumpagnanu a luna e i stiddi. ‘U Signuri vi binirici.”
Dopo di che è ricomparsa Santina che ha scritto: “Ciao Rosetta, ti ascolterei per ore mentre racconti i grandi eventi della vostra famiglia, un patrimonio di storie da tramandare ai nostri nipotini. Grazie!”
Potrei dire, come il grande Peppino De Filippo, “ho detto tutto”, e invece no. Voglio dire ancora che è per questo che per quanto mi riguarda ho sempre pensato alla nostra notte come a una storia e non un evento. Gli eventi sono tali perché sono unici, irripetibili, le storie invece ci fanno compagnia nel tempo, ci aiutano a prenderci cura di noi stesso, a dare senso e significato alle nostre vite. Per questo non è importante in quante/i siete e quanto siete famose/i, è importante soltanto che ci siate, con il vostro libro, la vostra storia, la vostra canzone di lavoro.
Ecco, adesso sì, “ho detto tutto”.

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Nord chiama Sud, rispondete

di Manuela Lozza

Miei cari amici vicini e lontani di #lavoronarrato,
mercoledì sera, dalle 20.30 alle 23.00, a noi di Ciao Como Radio piacerebbe ricevere in diretta una vostra telefonata, un vostro tweet, un vostro post. In questi tre giorni, i nostri creativi penseranno una breve frase che potrete gridare in coro quando ci chiamate. Soprattutto ci piacerebbe interagire con le realtà del Sud e del Centro per tenere assieme questa grande, bella, unita e operosa Italia.
Rispetto alla precedente comunicazione vi confermo che avremo in radio anche Save the Wall, un artista che, nell’arco della trasmissione, inizierà e finirà un’opera, e anche questa mi sembra una gran bella cosa.

Questi i riferimenti per contattarci:
Telefono: +39 031 266500
Facebook: https://www.facebook.com/ciaocomo
Twitter: https://twitter.com/CiaoComo
e-Mail: contatti@ciaocomo.it

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Roccapiemonte c’è

di Gaetano Fimiani

Carissimi amici e soci di Fedora,
il 30 Aprile 2014, a partire dalle ore 20.30, in tutte le città e in tutte le case che aderiscono all’iniziativa, ci si incontrerà per leggere, narrare, cantare, dipingere, rappresentare, condividere storie di lavoro.Un’iniziativa pensata da Alessio Strazzullo e il Professore Vincenzo Moretti, autore del libro “Testa, mani e cuore”.
Anche a Roccapiemonte, precisamente in Piazza Giovanni XXIII ( di fronte a Palazzo Marciani) si parlerà di lavoro con testimonianze di lavoratori; di antichi e nuovi mestieri ( dal falegname al Video Maker, passando per lo scrittore e il medico); il tutto accompagnato da musica che farà da sottofondo a brani e poesie intervallati da festosi brani di musica popolare.
La nostra iniziativa è frutto della collaborazione dell’associazione Fedora con Noocleo, il Circolo Prc di Roccapiemonte e la Pro Loco e vede il  sito di informazione OrcoPress-Campania Press come media partner ufficiale dell’evento.
Per la nostra associazione interverrano lo straordinario Luca Greco, musicista di talento, tanti soci che vorranno raccontare il proprio vissuto lavorativo.
Un ringraziamento a Rosanna Califano che ha promosso l’intervento dei maestri della tammorra della Paranza ro Professore.
Dal manifesto del blog possiamo evincere la pura essenza della serata:
“Ci piace l’Italia che pensa lavoro, dunque sono, merito rispetto, considerazione.
L’Italia che dà più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che le persone sanno, e sanno fare, e meno valore a ciò che hanno.
L’Italia che crede nel lavoro come identità, dignità, diritti, responsabilità, autonomia, futuro e dunque non lo considera soltanto un mezzo, una necessità, ma anche un fine, una possibilità.
L’Italia che chiede rispetto per il lavoro e per chi lavora, riconoscimento per chi merita, sostegno per chi innova, inclusione per chi si trova in una condizione di svantaggio non per propria colpa ma per gli esiti della lotteria sociale.
L’Italia che considera il lavoro ben fatto il centro, il motore, l’anima del processo di cambiamento, l’approccio in grado di tenere assieme l’ebanista e il maker, l’azienda agricola e il rural hub, il cantiere edile e l’impresa di pannelli solari, il borgo antico e la smart city.
L’Italia che pensa che ciò che va quasi bene non va bene, che mette sempre una parte di sé in quello che fa, che prova soddisfazione nel fare bene una cosa a prescindere, qualunque essa sia: pulire una strada, progettare un centro direzionale, scrivere l’enciclopedia del dna, cucinare la pasta e fagioli. L’Italia che compete perché nel lavoro valorizza la dedizione, la cura, l’intelligenza, la qualità, la professionalità, l’eccellenza, la conoscenza, l’innovazione, la bellezza.
L’Italia del barista e della scienziata, dell’artigiano e dell’impiegata, del musicista e dell’operaia, del ferroviere e dell’apicultore, della maestra e del maker, dello start-upper e del meccanico, donne e uomini normali che ogni giorno con il proprio lavoro, con l’intelligenza, l’amore, l’impegno che mettono nelle cose che fanno, creano le condizioni per dare più senso e significato alle loro vite e dare più futuro al nostro Paese.
La Notte del Lavoro Narrato nasce da qui, dall’idea che non c’è lavoro di cui ci si debba vergognare, che lavorare con passione e impegno vuol dire condividere una missione, quella stessa che fa grande una nazione.
La Notte del Lavoro Narrato è l’incontro di donne e uomini diversi per età, interessi, convincimenti e però accomunati da questa voglia di fare bene le cose, di trovare nel lavoro il senso di una vita più ricca e dunque più degna di essere vissuta, di contribuire tutti assieme, portando ciascuno il proprio mattoncino, al Rinascimento dell’Italia.”
roccapiemonte

Mi chiamo Cristo. Pietro Cristo.

di Roberto De Pascale

Ciao Alessio,
se la Notte del Lavoro  Narrato si facesse in Giappone, Paese che come sapete mi è per molte ragioni assai caro, avremmo fatto un gran bel colpo. Eh sì, perché Pietro Cristo, il protagonista del video, da quelle parti è molto famoso, ci vive da più di 20 anni, è testimonial per diverse aziende italiane (particolarmente carino, secondo me, lo spot che fa per la Fiat), è un bravo arbitro di calcio (Serie A e B), e ha recitato come attore in diverse produzioni televisive e in alcuni film, anche con Takeshi Kitano. Spesso viene anche intervistato come Opinion Leader su prodotti alimentari italiani o nel corso di trasmissioni di cucina assai seguite!
Io, come sai, organizzo “La Notte Del Lavoro Narrato” al Gran Caffè Gambrinus di Napoli con un occhio speciale rivolto al turismo, alla possibilità di valorizzare di più e meglio le nostre bellezze, alla necessità che il turismo e la cultura diventino le leve, il motore, per avviare finalmente quello sviluppo di qualità di cui hanno bisogno Napoli e l’Italia. In questo quadro, mi è sembrato carino coinvolgere italiani che si sono fatti strada all’estero, persone che in qualche modo fanno da ambasciatori del Made in Italy nel mondo. Fammi sapere se il video è piaciuto a te e a Vincenzo.
Ci si vede il 30 aprile.

Nord e Sud uniti nella notte (meno tre)

Va bene, diciamolo come va detto, se ai tempi in cui manifestavo per le piazze di tutta Italia gridando “1 2 3 e 4 / mo’ ce firmano ‘o cuntratto / 5 6 7 e 8 / ccà succede ‘o quarantotto” qualcuno mi avesse detto che avrei intitolato un post “Nord e Sud / uniti nella notte” credo che lo avrei preso per pazzo. O forse no, forse avrei detto “guarda, ti stai confondendo, il titolo giusto è “Nord e Sud / uniti nella lotta” che, diciamolo come va detto, rimane ancora adesso un gran bel titolo. E invece il post lo sto scrivendo e come potete vedete nella pagina con tutti gli eventi la nostra Notte del lavoro narrato, naturalmente con tutti i limiti di una iniziativa di questo tipo, tiene assieme il Nord e il Sud del Paese, che l’unica cosa che mi dispiace è che mancano le isole, ma c’è ancora tempo, e io sono come sempre fiducioso.
E poi oggi in una bella cosa ho scoperto un’altra bella cosa. Va bene, avete ragione, così non si capisce niente. Ricomincio da capo.
La prima bella cosa è la festa per i 41 anni di matrimonio di due amici a cui voglio un mare di bene Salvatore e Sara. Ora dovete sapere che io per feste così non sono molto portato, soprattutto quando bisogna viaggiare in auto e mi piglia l’ansia delle code al ritorno, anzi, diciamolo come va detto, di norma mi devono ammazzare per portarmici ma questa volta no, perché se a due persone vuoi un mare di bene e sai che a loro fa piacere allora si deve andare e si va, e io così ho fatto, insieme a Cinzia of course, con il risultato che sono stato molto bene, ho chiacchierato molto bene, ho mangiato molto bene e al ritorno non abbiamo trovato traffico né sull’autostrada e né al Vomero che “non trovare traffico al Vomero” contende al “ricco che passa per la cruna di un ago” il primo posto nella hit delle mission impossible.
La seconda bella cosa, quella che ho scoperto, è che su 7 – 8 famiglie presenti ben 2 avevano deciso, senza dire niente  a nessuno, di partecipare, da casa, alla nostra Notte.
Ora non c’è bisogno di essere sociologo, basta essere appena un po’ sono ottimista e ti viene di pensare se tra gli amici c’è chi organizza senza dire niente ce ne saranno anche di più tra quelli che non conosci ed essendo ottimista dopo che l’hai pensato sei contento.
Ecco, detto tutto questo, e sapendo (sperando?) che domani e dopo saranno per Alessio e per me due giorni impegnativi anziché no, vi voglio dire anche che sono sinceramente grato a ciascuna/o di voi per quello che state facendo, perché grazie al vostro lavoro (cito per tutte, ma solo perché riguardano le/i bambine/i che rappresentano il nostro futuro, le esperienze delle scuole elementari di Ponticelli e di Reggio Emilia), la notte non comincia e non finisce il 30 Aprile, è cominciata con il/la primo/a video, banner, manifesto, post, foto, locandina, disegno, canzone (e tutte le straordinarie cose che state mettendo in piedi in queste settimane) e continuerà con le tante cose (connessioni, idee, progetti, amicizie, link, iniziative, ricordi, ecc.) che ciascuno di noi si porterà appresso ancora per un bel po’.
Va bene, va bene, non corriamo troppo, che c’è ancora tanto lavoro da fare.
A proposito, se avete amiche e amici in Sardegna e in Sicilia, provate a coinvolgerle/i, che mi mancano tanto.
Un abbraccio. A domani.
vincenzo
punzo77

Acerra c’è.

di Pasquale Esposito

La Rivista Arteria nasce dallo sforzo di ritrovare, nella banalità dei luoghi comuni, il senso smarrito di ciò che ci circonda, per scandagliare la nostra memoria, per navigare tra le acque agitate e fangose della contemporaneità, per sognare ad occhi aperti un possibile e diverso presente. Qui ad Acerra, poco lontano da Napoli, tra la metropoli in espansione e i ruderi di un’industrializzazione mancata come strumento di un’effimera modernizzazione, riaffiorano i residui di un’antica civiltà contadina, naturale vocazione di una terra al centro della Campania Felix.
La notte del #lavoronarrato proveremo a raccontare, condividere, cantare e rappresentare questo nostro mondo. Il mondo del lavoro della terra, del lavoro della fabbrica, del lavoro che ti sfrutta fino ad ucciderti, del lavoro che, invece, non c’è più, del lavoro come identità e dignità.
Cominciamo la nostra narrazione con la bellezza evocata dalle ruote di carretto degli anni ’50, come quelle realizzate da Pasquale Del Giudice, 89enne “mannese”, che il nostro italiano, lingua troppo ineffabile, traduce con “carraio”, ma sarebbe piuttosto da considerare un ingegnere, il quale ci racconta le varie fasi del suo lavoro, mentre muove quelle sue grosse mani afferrando la robustezza del legno e mostrandoci la perfezione degli intarsi.

La Notte Del Lavoro Narrato @ Modena

di Giulia Piscitelli

modena immagineUn viaggio. Questo è quanto verrà offerto a chi parteciperà alle iniziative organizzate a Modena per “La notte del lavoro narrato”.
Innanzi tutto un viaggio attraverso la città, per connettere le due sedi coinvolte. Ma, per far questo, non è che bisognava aspettare per forza il 30 aprile 2014. Quello che avverrà sarà, piuttosto, un viaggio nello spazio e nel tempo. Chi parteciperà a “La notte del lavoro narrato” a Modena navigherà con Ulisse per scoprire, sbigottito, che ci sono selvaggi che non hanno né leggi né lavoro, e che vivono nell’inciviltà. Mieterà con Lèvin e i suoi contadini nella Russia dell’800, scoprendo che è un lavoro bellissimo, anche se spacca la schiena. Sgranerà gli occhi incredulo e disperato, seduto nella polvere, perché gli diranno che i trattori faranno il suo lavoro e dovrà lasciare la terra dove è cresciuto. Si farà male con tutti coloro che si sono infortunati sul lavoro nel corso della Storia e si specchierà in tutte le storie dei suoi vicini che sentirà come proprie. Fotograferà con Miles le case abbandonate nell’America della crisi e degli sfratti degli anni Zero e subito dopo si sentirà soddisfatto ma soprattutto molto fortunato perchè ha trovato un buon lavoro a Modena che gli permette di fare seri progetti di vita. Guarderà dalla finestra la propria compagna (o compagno) andare verso il lavoro mentre lui (o lei) è appena rientrato (o rientrata). Si innamorerà perdutamente e metterà su un’officina per truccare e pettinare le auto. Racconterà apologhi che si perdono nella notte dei tempi su un’antica stanza da affrescare.
Queste e molte altre avventure vivrà chi parteciperà a “La notte del lavoro narrato” a Modena.
Se volete saperne di più non dimenticate di tener d’occhio questo link.

Selfie Night

Oggi voglio dirvi tre cose.
La prima è che sono felice. Il 30 Aprile 2014 vivremo tutti assieme una notte fantastica e senza tutte/i voi non sarebbe stato possibile. Grazie di cuore.
La seconda è che je so’ pazzo overamente, nel senso che non mi rassegno al fatto che abbiamo solo 10 case e cerco pazze/i che vogliono aiutarmi a farle diventare mille  da qui a mercoledì.
La terza è che c’è della lucidità persino nella mia follia, nel senso che cerco di non perdere di vista quella che secondo me è la cosa più bella che possiamo fare mercoledì sera e cioè dimostrare che c’è,  esiste, un’Italia di cui si parla troppo poco, l’Italia che pensa “lavoro, dunque sono, valgo, merito rispetto, considerazione”, ed è per questo che lancio un appello a tutte/i quelle/i che per qualunque ragione non possono partecipare a nessuna delle tante iniziative previste in tutta Italia e non possono organizzare nulla a casa: la sera del 30 aprile, prendete un telefonino (o quello che vi pare) e fatevi o fatevi fare una foto o un video di 30 secondi mentre leggete un libro che parla di lavoro, o mentre cantate una canzone di lavoro, o mentre raccontate una storia di lavoro, e poi condivideteli su Twitter, Instagram, Youtube, Facebook con l’hashtag #lavoronarrato, perché in questo modo la vostra foto o il vostro video saranno “catturati” da questa pagina e tutte/i potranno vedere che ci siete anche voi. Se potete, fatelo, non è per apparire, è per essere, e come sapete, c’è una bella differenza.
Forza, forza, forza. 30 Aprile 2014. La Notte del Lavoro Narrato.
‘Sta nuttata ‘e sentimento nun è fatta pe’ durmì.

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Reggio Emilia. La parola ai bambini

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Come sapete i bambini e le scuole elementari sono parte attiva de “La Notte Del Lavoro Narrato”. Da Reggio Emilia ci inviano due raccolte di pensieri sul lavoro che vedono protagonisti proprio i bambini di due scuole, la scuola primaria Agosti e la scuola primaria Andrea Balletti.

Officina Educativa, servizio del Comune di Reggio Emilia, coordina e promuove progetti rivolti a bambini, ragazzi e giovani dai 6 ai 29 anni in collaborazione con la scuola e il territorio, L’iniziativa nazionale “la notte del lavoro narrato” 30 aprile 2014 rappresenta un’occasione di ascolto e di approfondimento attorno al tema del lavoro che in diversi luoghi educativi della città. Parole, riflessioni e interpretazioni di bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni che offrono sguardi e punti di vista originali e inattesi capaci di collocarsi nell’oggi per costruirsi proiezioni di futuro.

 

Apriamo le nostre case al #lavoronarrato (meno cinque)

Mammà, comm’era bello.
La cena era una festa, non per quello che mangiavamo, che da quel punto di vista c’era assai poco da festeggiare, ma per la porta aperta. Per papà che ad ogni passaggio di un vicino, la nostra era la prima casa sul ballatoio e in quegli anni dal lavoro si tornava più o meno tutti alla stessa ora, gridava “don Gennà, don Antò, don Salvatò” e così via discorrendo, “entrate, favorite“, ricevendo in cambio l’immancabile “buon appettito a voi e a tutta la famiglia, don Pascà”. E anche, perché no, per mamma, la saggia adorabile contadina nostra, che gli ripeteva una volta si e un’altra pure “zitto Pascà, cà si chille veneno overamente, nun tenimmo niente“.
Eh sì, funzionava proprio così, porte aperte a Secondigliano. E’ vero, erano altri tempi, ma la volete sapere una cosa?, questa storia degli “altri tempi” più vado avanti con gli anni e più mi sembra una scusa. Perché sì, non so quante volte l’ho scritto, alla fine funziona come dice Morpheus a Niobe nel secondo episodio di Matrix, “ci sono cose che cambiano e cose che invece no”.
Volete un esempio? E io ve lo faccio.
Ma chi lo dice che ce ne dobbiamo stare chiusi nella case quando viene la sera? Magari a vedere qualche pessima trasmissione televisiva con qualche pessimo conduttore e pessimi ospiti che fanno pessimi dibattiti? Dice “tu la fai facile, con quello che guadagniamo, e quello che costa, puoi uscire una sera, puoi uscire due, ma mica puoi uscire tutte le sere”. E chi l’ha detto che bisogna per forza uscire? Ogni tanto facciamocelo venire un attacco di pazzaria, bussiamo al vicino o alla vicina di casa, diciamogli “signo’ che state preparando da mangiare, volete venire da me, voi ci mettete il primo noi il secondo e mangiamo tutti assieme, facciamo due chiacchiere, ci facciamo due risate e poi magari un’altra volta veniamo noi da voi, che dite?”.
‘O saccio, vi sembra impossibile, ma da una parte che non mi ricordo ho letto che “chi dice che una cosa è impossibile, non dovrebbe disturbare chi la sta facendo”.
Ecco, prendiamo la nostra Notte del Lavoro Narrato, sembrava impossibile, e invece è una splendida realtà. Ecco, se adesso io scrivo che ci sono una decina di case che finora partecipano alla nostra iniziativa e io vorrei che diventassero mille in tante/i penserete “mancano cinque giorni, è impossibile”. E invece no. Si deve accendere la lampadina. Deve diventare, come si dice adesso, virale. Soprattutto ci dobbiamo far venire un attacco di pazzaria e dobbiamo invitare amiche e amici, ognuno porta una cosa da mangiare, un libro, una storia da raccontare, una chitarra da strimpellare. E poi un telefonino per fare qualche foto da condividere sui social network con l’hashtag ‪#‎lavoronarrato‬. Forza, e che ce vò. Pigliamola “di faccia” che ce la facciamo ancora.

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